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L’Italia grande assente dal tavolo ucraino

Donald Trump (reuters)

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Deviazioni dell’8 novembre 2026
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Il governo italiano è un’organizzazione non governativa? Mentre intorno a noi si comincia a negoziare dietro le quinte un nuovo assetto paneuropeo a partire dalla fine del conflitto in Ucraina, Roma risulta non pervenuta. Il “grande, bell’accordo” evocato due giorni fa da Donald Trump dopo aver ricevuto alla Casa Bianca l’inviato russo Kirill Dmitriev – in barba alla sanzione che gli vieterebbe l’ingresso negli Usa – non è per domani e forse nemmeno per dopodomani. Ma qualsiasi intesa che ponga fine al massacro in Ucraina comporterà uno spostamento di pesi, misure e gerarchie nel contesto europeo, con riflessi mondiali. E noi zitti a prenderne atto.

Si prepara un fragile dopoguerra nel quale ucraini ed europei si vedranno i posti assegnati da Trump e Putin, su pelosa licenza di Xi. Sempre che la guerra non si prolunghi fino alla disintegrazione totale dell’Ucraina o allo scontro totale fra Russia e frammenti di Nato senza America. Finale per tutti.

Come sempre quando si negozia davve…

Il governo italiano è un’organizzazione non governativa? Mentre intorno a noi si comincia a negoziare dietro le quinte un nuovo assetto paneuropeo a partire dalla fine del conflitto in Ucraina, Roma risulta non pervenuta. Il “grande, bell’accordo” evocato due giorni fa da Donald Trump dopo aver ricevuto alla Casa Bianca l’inviato russo Kirill Dmitriev – in barba alla sanzione che gli vieterebbe l’ingresso negli Usa – non è per domani e forse nemmeno per dopodomani. Ma qualsiasi intesa che ponga fine al massacro in Ucraina comporterà uno spostamento di pesi, misure e gerarchie nel contesto europeo, con riflessi mondiali. E noi zitti a prenderne atto.

Si prepara un fragile dopoguerra nel quale ucraini ed europei si vedranno i posti assegnati da Trump e Putin, su pelosa licenza di Xi. Sempre che la guerra non si prolunghi fino alla disintegrazione totale dell’Ucraina o allo scontro totale fra Russia e frammenti di Nato senza America. Finale per tutti.

Come sempre quando si negozia davvero – cioè in (quasi) segreto – il campo di battaglia incrudelisce. I russi si accaniscono contro ciò che resta dell’Ucraina mentre Kiev risponde con quel che le resta dopo le limitazioni imposte da Washington alle sue capacità militari. Intanto vecchi e nuovi oligarchi o capi-milizia preparano la successione a Zelensky, che russi, americani e non solo considerano bruciato.

Qualche segnale sullo stato di avanzamento dell’accordo preannunciato da Trump, tanto più pericoloso perché ferito a morte, verrà dai prossimi incontri fra russi, ucraini e americani ad Abu Dhabi. Èevidente che gli assetti di potere in Europa non torneranno al 23 febbraio 2022. Lo scopo dell’invasione scatenata il giorno dopo da Putin non era solo riportare Kiev nella sua orbita imperiale ma riscrivere gli equilibri paneuropei d’accordo con gli americani e con il benestare dei cinesi. E noi? Finiremo come il soldato semplice Nemecsek dei Ragazzi della via Pál, l’unico senza gradi della sua banda, eroico campione di moralità che muore sacrificandosi per la causa?

Colpisce che il nostro presidente del Consiglio si alteri per lo stretto coordinamento del solito trio franco-britannico-tedesco, a parole indisponibile a farsi dettare i compiti da Trump, tantomeno di sottostare a Putin, salvo poi ritirarsi in disordine di fronte ai fatti compiuti. Qualche carta da giocare ce l’hanno, specialmente gli inglesi, antirussi per storia e vocazione. Londra è sempre l’attore occidentale più attivo nel sostegno militare, diplomatico e di intelligence all’Ucraina. Berlino è (stata?) la più decisa a dare per scontato un prossimo attacco russo alla Nato, anche per legittimare la riconversione militare della sua industria non solo meccanica in profonda crisi. Parigi sta provando a fare del suo arsenale nucleare il perno di uno schieramento antirusso che nasconde a stento il retropensiero antitedesco. Roma, direbbe Trump, semplicemente “non ha le carte”. L’impressione è che se anche ne avesse le nasconderebbe. Fosse mai diventassimo corresponsabili di noi stessi. Epperò l’Italia un posto a tavola all’altezza dei Tre lo pretende da sempre. Classico obiettivo “strategico” della nostra diplomazia. Ma l’etichetta esprime la sostanza. Se non abbiamo nulla da dire, perché dovrebbero invitarci? Si può guadagnare un ruolo solo se elaboriamo una linea per il dopoguerra, la perseguiamo nel tempo e stanziamo le risorse materiali e immateriali necessarie. Raro esempio di concretezza fu nel 1995 la decisione del ministro degli Esteri Susanna Agnelli di impedire ai caccia americani di usare le nostre basi se non ci avessero ammessi nel Gruppo di contatto sulla ex Jugoslavia. Dove infatti ci ammisero, ferma la nostra ostilità ad affermarvi qualcosa. Nella crisi ucraina non abbiamo un peso paragonabile, eppure nel marzo-aprile 2022 la Farnesina approntò una bozza di piano di pace che finì subito nel cassetto, quasi ci spaventasse l’idea di avere un’idea.

Oggi tutti trattano con russi e ucraini, che intanto trattano fra loro: dal papa al duo Finlandia-Norvegia, dai cinesi agli indiani, dai turchi ai brasiliani. E molti altri lavorano sottobanco. Aspettiamo che la storia ci serva un piatto avvelenato, cucinato da chi non ci considera nemmeno uno Stato? Parrebbe di sì. Forse è meglio che a tavola non ci facciamo vedere.

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