✕
(ansa)

Chi rischia e chi si arrende

Ascolta l'audio

L’Italia spaccata dei Giochi olimpici. Per Milano sono un rischio, un disagio dell’abbondanza, mentre Roma ne avrebbe avuto bisogno per non morire  
4 minuti di lettura
Nell’eccesso di gioia di Milano, persino un po’ scomposto dalla vanagloria, e sorprendente nel sindaco Beppe Sala bocconiano controllato che non esibisce dettagli eccentrici, c’è, accucciato e sordo, il dolore di Roma — un grande dolore italiano sul quale c’è poco da fare folclore — che nel 2016 rinunciò a candidarsi per i giochi olimpici del 2024. Per Milano infatti le Olimpiadi oggi sono un rischio, un disagio dell’abbondanza, mentre Roma ne avrebbe avuto bisogno per non morire. Anche Cortina mette in gioco la sua eccellenza di prezioso e piccolo universo. È infatti già regina degli sport invernali ed è anche la montagna del prestigio sociale e dell’incanto di natura, scuola di accoglienza e di cultura alberghiera. Milano e Cortina fanno bene a esporsi, ma forse nel rischio hanno più da perdere che da guadagnare con l’Olimpiade invernale. Per Roma, invece, la città degradata…
Nell’eccesso di gioia di Milano, persino un po’ scomposto dalla vanagloria, e sorprendente nel sindaco Beppe Sala bocconiano controllato che non esibisce dettagli eccentrici, c’è, accucciato e sordo, il dolore di Roma — un grande dolore italiano sul quale c’è poco da fare folclore — che nel 2016 rinunciò a candidarsi per i giochi olimpici del 2024. Per Milano infatti le Olimpiadi oggi sono un rischio, un disagio dell’abbondanza, mentre Roma ne avrebbe avuto bisogno per non morire. Anche Cortina mette in gioco la sua eccellenza di prezioso e piccolo universo. È infatti già regina degli sport invernali ed è anche la montagna del prestigio sociale e dell’incanto di natura, scuola di accoglienza e di cultura alberghiera. Milano e Cortina fanno bene a esporsi, ma forse nel rischio hanno più da perdere che da guadagnare con l’Olimpiade invernale. Per Roma, invece, la città degradata a suburra e mafia capitale e ridotta a respirare monnezza, per la nostra grande bellezza svillaneggiata in tutto il mondo, i Giochi Olimpici sarebbero stati più che un Nuovo Giubileo (2025), il piccolo Big Bang della capitale smarrita che si sarebbe ritrovata nell’universo dello sport. Più chiaramente ancora: le Olimpiadi, come i campionati mondiali di calcio e come gli Expo, sono opportunità di sviluppo offerte alle città che da sole non ce la fanno. E bisogna infatti ricordarsi di Milano prima dell’Expo. Era una città devastata dal malaffare economico-politico (che non è stato ancora sconfitto!) che cercava disperatamente un Expo al quale aggrapparsi: per esporsi, per rimettersi in gioco, per vincere.

Ma si capisce — ed è più che un’attenuante — che nei salti di gioia troppo strapaesani della Milano che si crede Città-Stato si esprima anche, finalmente liberato, non l’orgoglio per un premio tutto sommato modesto, ma il ritorno alla vita dell’Italia che crede nella grazia e nella sapienza edificatoria combinata con l’intelligenza urbana e sorretta dall’interesse economico lecito, l’Italia degli architetti e degli ingegneri che non ne possono più di essere trattati come malfattori che si leccano i baffi di cemento, l’Italia dell’edilizia che «è la base di ogni ripresa economica» diceva Luigi Einaudi nelle sue lezioni alla Bocconi nell’aprile del l920 (“Il Problema delle abitazioni” — Fratelli Treves Editori). E l’edilizia può essere verde, antisismica, sostenibile, energetica e a volume zero, come in Francia, in Germania, in Inghilterra... Solo in Italia non si riesce a costruire neppure dopo i terremoti.

Ecco dunque il senso dell’abbraccio tra il sindaco del Pd Beppe Sala, i governatori leghisti del Veneto Luca Zaia e della Lombardia Attilio Fontana, e il tedoforo di un Coni tramortito e resuscitato, Giovanni Malagò. Proprio come avvenne tra Romano Prodi e Letizia Moratti quando a Milano fu assegnato l’Expo, nell’euforia si abbraccia anche il nemico. E battono insieme cuori che vanno in direzioni diverse. Il sindaco di Milano pretende il comando: i ventuno milioni di biglietti dell’Expo sono il suo blasone. Il suo Comune non ha subito processi, non ha la cattiva fama della Regione, non ci sono scandali giudiziari. E Cortina come metafora, direbbe Sciascia, è l’Italia del lusso, il Paese ricco che non paga dazio, troppo simbolo di Alta Società.

Sala ha già ricordato che l’Expo ancora prima di cominciare fu sconvolto dagli scandali e dalle tangenti e che lui si trovò circondato da inquisiti, arrestati, condannati, gente con il quid di troppo del mascalzone, una imponderabile nuvola di corruzione. Le amministrazioni «sono attività ad alto rischio» e «dirigerle è uno sport estremo» mi disse Giuliano Pisapia. Molti pensano che anche la procura a quel tempo concesse una tregua “istituzionale” per aiutare l’Expo che la povera Milano aspettava come Napoli il sangue di San Gennaro. «Beh, in Procura — mi raccontò Sala — non ero uno sconosciuto. Quando ero in Pirelli il pm Greco mi aveva interrogato per 7 ore».

Dunque l’abbraccio vuol dire solo che tutti vogliono attrarre capitali internazionali e proporre scambi, fare ripartire l’edilizia, privatizzare, investire... L’Expo, spiegò il sindaco Giuliano Pisapia, che pure all’inizio era contrario, «ha costretto Milano a diventare più Milano, a progettare il proprio futuro urbano». Mai però, e oggi meno ancora che ai tempi di Prodi e della sindaca Moratti, l’abbraccio tra destra e sinistra è stato accordo politico o comune strategia. Ed è bene ricordare che, con Moratti sindaco, il direttore generale al Comune si chiamava Beppe Sala.
L’abbraccio è dunque la rivincita dell’Italia degli investimenti (sia pure solo per i grandi eventi), quelli che a Reggio Calabria hanno chiesto anche i sindacati di nuovo uniti da Maurizio Landini: basta con le manovre a debito e con le follie dei minibot.

Ecco perché Beppe Sala, che di solito ride a labbra chiuse, ieri si è abbandonato al riso liberatorio che sempre, diceva Umberto Eco, «è il punto della ri-partenza». È una risata “sblocca Italia”, un abbraccio che taglia il nastro non solo alle Olimpiadi, ma all’alta velocità, ai tunnel, ai sottopassi, ai ponti, a strade e autostrade, aeroporti e gasdotti, inceneritori...

E tuttavia non c’è dubbio che per Milano le Olimpiadi invernali siano un’esposizione, come un altro Expo appunto, e dunque un’altra sovraesposizione, come quell’eccesso di luce che va di moda nella fotografia. Le Olimpiadi compongono e dispongono di una grande quantità di ricchezza, chiamano a convegno guardie e ladri, mettono alla prova l’industria del divertimento, la moralità delle imprese. E sono fatte anche per accecare, per assordare e inebriare, stupire e istupidire con una sarabanda di trovate. I costi sono altissimi e ci sono importanti città che, fatti i conti, le hanno rifiutate — Boston, Amburgo, Budapest... — e non con la filosofia perdente delle sindache di Roma e di Torino, né con la sottocultura — ancora non isolata — dei 5stelle che pensano che le opportunità siano “spreco” “corruzione” e “mafia” e non risorse e posti di lavoro, treni e strade, occasioni contro l’arretratezza del sistema viario e il degrado del manto stradale.

È vero che qualsiasi investimento in Italia oggi corre il rischio della mafia. Ma forse, contro la mafia, non bisognerebbe più investire in Italia? Dobbiamo abbandonare, con il Sud, anche la capitale? E non sarebbe, il rinunciare al progresso e allo sviluppo per paura della mafia, la maniera più vile di arrendersi alla mafia? La criminalità cresce sia nella povertà e nel sottosviluppo del sud, sia nella ricchezza e nello sviluppo del Nord, ma dovunque si combatte allo stesso modo: con polizia e magistratura, con la dura pazienza della politica, con l’eroismo dell’impegno quotidiano, con il rischio d’impresa che è fatto di innovazione e perciò anche di Olimpiadi.