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Pete Brown, il “signore” dei pub: noi inglesi rigidi e diffidenti, ma al bancone cadono le barriere

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Parla il massimo esperto del Regno Unito: “I vip aiutano, ma questi locali resistono perché sono il cuore dell’identità britannica”
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LONDRA – Pete Brown è forse il massimo esperto di pub nel Regno Unito, ha pubblicato tredici libri a tema, scrive per il Sunday Times ed è stato nominato quattro volte “British beer writer of the year”. Nei giorni in cui l’ex 007 Daniel Craig compra uno storico pub londinese, sulla scia di Sheeran e McKellen, e mentre nel Regno Unito ne chiude quasi uno al giorno, spiega perché le star non basteranno a salvarli.

Brown, sarà questo il futuro dei pub? Adottati da star come Daniel Craig per non morire?

«Non credo. Gestire un pub è impegnativo, perciò diverse birrerie acquistate da celebrità hanno fallito. Craig non servirà pinte, ma ci mette il nome, ciò attira i clienti, e credo sia positivo, come qualsiasi iniziativa che riporti l’attenzione sui pub e sul loro ruolo nelle nostre vite».

LONDRA – Pete Brown è forse il massimo esperto di pub nel Regno Unito, ha pubblicato tredici libri a tema, scrive per il Sunday Times ed è stato nominato quattro volte “British beer writer of the year”. Nei giorni in cui l’ex 007 Daniel Craig compra uno storico pub londinese, sulla scia di Sheeran e McKellen, e mentre nel Regno Unito ne chiude quasi uno al giorno, spiega perché le star non basteranno a salvarli.

Brown, sarà questo il futuro dei pub? Adottati da star come Daniel Craig per non morire?

«Non credo. Gestire un pub è impegnativo, perciò diverse birrerie acquistate da celebrità hanno fallito. Craig non servirà pinte, ma ci mette il nome, ciò attira i clienti, e credo sia positivo, come qualsiasi iniziativa che riporti l’attenzione sui pub e sul loro ruolo nelle nostre vite».

Perché i pub sono ancora così attraenti, nonostante richiamino sempre meno clienti, soprattutto giovani?

«Perché il pub è un vero simbolo dell’identità inglese. Noi britannici siamo spesso persone rigide, mostriamo poco le emozioni, abbiamo difficoltà a socializzare e siamo sempre più diffidenti verso gli sconosciuti. Ma il pub abbatte tutte queste barriere. È uno spazio concepito proprio per rilassarci, essere informali, sentirci inclusi, e allevia anche le tensioni della nostra società. Rappresenta il meglio di questo Paese».

Però i costi crescono e sempre più pub chiudono nel Regno, alla media di quasi due al giorno.

«Purtroppo da noi le birrerie sono tassate in maniera davvero ingiusta, in proporzione meno dei grandi negozi. I governi devono sostenere i pub, ma non con elemosine, bensì con un trattamento più equo».

Ma non crede che di questo passo il pub, da “casa pubblica” (pub-lic house), possa diventare un’esperienza elitaria e non più popolare?

«È vero che oggi molte persone vanno al pub meno frequentemente, e cercano un’esperienza “premium”, più esclusiva e ricercata. Ma ci sono catene a basso costo come Wetherspoons con una filosofia opposta: non voglio che tu beva a casa da solo, ma in un contesto sociale e dunque più sano. Da quando ho cominciato a scrivere di birra, abbiamo perso il 25% dei nostri locali. Ma ci sono anche storie di grande successo, come il pub Thornbridge, a Sheffield, che ha resuscitato il centro città. Certo che sono preoccupato, ma non vedremo la morte del pub. Ne sono sicuro».

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