Midterm, se la grande incognita è Trump
di Paolo GarimbertiGli Stati Uniti vanno a votare per un’elezione di metà mandato tra le più drammatiche e bizzarre della loro storia. Drammatiche perché il mondo intero attende l’esito per cercare di capire con quale America avrà a che fare nei prossimi due anni, dopo che i primi due del secondo mandato di Donald Trump sono stati i più imprevedibili e spesso indecifrabili degli ultimi decenni, almeno da quando Richard Nixon fu costretto a dimettersi per lo scandalo Watergate.
Bizzarre perché il protagonista della campagna elettorale è stato un presidente che già quando giurò alla cerimonia inaugurale era il più anziano a entrare alla Casa Bianca da quando esiste la carica. E che negli ultimi mesi, sia nei comizi che nelle apparizioni pubbliche nell’ufficio ovale, ha detto cose che nessun presidente ha mai osato dire, è incorso in lapsus clamorosi («lo Stretto di Hormone», anziché di Hormuz, tra i più recenti) al punto da sollevare dubbi non tanto sulle sue condizioni fisiche, quanto sulla sua stabilit…
Gli Stati Uniti vanno a votare per un’elezione di metà mandato tra le più drammatiche e bizzarre della loro storia. Drammatiche perché il mondo intero attende l’esito per cercare di capire con quale America avrà a che fare nei prossimi due anni, dopo che i primi due del secondo mandato di Donald Trump sono stati i più imprevedibili e spesso indecifrabili degli ultimi decenni, almeno da quando Richard Nixon fu costretto a dimettersi per lo scandalo Watergate.
Bizzarre perché il protagonista della campagna elettorale è stato un presidente che già quando giurò alla cerimonia inaugurale era il più anziano a entrare alla Casa Bianca da quando esiste la carica. E che negli ultimi mesi, sia nei comizi che nelle apparizioni pubbliche nell’ufficio ovale, ha detto cose che nessun presidente ha mai osato dire, è incorso in lapsus clamorosi («lo Stretto di Hormone», anziché di Hormuz, tra i più recenti) al punto da sollevare dubbi non tanto sulle sue condizioni fisiche, quanto sulla sua stabilità mentale.
Il New York Times ha condotto un’indagine, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, su oltre seimila discorsi pronunciati da Trump tra il 2015 e ottobre di quest’anno. Il risultato è stato che il presidente è diventato con gli anni più prolisso, più ripetitivo, più volgare e più assolutista.
Le previsioni danno i democratici vincenti alla Camera dei Rappresentanti e con buone probabilità di conquistare la maggioranza anche al Senato. Il “governo diviso” (cioè il Congresso a maggioranza diversa dal partito del presidente) è tutt’altro che una novità nella storia americana. Ma in questo caso l’inquilino della Casa Bianca sarebbe sì «un’anatra zoppa», ma con la presunzione e l’intolleranza di Trump verso chi osa contraddirlo sarebbe soprattutto «un’anatra arrabbiata». E scatenata.
Ha già promesso che se perderà il Congresso diventerà «Mr. Veto». Ha dimostrato di poterlo e volerlo fare perfino con leggi approvate dai repubblicani, come quelle delle sanzioni alla Russia per la guerra in Ucraina. Facile immaginare lo scenario che si creerebbe con una vittoria democratica alla Camera bassa, ancora di più anche al Senato: un continuo, paralizzante braccio di ferro tra Casa Bianca e Capitol Hill, scandito però rispetto ai precedenti da toni e suoni trumpiani, non proprio il massimo del bon ton istituzionale, oltre che dell’eleganza e del rispetto.
Larry Tribe, costituzionalista di Harvard, ha detto al Financial Times: «Ci sono solo due tipi di elezioni per Trump, quelle che vince e quelle che sono state rubate. Se la gente si aspetta che dopo il 3 novembre sia chiaro in che mondo vivrà, allora rischia di restare delusa». È quella che un compagno di partito (deluso) del presidente chiama «la grande incognita trumpiana» che incomberà sull’America e sul mondo dopo queste elezioni di Midterm.
Stavolta però il refrain sulle elezioni rubate rischia di essere meno efficace e credibile che le elezioni di Midterm del 2018 (durante il primo mandato di Trump) o le presidenziali del 2020. E i precedenti sembrerebbero sconsigliare a Trump di avventurarsi su questo percorso. I tribunali si sono rifiutati di ribaltare i risultati e la stessa Corte Suprema ha respinto il suo tentativo di controllare il voto postale.
A questo si aggiunge che la popolarità di Trump è ai minimi termini e anche tra il popolo Maga la delusione è forte. Con una situazione economica estremamente difficile, i prezzi del carburante alle stelle, un presidente che sembra pensare soprattutto alla ballroom alla Casa Bianca, si fa regalare uno sfarzoso Boeing 747 dal Qatar per rimpiazzare l’Air Force One, ha l’ossessione per i monumenti a sé stesso o chiede (respinto da Google) di rinominare l’Oceano Atlantico con il suo nome, questo presidente non può pretendere di essere apprezzato e votato come undici anni fa.
Neppure la minaccia di un Congresso a maggioranza socialista, di una «cultura occidentale» in pericolo come ha detto Elon Musk, o l’esempio dei disordini in Francia come effetto dell’immigrazione musulmana, come ha dichiarato lo stesso Trump, sembrano avere grande efficacia elettorale in questi tempi grami del costo della vita troppo alto. E anche tra le fila dei repubblicani più tradizionali comincia a serpeggiare un certo istinto di sopravvivenza politica per il dopo-Trump.
Se Trump sta piuttosto male, dall’altra parte neppure i democratici sembrano stare molto bene. Soprattutto sono divisi tra quelli che vorrebbero usare l’eventuale doppia maggioranza per “vendicarsi” di Trump e perseguirlo per i suoi «illeciti arricchimenti» (con il rischio però di farne un martire come accadde con i due tentativi di impeachment durante il suo primo mandato) e quelli che invece pensano che una vittoria nel Midterm dovrebbe essere il trampolino di lancio per cercare una piattaforma elettorale e un candidato credibile per le presidenziali del 2028. Che sarebbe forse un approccio più saggio piuttosto di quello di una guerra senza prigionieri tra Congresso e Casa Bianca.
Dove comunque i democratici, anche in caso di vittoria in entrambe le Camere, potranno incidere poco sono i poteri del presidente sulla politica estera. Anzi tra gli analisti c’è chi teme che, in caso di sconfitta, Trump diventi ancora più avventurista e pericoloso sulla scena internazionale e provochi più danni di quanti ne abbia già fatti, soprattutto a quello che eravamo soliti chiamare Occidente.
Quello che è certo è che la sua attrazione fatale per i dittatori — da Xi Jinping a Putin — non cambierà. Ne avremo presto la controprova con il vertice dell’Apec a metà novembre e soprattutto con quello del G20 a dicembre, che si terrà proprio nel suo club di golf in Florida.