Evelina Christillin: "Ero come Heidi, Marella mi ha cambiato"
Dario Cresto-Dina , di DARIO CRESTO-DINAL'attuale direttrice del Museo egizio racconta la lunga amicizia con la vedova di Gianni Agnelli: "Le devo gratitudine come a una madre"
TORINO. "Le palme. Non le piacevano le palme. Non le voleva nei suoi giardini, e le sconsigliava a quelli che le chiedevano un parere. Prediligeva le rose e i fiori semplici. Non l'ho mai vista con un'orchidea tra le mani. Non amava lo spatuss, come si dice in piemontese: lo sfarzo, il mostrarsi". Evelina Christillin, oggi presidente del Museo egizio, è entrata da bambina nella casa degli Agnelli. Questo per lei è un giorno di dolore e memoria, i ricordi di cinquant'anni arrivano tutti insieme, disordinatamente. "La mia famiglia abitava a pochi passi dal loro palazzo di corso Matteotti, nel centro di Torino. Papà era amico dell'Avvocato, condividevano soprattutto la passione per le auto e il calcio, andavano a sciare assieme in elicottero. Le nostre tate frequentavano le tate dei loro figli, insomma ci si mischiava senza badare a quale fosse delle due la casa reale".
Mi racconta quando è entrata la prima volta dagl…
Mi racconta quando è entrata la prima volta dagl…
TORINO. "Le palme. Non le piacevano le palme. Non le voleva nei suoi giardini, e le sconsigliava a quelli che le chiedevano un parere. Prediligeva le rose e i fiori semplici. Non l'ho mai vista con un'orchidea tra le mani. Non amava lo spatuss, come si dice in piemontese: lo sfarzo, il mostrarsi". Evelina Christillin, oggi presidente del Museo egizio, è entrata da bambina nella casa degli Agnelli. Questo per lei è un giorno di dolore e memoria, i ricordi di cinquant'anni arrivano tutti insieme, disordinatamente. "La mia famiglia abitava a pochi passi dal loro palazzo di corso Matteotti, nel centro di Torino. Papà era amico dell'Avvocato, condividevano soprattutto la passione per le auto e il calcio, andavano a sciare assieme in elicottero. Le nostre tate frequentavano le tate dei loro figli, insomma ci si mischiava senza badare a quale fosse delle due la casa reale".
Mi racconta quando è entrata la prima volta dagli Agnelli?
"Avrò avuto sei o sette anni, ma potrebbe essere successo anche prima. Con me c'era mia sorella Francesca. Ci crede? Mi porto ancora dentro gli occhi le pareti tappezzate di velluto rosso, la sensazione scolpita nella mente di essere come sprofondata in un cofanetto di gioielli".
Qual è l'immagine che conserva di Marella?
"Un vento di simpatia, un pudore affettuoso, un linguaggio semplice, una forza interiore che avvertivi subito dietro la sua apparente fragilità di donna di cristallo. Io mi sentivo una mascotte, una specie di Heidi che non sarebbe mai uscita dalla sua goffaggine, eppure, mi creda, i tre quarti delle cose che ho fatto poi nella mia vita le devo a lei".
La vostra è stata una lunga amicizia. Oggi come la definirebbe?
"Riservata e allegra, non avevamo bisogno di molte parole per restare assieme. Mi ha portato nel mondo. Mi diceva che ero una ignorantona e, dunque, avanti con libri e mostre d'arte, e poi piste di sci, mercati floreali al castello di Masino e i tulipani in Olanda, le rose in Inghilterra, le cene a Villa Frescot sulla collina torinese con Kissinger e Fidel Castro. Era elegante dentro e fuori. Si dava in privato, sapeva ridere e divertirsi. Mi è stata accanto nei momenti difficili, mi ha aiutato a uscire psicologicamente da una grave malattia".
A che cosa si affidava quando si trattava di sciogliere qualche sua incertezza di fronte ai bivi della vita?
"Mi conduceva sottobraccio sul prato di casa a guardare le montagne, la loro immutabilità, e mi diceva: vedi il Monviso? È imperturbabile. Sempre. Impara dalla sua forza, stai ferma per qualche tempo, rifletti. Non avere fretta, ci sono decisioni che possono aspettare. E pensare che lei inseguiva sempre qualcosa".
Ha inseguito anche suo marito, per tutta la vita.
"Avevano caratteri diversi, ma si amavano. La luce dell'Avvocato brillava sulla scena di una vita luminosa presa a piene mani, quella di Marella risplendeva nell'ombra. Alla fine sono stati una coppia inossidabile, questo nessuno può negarlo. Lei gli è stata accanto fino alle sue ultime ore. Marella sapeva amare. Ha amato i fratelli Carlo e Nicola Caracciolo, i figli, tantissimo i nipoti John, Lapo e Ginevra. Credo che proprio John abbia sostituito Gianni nel suo cuore durante gli ultimi anni".
Come reagiva al dolore, allo scontro con la figlia Margherita, per esempio?
"Non ne parlava".
E alla morte tragica di Edoardo?
"Uno schianto del cuore, credo il suo rimpianto più grande che non si è mai cancellato. Quella mattina di novembre andai a prenderla in aeroporto alle sette accompagnata da un'altra nostra amica, Anna Caravita. Marella tornava dall'America. Era a pezzi, chiusa in un silenzio livido. Ma fuori... fuori voleva che nulla trapelasse".
Come ha sopportato la malattia?
"Con grande dignità. Negli ultimi due anni il Parkinson le ha impedito di mangiare e bere normalmente, non riusciva più a deglutire ed era alimentata per via endovenosa. Eppure aveva sempre un sorriso da riservare a chiunque andasse a farle visita".
Quando è stata l'ultima volta che vi siete parlate?
"Poco prima di Natale. Mi ha detto che questa volta non si sarebbe trasferita a Marrakech per le feste. Non aveva più forze".
Nel 2003, dopo i funerali di Gianni Agnelli, fu Marella in persona a scegliere il cartoncino di ringraziamento da spedire a chi le aveva dimostrato vicinanza e cordoglio. Ne firmò centinaia, uno ad uno. Gianni è fotografato in camicia e cravatta mentre gioca in giardino con il suo cane Yuki, un akita. All'interno ci sono un salmo e una poesia dello scrittore bengalese Tagore: "La morte non è una luce che si spegne, è mettere fuori la lampada perché è arrivata l'alba". Poi le parole di Marella: "Con tanta riconoscenza". La grafia già incerta.
Evelina, come si specchia in questa frase?
"Non mi resta molto da dire. Le devo la riconoscenza che si dà a una madre. E mi auguro, affermandolo, di non rubare niente a nessuno".
Mi racconta quando è entrata la prima volta dagli Agnelli?
"Avrò avuto sei o sette anni, ma potrebbe essere successo anche prima. Con me c'era mia sorella Francesca. Ci crede? Mi porto ancora dentro gli occhi le pareti tappezzate di velluto rosso, la sensazione scolpita nella mente di essere come sprofondata in un cofanetto di gioielli".
Qual è l'immagine che conserva di Marella?
"Un vento di simpatia, un pudore affettuoso, un linguaggio semplice, una forza interiore che avvertivi subito dietro la sua apparente fragilità di donna di cristallo. Io mi sentivo una mascotte, una specie di Heidi che non sarebbe mai uscita dalla sua goffaggine, eppure, mi creda, i tre quarti delle cose che ho fatto poi nella mia vita le devo a lei".
La vostra è stata una lunga amicizia. Oggi come la definirebbe?
"Riservata e allegra, non avevamo bisogno di molte parole per restare assieme. Mi ha portato nel mondo. Mi diceva che ero una ignorantona e, dunque, avanti con libri e mostre d'arte, e poi piste di sci, mercati floreali al castello di Masino e i tulipani in Olanda, le rose in Inghilterra, le cene a Villa Frescot sulla collina torinese con Kissinger e Fidel Castro. Era elegante dentro e fuori. Si dava in privato, sapeva ridere e divertirsi. Mi è stata accanto nei momenti difficili, mi ha aiutato a uscire psicologicamente da una grave malattia".
A che cosa si affidava quando si trattava di sciogliere qualche sua incertezza di fronte ai bivi della vita?
"Mi conduceva sottobraccio sul prato di casa a guardare le montagne, la loro immutabilità, e mi diceva: vedi il Monviso? È imperturbabile. Sempre. Impara dalla sua forza, stai ferma per qualche tempo, rifletti. Non avere fretta, ci sono decisioni che possono aspettare. E pensare che lei inseguiva sempre qualcosa".
Ha inseguito anche suo marito, per tutta la vita.
"Avevano caratteri diversi, ma si amavano. La luce dell'Avvocato brillava sulla scena di una vita luminosa presa a piene mani, quella di Marella risplendeva nell'ombra. Alla fine sono stati una coppia inossidabile, questo nessuno può negarlo. Lei gli è stata accanto fino alle sue ultime ore. Marella sapeva amare. Ha amato i fratelli Carlo e Nicola Caracciolo, i figli, tantissimo i nipoti John, Lapo e Ginevra. Credo che proprio John abbia sostituito Gianni nel suo cuore durante gli ultimi anni".
Come reagiva al dolore, allo scontro con la figlia Margherita, per esempio?
"Non ne parlava".
E alla morte tragica di Edoardo?
"Uno schianto del cuore, credo il suo rimpianto più grande che non si è mai cancellato. Quella mattina di novembre andai a prenderla in aeroporto alle sette accompagnata da un'altra nostra amica, Anna Caravita. Marella tornava dall'America. Era a pezzi, chiusa in un silenzio livido. Ma fuori... fuori voleva che nulla trapelasse".
Come ha sopportato la malattia?
"Con grande dignità. Negli ultimi due anni il Parkinson le ha impedito di mangiare e bere normalmente, non riusciva più a deglutire ed era alimentata per via endovenosa. Eppure aveva sempre un sorriso da riservare a chiunque andasse a farle visita".
Quando è stata l'ultima volta che vi siete parlate?
"Poco prima di Natale. Mi ha detto che questa volta non si sarebbe trasferita a Marrakech per le feste. Non aveva più forze".
Nel 2003, dopo i funerali di Gianni Agnelli, fu Marella in persona a scegliere il cartoncino di ringraziamento da spedire a chi le aveva dimostrato vicinanza e cordoglio. Ne firmò centinaia, uno ad uno. Gianni è fotografato in camicia e cravatta mentre gioca in giardino con il suo cane Yuki, un akita. All'interno ci sono un salmo e una poesia dello scrittore bengalese Tagore: "La morte non è una luce che si spegne, è mettere fuori la lampada perché è arrivata l'alba". Poi le parole di Marella: "Con tanta riconoscenza". La grafia già incerta.
Evelina, come si specchia in questa frase?
"Non mi resta molto da dire. Le devo la riconoscenza che si dà a una madre. E mi auguro, affermandolo, di non rubare niente a nessuno".