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(ansa)

L’ultimo enigma dell’Europa

Il bivio della politica tra “comunitari” e “intergovernativi”
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L'epidemia di Covid 19, e la crisi che ha generato, hanno prodotto nella Ue modificazioni importanti ma non univoche. L'approvazione del Recovery Fund - l'esito di una riflessione e di un confronto di intensità inusuale su scala europea - è infatti un esito ambivalente.

Un punto a favore della "più stretta unione" è - oltre alla sospensione dei vincoli dei bilanci statali - che una parte dei finanziamenti del fondo deriverà da un debito comune negoziato sui mercati; il che fino a pochi mesi fa era anatema. Inoltre, per la prima volta la risposta a una crisi non sta nella "austerità espansiva" o nella manovra monetaria della Bce: l'Europa si impegna in una sorta di macro-politica economica, orientata allo sviluppo, alla crescita, all'innovazione. Un new deal post Covid.

Ma alla risposta all'emergenza del coronavirus si è giunti attraverso una defatigante trattativa fra Stati, sotto la regia t…
L'epidemia di Covid 19, e la crisi che ha generato, hanno prodotto nella Ue modificazioni importanti ma non univoche. L'approvazione del Recovery Fund - l'esito di una riflessione e di un confronto di intensità inusuale su scala europea - è infatti un esito ambivalente.

Un punto a favore della "più stretta unione" è - oltre alla sospensione dei vincoli dei bilanci statali - che una parte dei finanziamenti del fondo deriverà da un debito comune negoziato sui mercati; il che fino a pochi mesi fa era anatema. Inoltre, per la prima volta la risposta a una crisi non sta nella "austerità espansiva" o nella manovra monetaria della Bce: l'Europa si impegna in una sorta di macro-politica economica, orientata allo sviluppo, alla crescita, all'innovazione. Un new deal post Covid.

Ma alla risposta all'emergenza del coronavirus si è giunti attraverso una defatigante trattativa fra Stati, sotto la regia tedesca, volta a mediare i conflitti e a equilibrare la Ue, oggi divisa secondo vecchie e nuove linee di frattura. Attorno all'asse franco-tedesco, in cui la Germania acquista sempre più peso, ruotano infatti costellazioni differenziate, per cultura, interessi, sistemi politici, modelli economici. Nulla di riconducibile al confronto tra famiglie politico-ideologiche, in realtà, quanto piuttosto alla geopolitica e alla geoeconomia.

Da una parte il gruppo dei "frugali" (Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Austria), Paesi del Nord orientati a mantenere basso il bilancio comunitario, rispetto al quale sono beneficiari netti. Dall'altra il gruppo cosiddetto "Visegrad" (Cekia, Slovacchia, Polonia, Ungheria), Stati dell'Est qualificati come "sovranisti", alcuni dei quali caratterizzati da un rapporto difficile con le regole democratiche, e tutti integrati nel sistema economico tedesco, e fortemente anti-russi. Infine, il Sud, cioè l'Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, dalle economie assai diverse fra loro ma uniti da difficoltà di bilancio e da ritardi nella modernizzazione dei rispettivi sistemi-Paese.

Così le istanze più schiettamente comunitarie - la Commissione e il Parlamento - hanno conosciuto un ridimensionamento del loro ruolo (e hanno protestato), a vantaggio del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, l'organo in cui gli Stati fanno valere ciascuno il proprio peso politico: è rinato un nuovo "concerto delle potenze europee", con le relative gerarchie. E questo "concerto" ha e avrà un direttore, la Germania, e un "primo violino", la Francia; due Stati garanti del compromesso finale.

Più Stato, quindi, dal punto di vista delle dinamiche politiche con cui si è giunti al compromesso. E più egemonia tedesca, in coincidenza con il semestre di presidenza della Germania, e in conseguenza della sua supremazia economica.

Ma anche più Europa, e non solo per la grande decisione economica a cui si è giunti. Gli Stati sono soggetti, per fruire del Recovery Fund, a controlli e limitazioni della loro sovranità. Il fondo dovrà essere speso, infatti, per attuare riforme che siano in sintonia con le logiche economiche e politiche dell'Unione. Un condizionamento che è da un lato comprensibile ma che dall'altro configura un vincolo per qualunque forza di governo, presente o futura, anche non in linea con il mainstream europeo. E può inoltre ridare fiato a chi, nei vari Paesi, griderà allo scandalo per i denari concessi a Stati "cicale", mentre altri protesteranno per le ingerenze europee negli affari interni di una nazione - soprattutto se queste ingerenze avranno l'obiettivo di imporre riforme impopolari - . Non sono quindi chiusi gli spazi per aspri confronti fra i componenti della Ue, e per le forze antisistema.

Insomma, la crisi del Covid è stata uno scossone che ha prodotto un sobbalzo, un movimento accelerato delle architetture e delle dinamiche europee. Qualcosa è cambiato nella Ue. Si è formata una consapevolezza più vivace e drammatica delle sfide a cui la Ue va incontro. E la partita non si è chiusa né con la netta sconfitta né con la vittoria assoluta dell'una o dell'altra delle due logiche che oggi si confrontano in Europa, in instabile equilibrio: quella comunitaria e quella intergovernativa. Non si può parlare di una implosione della Ue come qualcuno temeva o sperava; ma, certo, la qualità dell'Unione è ancora da decidere. Può restare ciò che oggi è, un campo di interessi differenziati, tenuto insieme, non senza contraddizioni, dall'euro e dalla capacità di autorevole mediazione di alcuni Stati; oppure può evolvere verso un assetto più stretto, se la situazione economica migliora e se si ravviva la fiducia dei popoli e delle élite nel progetto europeo.

Ma una cosa deve essere chiara: con integrazioni soltanto economiche e monetarie fra gli Stati membri non si raggiungerà mai una volontà politica unitaria della Ue. Il compito politico più complesso della storia - trasformare un insieme di Stati sovrani di lunga tradizione, e ancora disomogenei per molti aspetti non secondari, in un soggetto federato su scala continentale, con l'obiettivo di interagire alla pari con gli altri grandi attori della politica mondiale (e non tutti fra questi hanno interesse alla nascita di un'Europa unita e forte) - esige una consapevolezza, una volontà, un'energia politica che in occasione di questa ultima crisi hanno appena cominciato a baluginare, insieme però a tendenze contrarie. Oggi, se una "più stretta unione" viene forse percepita come necessaria, le cautele e le remore da parte di parecchi Stati sono tuttavia ancora molto forti. Ma per quanto carichi di storia ed espressione di una passata energia politica, i singoli Stati europei sono destinati, nel mondo di oggi, a un'esistenza secondaria, subalterna. E se l'Europa aspira a sua volta a essere un nuovo soggetto politico federale, deve sapere che la politica non fa sconti. Alla grande politica si arriverà solo attraverso la politica.