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Legittima difesa, un argine all'impresario della paura

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Il presidente Mattarella promulga ma di fatto neutralizza la legge: la sua lettera ne fissa i limiti invalicabili
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Matteo Salvini canta vittoria. Ha cristianamente onorato la Santa Pasqua con un’arma in pugno, declinando alla sua maniera la triade Dio-Patria-Famiglia. Ha gioiosamente tradito la celebrazione civile del 25 aprile, svendendo per trenta denari sia l’antifascismo sia l’antimafia. Adesso Capitano Mitra fa finta di festeggiare un’altra “bellissima giornata”. Ha appena portato a casa anche la legge sulla legittima difesa, che sancisce una volta di più la netta egemonia politica e mediatica della “Lega di lotta” nel governo gialloverde. Ma stavolta il grido di battaglia gli si strozza in gola. Ancora una volta, a intralciare il percorso di guerra di questa sua destra radicale nel messaggio e violenta nel linguaggio, si ritrova Sergio Mattarella. In attesa che Di Maio trasformi in atti concreti e non in vacui slogan la tardiva “resipiscenza civica” del Movimento, tocca sempre al Capo dello Stato contenere le intemperanze ist…
Matteo Salvini canta vittoria. Ha cristianamente onorato la Santa Pasqua con un’arma in pugno, declinando alla sua maniera la triade Dio-Patria-Famiglia. Ha gioiosamente tradito la celebrazione civile del 25 aprile, svendendo per trenta denari sia l’antifascismo sia l’antimafia. Adesso Capitano Mitra fa finta di festeggiare un’altra “bellissima giornata”. Ha appena portato a casa anche la legge sulla legittima difesa, che sancisce una volta di più la netta egemonia politica e mediatica della “Lega di lotta” nel governo gialloverde. Ma stavolta il grido di battaglia gli si strozza in gola. Ancora una volta, a intralciare il percorso di guerra di questa sua destra radicale nel messaggio e violenta nel linguaggio, si ritrova Sergio Mattarella. In attesa che Di Maio trasformi in atti concreti e non in vacui slogan la tardiva “resipiscenza civica” del Movimento, tocca sempre al Capo dello Stato contenere le intemperanze istituzionali e costituzionali del leader padano. Ci provò già Berlusconi con Scalfaro e poi con Napolitano, dal 1994 in poi, e oggi Salvini fa lo stesso: a forza di strappi, spallate e provocazioni, azzarda uno stress-test sulla tenuta del sistema. E il sistema, per ora e per fortuna, tiene.

Il presidente della Repubblica dà il suo via libera alla “nuova” legittima difesa. Ma intanto, e non per caso, prima di firmarla si prende tutti i 30 giorni canonici che la Costituzione gli assegna. E poi, mentre promulga la legge, di fatto la neutralizza. Con la sua “lettera di accompagnamento”, Mattarella fissa tre paletti invalicabili. Primo: la sicurezza dei cittadini è compito “esclusivo” dello Stato e delle Forze di polizia (e dunque, nonostante il criminale storytelling digitale veicolato a spese dei contribuenti dal sedicente “guru” Luca Morisi, in una democrazia occidentale non c’è e non ci sarà mai spazio per una giustizia fai-da-te). Secondo: nessuna legge ordinaria potrà mai vulnerare il principio di proporzionalità tra l’offesa e la difesa previsto dalla Costituzione (e dunque, a dispetto della macabra grancassa leghista che suona da settimane un’altra musica, non è affatto vero che d’ora in poi “la difesa sarà sempre legittima”, ma continuerà a esserlo solo se chi reagisce uccidendo lo fa per difendere la sua vita da un pericolo concreto e attuale). Terzo: sarà ancora e sempre la magistratura a stabilire se la persona offesa ha agito in base a un “grave turbamento” (e dunque, al contrario di quello che sostiene inopinatamente la ministra Bongiorno folgorata su via Bellerio, a certificarlo dovrà essere una valutazione “oggettiva” maturata da un giudice terzo, non una giustificazione auto-certificata dalla parte in causa).

Il Quirinale ci sta dicendo questo: per quanto gli impresari della paura si adoperino per trasformare il malcontento in categoria politica, le istituzioni democratiche sono vigili e non arretrano. L’Italia non diventerà mai il Far West che piace ai patetici trumpisti in armi di casa nostra. La Costituzione non sarà mai un saloon da “todos caballeros”, ma è e resterà sempre la casa di tutti gli italiani. Almeno finché a presidiarla ci sarà un galantuomo che ha sempre creduto nei valori della Repubblica nata dalla Resistenza e che ha stretto tra le braccia un fratello morente assassinato dalla mafia. Altro che “mummia sicula”, come lo hanno descritto i tanti miserabili che animano il penoso teatrino politico-mediatico dell’Evo Sovranista. C’è un filo rosso che unisce il senso della lettera di Mattarella sulla legittima difesa e le parole che ha pronunciato due giorni fa, a Vittorio Veneto, ricordando la lotta contro il nazifascismo: «La Storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva».

Questa pedagogia repubblicana dovrebbero capirla soprattutto i pentastellati. Hanno appena riscoperto una venatura di sinistra mai conosciuta prima, e l’hanno sbattuta in faccia al socio di governo e alla sua destra dura e pura. Dal congresso sulla famiglia di Verona («il raduno degli sfigati») alla Flat Tax («se è per i ricchi non se ne fa niente»), dai porti chiusi («le migrazioni non le fermi con una circolare») all’ordinanza sui prefetti («torniamo ai podestà dell’era fascista»). Un’escalation di istanze solidali, egualitarie e progressiste. Culminate nella sorprendente “vocazione partigiana” del 25 aprile, tra un Conte che dice «questa è la data da cui origina l’affermazione dei valori della libertà, della dignità, della pace», un Di Maio che va alla sinagoga di via Balbo a onorare i caduti della Brigata Ebraica, una Raggi che sfida le contestazioni e condanna tutte le ambiguità leghiste sul neo-fascismo. Una manna dal cielo, se le Cinque Stelle che lo abitano brillassero di luce vera e sincera.

Purtroppo il legittimo sospetto è che si tratti invece di una banalissima messinscena elettorale. È troppo tardi, adesso, per riequilibrare a sinistra una coalizione che con buona pace del travaglismo in servizio permanente effettivo ha portato il Paese a surfare sulla cresta dell’onda nera montante in Europa. Per un anno i grillini hanno taciuto e subito, peggio ancora avallato e condiviso. Dov’erano, mentre Salvini imponeva al governo il “decreto sicurezza”, che ha abolito i permessi umanitari e smantellato gli Sprar, trasformando in clandestini e lasciando per strada migliaia di migranti? Dov’erano, mentre Salvini obbligava loro e l’intero Parlamento a votare “no” al suo processo per la nave Diciotti, spacciando il disumano rifiuto di far sbarcare 177 disperati a Messina per «difesa dell’interesse nazionale»? Dov’erano, mentre Salvini ordinava al Consiglio dei ministri di varare una normativa che trasforma la legittima difesa in licenza di uccidere, sulla quale per ora è calata la clausola di salvaguardia del Colle e presto probabilmente si abbatterà la mannaia della Consulta?

E dov’erano, infine, mentre Salvini pretendeva una poltrona ministeriale per Armando Siri, plenipotenziario leghista per l’economia e “architetto della tassa piatta”, ma già condannato per bancarotta fraudolenta e salvo solo grazie a un patteggiamento? È troppo poco, adesso, obiettare a babbo morto su tutto. Piangere sui diritti negati e i valori versati. Esigere il passo indietro di un sottosegretario in odore di corruzione e collusione con i volonterosi carnefici di Cosa Nostra. Si metteranno d’accordo, un’altra volta. Conte, da bravo Azzeccagarbugli, spiegherà il papocchio con la sua solita neo-lingua, che parla tanto ma non dice niente. Rinvieranno a dopo le elezioni europee il vero regolamento dei conti, scaricandone il costo sugli appositi cittadini. E anche l’apparente conversione pentastellata, allora, si rivelerà per quella che è: una recita posticcia. Utile forse a recuperare una manciata di voti da un Pd ancora in cerca d’autore. Ma non a ridare l’anima a un Movimento che, con ogni evidenza, l’ha ormai venduta al diavolo il 1° giugno di un anno fa.