“In carcere mi chiamano Giovanna d’Arco”. Le parole di Ilaria Salis che ora inizia a sperare
di Viola Giannoli«Le compagne di cella adesso mi chiamano Giovanna D’Arco». Ilaria Salis ora sta meglio, ha ritrovato un po’ di colore e un sorriso un po’ più sereno davanti alla mamma e al papà che ieri sono andati a trovarla nel carcere di massima sicurezza di Budapest in cui è rinchiusa da 11 mesi. È più rilassata di quando l’hanno vista tutti, alla prima udienza del processo a suo carico, nel quale rischia una condanna che va da 2 a 24 anni (la procura ne ha chiesti 11). Lunedì c’era la tensione per l’Aula, per le manette, le catene, il cinturone e il guinzaglio con cui era legata, e c’era il carico emotivo di rivedere, senza pareti di plexiglass, i suoi genitori e, dopo quasi un anno, gli amici di una vita, quelli di Monza e quelli di Milano.«Ero così emozionata che avevo dei giramenti di testa», ha raccontato Ilaria ai due genitori. «Lunedì era molto pallida — dice papà Roberto che ci racconta dell’incontro — Ieri invece l’ho vista più tranquilla, più bella, com’è mia figlia».
Prima di loro, i…
«Le compagne di cella adesso mi chiamano Giovanna D’Arco». Ilaria Salis ora sta meglio, ha ritrovato un po’ di colore e un sorriso un po’ più sereno davanti alla mamma e al papà che ieri sono andati a trovarla nel carcere di massima sicurezza di Budapest in cui è rinchiusa da 11 mesi. È più rilassata di quando l’hanno vista tutti, alla prima udienza del processo a suo carico, nel quale rischia una condanna che va da 2 a 24 anni (la procura ne ha chiesti 11). Lunedì c’era la tensione per l’Aula, per le manette, le catene, il cinturone e il guinzaglio con cui era legata, e c’era il carico emotivo di rivedere, senza pareti di plexiglass, i suoi genitori e, dopo quasi un anno, gli amici di una vita, quelli di Monza e quelli di Milano.«Ero così emozionata che avevo dei giramenti di testa», ha raccontato Ilaria ai due genitori. «Lunedì era molto pallida — dice papà Roberto che ci racconta dell’incontro — Ieri invece l’ho vista più tranquilla, più bella, com’è mia figlia».
Prima di loro, ieri mattina in carcere, era entrato il procuratore generale ungherese per parlare di lei e delle sue condizioni detentive. «L’ha trovata in condizioni negative», ha fatto sapere il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani. E più tardi un medico, uno psicologo e un’educatrice sono andati a farle visita. «Cose impensate prima», attenzioni in più, finora mai ottenute, conquistate solo adesso che il caso giudiziario di Ilaria Salis è diventato anche un caso umanitario e politico.
«Ora qui mi chiamano tutte Giovanna D’Arco per il can can che ho sollevato, perché con tutto questo rumore c’è stato un lieve beneficio per me e per le altre detenute. Sono diventata una specie di eroina», ha detto Ilaria a mamma e papà. Sono stati loro a spiegarle cosa stava succedendo in Italia dopo che sono state diffuse quelle immagini così dure del processo: lei, trainata peggio di un animale al guinzaglio da un agente speciale della penitenziaria, legata mani e piedi, con lividi ed escoriazioni delle manette sui polsi. «Sono molto soddisfatta dell’eco che hanno avuto quelle scene — ha detto Salis ai due genitori — Ora spero che tutto questo si traduca in qualcosa di concreto».
Anche il padre ha aggiunto che «qualche buon segnale è arrivato dal carcere e dalle istituzioni carcerarie, le cose stanno un po’ migliorando». E ora Ilaria Salis torna a sperare: «Comincio a vedere un po’ di luce». «Un moderato ottimismo», traduce il padre. Anzitutto perché il tempo in carcere passi meglio e più in fretta, tra i libri divorati che non bastano mai.
«Ne legge uno ogni tre giorni, ma quelli della biblioteca carceraria sono tutti in ungherese. Qui l’Ambasciata con grande disponibilità si è sempre fatta carico di farglieli arrivare ma ne sono concessi due al mese». Tra gli ultimi che ha letto ce n’è uno «che non è da lei», racconta il padre: Allegro ma non troppo, un saggio satirico di Carlo Cipolla sulla stupidità umana.
E poi spera Ilaria Salis che gli incontri Italia-Ungheria degli ultimi giorni, dopo 11 mesi di immobilismo, possano riportarla, prima o poi a casa: «Vorrei rivedere le mie amiche». Lunedì tra i banchi del tribunale di Budapest c’era anche una sua ex compagna di liceo, del classico Zucchi di Monza, sezione D. È da lì, da quella comunità, che gli ex studenti hanno lanciato, qualche giorno fa, un appello per Ilaria: «Con lei abbiamo condiviso spazi, pensieri, timori e slanci dell’età liceale, e come lei abbiamo mosso i primi passi di una consapevolezza di cittadinanza attiva, di partecipazione e responsabilità civile, nelle aule di quella scuola. Ilaria è una di noi», hanno scritto.
«Sono commossa per queste parole e per la solidarietà che mi sta arrivando e che mi state raccontando — ha confidato ai suoi genitori — Se è possibile, ditelo fuori: io ringrazio tutti. E abbraccio tutti con calore».