Sessant’anni fa l’alluvione che cambiò l’Italia: la lezione per salvarci dalla crisi climatica
di Giacomo TalignaniGli angeli del fango del '66
Fare memoria di ogni dettaglio di sessant’anni fa per prepararsi ad affrontare un futuro scandito dagli estremi della crisi climatica.
Forse è questa la lezione più urgente - ricordando vittime e angeli del fango - per far sì che ciò che avvenne durante l’alluvione di Firenze e dell’Italia del 4 novembre 1966 possa trasformarsi in un monito costante alla necessità di prepararsi davanti agli eventi estremi e al contempo in un insegnamento sulla nostra possibilità di adattarci e rispondere in maniera unita e solidale davanti alle emergenze.
Emergenze che sessant’anni dopo, a causa del surriscaldamento globale innescato dall’uomo, non sono più tali: sono ormai parte di una crisi lunga destinata a peggiorare se non porremo fine all’uso dei combustibili fossili.
Un'onda di tre metri, Firenze…
Fare memoria di ogni dettaglio di sessant’anni fa per prepararsi ad affrontare un futuro scandito dagli estremi della crisi climatica.
Forse è questa la lezione più urgente - ricordando vittime e angeli del fango - per far sì che ciò che avvenne durante l’alluvione di Firenze e dell’Italia del 4 novembre 1966 possa trasformarsi in un monito costante alla necessità di prepararsi davanti agli eventi estremi e al contempo in un insegnamento sulla nostra possibilità di adattarci e rispondere in maniera unita e solidale davanti alle emergenze.
Emergenze che sessant’anni dopo, a causa del surriscaldamento globale innescato dall’uomo, non sono più tali: sono ormai parte di una crisi lunga destinata a peggiorare se non porremo fine all’uso dei combustibili fossili.
Un'onda di tre metri, Firenze sott'acqua
A inizio novembre del 1966, mentre Firenze si preparava a celebrare la festa delle Forze Armate, pioveva ormai da giorni. Già il 3 novembre, le autorità fiorentine, preoccupate per l’ingrossamento del fiume Arno che viene costantemente monitorato, segnalano al Ministero della difesa le criticità in corso: da Roma rispondo con un invito alla tranquillità senza creare allarmismi.
I temporali che si abbattono su Firenze peggiorano nel frattempo la situazione: nel pomeriggio le stazioni pluviometriche registrano ormai valori elevatissimi, di notte cadranno tra i 180 e i 200 millimetri di pioggia. Sta per scatenarsi una delle più violente catastrofi italiane: il fiume esonda nel Casentino e nel Valdarno Superiore e corre verso valle. A Firenze arriva “un’onda alta tre metri che percorre le vie della città alla velocità di 60 km orari; dai lungarni, trasformati in un unico fiume, la melma si riversa ovunque travolgendo ogni cosa, penetrando abitazioni, chiese, edifici storici” racconterà in un successivo riassunto la Protezione civile.
I fiorentini vengono letteralmente sommersi: tra il 4 e il 6 novembre Firenze verrà travolta da 600mila tonnellate di fango. Le vittime della tragedia saranno 34, i danni incalcolabili. Nel frattempo in quelle stesse ore altre regioni sperimentano la paura, il Piave che si ingrossa in Veneto, le zone del Polesine allagate, il Tagliamento che straripa in Friuli, Trento invasa dall’Adige e Venezia che sperimenta acqua alta eccezionale.
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L’Italia è totalmente impreparata ad affrontare questa catastrofe. La stessa Protezione civile, nei racconti che narrano di quando acqua e fango inghiottirono Firenze e lo Stivale, parla di come fu “la prima volta che in Italia si percepisce l’assoluta mancanza di un sistema nazionale in grado non solo di intervenire efficacemente nell’emergenza, ma anche di monitorare razionalmente il territorio attraverso una costante attività di previsione e prevenzione”.
Ma nella tragedia è anche un’Italia che si unisce, reagisce e mostra il suo volto migliore: quello della solidarietà e degli aiuti, dello straordinario lavoro di vigili del fuoco e forze dell’ordine, degli angeli del fango.
Da soli fra il 4 e il 5 novembre i vigili del fuoco salveranno migliaia di persone in oltre 9mila interventi. E poi l’instancabile lavoro di tutti i volontari, giunti da ogni parte d’Italia, che fra il fango scavano, distribuiscono farmaci, viveri e aiutano persone ed animali.
Dall'impreparazione alla prevenzione sino al Mose di Venezia
Da quella rete di aiuti inizierà poi la rete della ricostruzione, a partire dalle condotte per l’acqua potabile sino a liberare le strade e mettere in sicurezza le frane. Poi la corsa solidale al recupero dei beni artistici, Firenze che diventa culla del restauro, l’arrivo di Ted Kennedy e altre celebrità che si rimboccano le maniche per aiutare, per ripartire.
In quei giorni Firenze, così come Toscana o Veneto, si aspettavano un alluvione che - senza i modelli e la tecnologia che oggi al contrario ci aiutano a prevedere e contenere i danni - è passata rapidamente da una possibile "già vista" esondazione a una evento di una furia inimmaginabile, con l’acqua arrivata a oltre 5 metri a Campi Bisenzio.
L’impreparazione, davanti a un tale fenomeno che ha colto la cittadinanza di sorpresa, come scrive anche la Protezione civile ha mostrato tutta “l’inadeguatezza della struttura centrale dei soccorsi”, dell’assenza di una rete di monitoraggio e di un possibile piano di prevenzione.
Da lì, Firenze diventa così spartiacque: nel 1970 nascono le “norme sul soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite da calamità” e l’attività dei volontari della Protezione civile viene riconosciuta.
La tragica alluvione di sessant’anni fa costringe poi a nuovi ragionamenti sulla prevenzione degli eventi estremi e nel 1982 viene inserita la figura del “commissario permanente” per le emergenze. Dieci anni dopo nascerà il Servizio Nazionale della Protezione Civile proprio con il compito di “tutelare l’integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e altri eventi calamitosi”.
La parola “prevenzione” - che oggi insieme a “mitigazione” ed “adattamento” fa parte del pacchetto d’armi fondamentale per affrontare la crisi del clima - diventa cruciale: dopo Firenze, sono richieste sempre di più le competenze scientifiche e nasce una cultura della prevenzione che include il coinvolgimento e la consapevolezza dei cittadini, oltre a una larga serie di opere.
Nei decenni saranno rafforzati argini, realizzate casse di espansione, studiati grazie a nuove tecnologie e sensori sistemi per fornire allerte preventive, migliorati i modelli previsionali e aumentati i piani di Protezione civile.
Dalla lezione del 1966 nascerà poi anche il Mose per proteggere Venezia. Nel capoluogo veneto l’ “acqua granda” di sessant’anni fa portò infatti ai ragionamenti sia sul "Modulo Sperimentale Elettromeccanico", l'opera di ingegneria idraulica in grado di difendere la città allagata sotto il record di 194 centimetri d’acqua, sia su una legge speciale varata nel 1973 che sanciva come il problema dell’acqua alta a Venezia era di “preminente interesse nazionale”.
Nuove alluvioni devastanti? Oggi "il rischio zero non esiste"
Il dopo alluvione, negli anni, da Firenze a Venezia è stato così una dimostrazione di una possibile reazione e preparazione agli eventi estremi, ma anche un percorso ancora tortuoso e incompleto, di quelli che in tempi di crisi climatica non possiamo e dovremmo permetterci.
Ancora oggi infatti diverse opere previste per difendere Firenze dalle alluvioni non sono state realizzate o completate: per tenere a bada l’Arno mancano per esempio tre casse d’espansione previste nel sistema Valdarno.
Grazie ad altri interventi come l’abbassamento dei fondali sotto Ponte Vecchio e Santa Trinita o la diga di Bilancino sulla Sieve è garantita oggi maggiore sicurezza a Firenze ma, come ha recentemente affermato Gaia Checcucci segretaria dell’Autorità di bacino, in caso di estreme alluvioni "il rischio zero non esiste". Per questo Firenze e l'Italia intera devono continuare a progettare le difese.
Nel frattempo infatti l’intensificazione della crisi del clima, con i mari caldi e carichi di energia, ci ricordano come da un momento all’altro potrebbero ripetersi eventi potenzialmente distruttivi ovunque: a differenza di sessant'anni fa però oggi siamo molto più consci e preparati, abbiamo risorse e tecnologie per difenderci e adattarci.
Il punto resta quanto intendiamo davvero investirci, quanto vogliamo in sostanza che la lotta alla crisi climatica venga finalmente messa al primo posto dell’agenda politica.