Il patto del dopoguerra su cui si sono fondate le basi morali dell’Unione europea e il contratto sociale che ha promosso lo sviluppo in Europa fino a circa vent’anni fa si fondavano su tre promesse: 1) Il lavoro ti avrebbe tenuto lontano dalla povertà. 2) Lo Stato avrebbe garantito a tutti l’accesso ai beni e ai servizi essenziali. 3) I tuoi figli avrebbero vissuto meglio di te.
Oggi tutte e tre queste promesse sono state infrante, e non è accaduto per caso. Non sono state erose da forze naturali. È stato il risultato di scelte politiche, presentate per decenni come prive di alternative. Decisioni sbagliate dei governi, a livello nazionale ed europeo, le hanno smantellate una dopo l’altra, comprese alcune decisioni prese all’interno della nostra stessa famiglia politica. Quel patto non è semplicemente in crisi: è collassato. Dalle manifestazioni studentesche alle proteste per il diritto alla casa, fino agli scontri violenti e irresponsabili, il messaggio è sempre lo stesso: il contrat…
Il patto del dopoguerra su cui si sono fondate le basi morali dell’Unione europea e il contratto sociale che ha promosso lo sviluppo in Europa fino a circa vent’anni fa si fondavano su tre promesse: 1) Il lavoro ti avrebbe tenuto lontano dalla povertà. 2) Lo Stato avrebbe garantito a tutti l’accesso ai beni e ai servizi essenziali. 3) I tuoi figli avrebbero vissuto meglio di te.
Oggi tutte e tre queste promesse sono state infrante, e non è accaduto per caso. Non sono state erose da forze naturali. È stato il risultato di scelte politiche, presentate per decenni come prive di alternative. Decisioni sbagliate dei governi, a livello nazionale ed europeo, le hanno smantellate una dopo l’altra, comprese alcune decisioni prese all’interno della nostra stessa famiglia politica. Quel patto non è semplicemente in crisi: è collassato. Dalle manifestazioni studentesche alle proteste per il diritto alla casa, fino agli scontri violenti e irresponsabili, il messaggio è sempre lo stesso: il contratto sociale europeo si sta sgretolando. Lo stesso messaggio emerge dalle urne, dove una quota crescente di cittadini sceglie di astenersi o vota esclusivamente contro qualcuno. Le nostre società sono più ricche sulla carta, ma più povere nella vita quotidiana; le nostre economie sono organizzate attorno a un sistema finanziario dominato dalle grandi imprese che estrae ricchezza anziché crearla; un’intera generazione è ormai quasi esclusa dall’accesso a un alloggio a prezzi sostenibili, alla sicurezza e a qualsiasi prospettiva credibile di un futuro migliore.
La nostra ricchezza collettiva non è scomparsa: si è spostata verso l’alto, concentrandosi nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone. Dal 2010, l’Ue ha dimostrato per tre volte di essere in grado di reperire risorse quando riconosce l’esistenza di un’emergenza. Durante la crisi greca, l’Ue ha mobilitato somme ingenti quasi da un giorno all’altro per proteggere le banche; nel giro di pochi giorni dall’inizio della pandemia ha messo da parte i suoi rigidi vincoli di bilancio e li ha nuovamente allentati quando l’Europa ha deciso di riarmarsi. Sono stati concessi alla Grecia oltre 200 miliardi di euro di prestiti per contenere il contagio finanziario, ma a condizione che venissero attuate politiche di austerità: la maggior parte di quelle risorse è andata ai creditori e alle banche, mentre ben poco è arrivato al bilancio pubblico. Nel 2020, per rispondere alla crisi del Covid, l’Ue ha sospeso le proprie regole di bilancio e, attraverso l’iniziativa senza precedenti di NextGenerationEU, ha messo in atto un massiccio indebitamento comune. Nel 2025, l’Ue ha attivato una clausola di salvaguardia per la spesa destinata alla difesa, aprendo la strada al riarmo.
Il vero limite non è la disponibilità di risorse, ma la volontà politica. Il vero limite è chi decide che cosa debba essere considerato un’emergenza. All’Europa non mancano i mezzi: è piuttosto affetta da una miopia più o meno deliberata. L’insicurezza economica e la percezione che le decisioni vengano prese senza tenere conto degli interessi dei cittadini hanno creato il terreno fertile su cui la destra radicale è cresciuta e continua a crescere. Smantellando i servizi pubblici, indebolendo i sindacati e trasformando l’insicurezza in una condizione permanente dell’esistenza, si è fatto sentire alle persone di essere state private del proprio potere, del senso di appartenenza e della speranza. La nuova estrema destra ha compreso questa rabbia. Promette controllo con la politica sui confini, cercando capri espiatori e indurendo le pene. Indirizza questa rabbia non verso l’alto, contro chi concentra ricchezza e potere, ma verso il basso, contro i migranti, le minoranze e le persone più povere.
Le forze progressiste in Europa non sconfiggeranno la nuova destra radicale limitandosi a gestire con maggiore diplomazia le cause che l’hanno generata. Dobbiamo riformare l’ordine economico che ha prodotto questa rabbia. E il primo vero terreno di confronto per ridisegnare questo ordine economico è la capacità finanziaria dell’Ue, e in particolare il bilancio su cui il Consiglio europeo, la Commissione e il Parlamento stanno negoziando proprio in queste settimane, e che determinerà la nostra capacità di investire nelle nostre società fino al 2034.
Prendiamo posizione (Take a stand). Purtroppo, la proposta presentata dalla Commissione europea e le successive modifiche apportate dal Consiglio europeo sembrano andare nella direzione opposta rispetto a quella necessaria: meno risorse per obiettivi sociali come la casa e la salute, marginalizzazione degli enti locali e delle specificità territoriali, meno fondi per proteggere le comunità dalle catastrofi naturali e per finanziare l’adattamento ai cambiamenti climatici. Per questo dobbiamo prendere posizione. Nel corso di una conferenza tenutasi ad Atene il mese scorso, abbiamo presentato la “Dichiarazione di Atene: un bilancio per la democrazia”, per chiedere un bilancio che metta al primo posto le persone e le comunità locali, anziché smantellare il tessuto sociale che rende i nostri quartieri sicuri e uniti.
Firmando questa iniziativa paneuropea su www.takeastand.eu, potrai unirti ad amministratori locali, sindaci e cittadini di altri Paesi per chiedere alle istituzioni europee di investire in un futuro equo, resiliente e autenticamente democratico per tutti. Non accettiamo che i tagli alimentino le paure di cui si nutrono gli estremismi e generino ulteriore disaffezione nei confronti del progetto europeo. La democrazia comincia là dove viviamo, nelle strade e nelle città che chiamiamo casa. Le decisioni che si stanno prendendo in queste ore a Bruxelles non sono semplici calcoli burocratici: riguardano la possibilità di permetterci una casa, di riscaldare le nostre comunità e di proteggere i nostri servizi pubblici locali. Facciamo sentire la nostra voce.
* Luca Menesini è il presidente del gruppo del Partito Socialista Europeo nel Comitato europeo delle regioni; Haris Doukas è il sindaco di Atene, vicepresidente del Gruppo del Partito Socialista Europeo nel Comitato europeo delle regioni
(traduzione di Luis E. Moriones)