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Una catena umana per salvare gli Uffizi: così diventai grande

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L’attore e regista ricorda quando, a diciassette anni, si occupò di liberare gli scantinati allagati del museo. E conobbe l’amore
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Mi ricordo che quella mattina mia mamma Miriam, svegliandomi, mi disse: «Niente scuola oggi, c’è l’alluvione a Firenze e anche qui a Borgo». Io avevo diciassette anni, vivevo in un paesino nelle campagne mugellane e reagii a quella notizia in maniera un po’ bislacca, pensando: «Acqua uguale gomma!».

Sebbene non stesse piovendo, mi misi la cerata che avevo comprato quell’estate a Livorno per le regate: pantaloni di gomma gialli, giacca gialla, stivali gialli, in testa la tramontana gialla, tutto di gomma, tutto rigorosamente giallo. Così uscii ma era davvero tutto allagato. Un pompiere maligno mi vide e gridò, sfottendomi: «Che vai alla caccia alle balene?». Mi vergognai come un ladro, tornai di corsa verso casa, nell’androne mi levai la cerata e la nascosi sotto le scale. Tornai in piazza e il mitico Beppe Poggiali mi precettò subito e mi disse: «Allora domani vieni a Firenze, metti il tuo nome nella lista». Elettrizzato accettai.

Mi ricordo che quella mattina mia mamma Miriam, svegliandomi, mi disse: «Niente scuola oggi, c’è l’alluvione a Firenze e anche qui a Borgo». Io avevo diciassette anni, vivevo in un paesino nelle campagne mugellane e reagii a quella notizia in maniera un po’ bislacca, pensando: «Acqua uguale gomma!».

Sebbene non stesse piovendo, mi misi la cerata che avevo comprato quell’estate a Livorno per le regate: pantaloni di gomma gialli, giacca gialla, stivali gialli, in testa la tramontana gialla, tutto di gomma, tutto rigorosamente giallo. Così uscii ma era davvero tutto allagato. Un pompiere maligno mi vide e gridò, sfottendomi: «Che vai alla caccia alle balene?». Mi vergognai come un ladro, tornai di corsa verso casa, nell’androne mi levai la cerata e la nascosi sotto le scale. Tornai in piazza e il mitico Beppe Poggiali mi precettò subito e mi disse: «Allora domani vieni a Firenze, metti il tuo nome nella lista». Elettrizzato accettai.

La mattina dopo Beppe ci caricò su un furgoncino 850, che in genere usava per il lavoro del suo pastificio, e iniziò la nostra avventura alla volta di Firenze, dove si diceva ci fosse un pandemonio, fango ovunque, auto ribaltate, centinaia di opere d’arte distrutte. Io mi sedetti negli ultimi posti, tra il mio amico Antonio e Luisa. Nel sedile davanti i fratelli Vittorio e Maria. Questa Luisa aveva la mia età ed era veramente bella, angelicata. Da piccola la mia mamma aveva esclamato vedendola: «Marco, guarda che bella bambina!» ed io, da lontano, non smisi mai di guardarla.

Appena arrivati a Firenze ci scaricarono davanti agli Uffizi, un gigante che mette soggezione a tutto il mondo e che io avevo visitato emozionato con i miei professori del Liceo artistico. Era letteralmente sventrato: sembrava Hiroshima dopo l’atomica.

Ad ogni volontario venne assegnata una mansione diversa e io, Antonio e Luisa partecipammo alla catena umana per svuotare gli scantinati alluvionati del museo. Questo significò stare ore e ore a passarci faldoni sporchi di fango e nafta. L’odore era nauseabondo ma a noi non interessava. Si chiacchierava poco e si lavorava sodo, ma con gli occhi che sorridevano, pieni di entusiasmo, orgoglio e voglia di reagire. Il piacere più grande fu poi che quella catena mi incatenò a Luisa, che lavorava proprio accanto a me.

All’ora di pausa montai su una camionetta che mi portò a Campo Marte, vicino a casa della mia nonna Giulia. Anche lì trovai tutto devastato. La nonna si era salvata correndo al primo piano ma sul vestito, che aveva provato ad asciugare sul braciere, si vedeva ancora, all’altezza delle spalle, la riga orizzontale indelebile della nafta. Io la presi su con le braccia e ballando le cantai: «Viva la mi’ nonna alluvionata!». La feci molto ridere. A quel punto arrivò il mio babbo con una pompa per tirar via il fango e io tornai nei sotterranei degli Uffizi. Dopo il tramonto fermammo la catena, risalimmo sul furgoncino, con la stessa formazione dell’andata ma con uno spirito totalmente diverso: ci sentivamo parte di un’impresa più grande.

Ecco la stranezza: ero andato per dare una mano e trovai una mano. Mentre fuori era buio, cercai tra gli impermeabili la mano di lei, Luisa, l’accarezzai e lei la tenne stretta fino alla fine del viaggio. Erano due mani zozze ma piene d’intesa. Ovviamente lavorammo anche nei giorni successivi finché non passò l’emergenza. Ma quel bell’amore adolescente, fatto solo di sguardi e timidi bacetti, appena sbocciato venne interrotto da una chiamata: ero stato accettato alla scuola d’Arte drammatica del Piccolo Teatro e dovetti partire per Milano.

Dopo qualche tempo, davanti al Comune di Borgo San Lorenzo, con la banda che suonava solenne, le autorità consegnarono a noi volontari l’attestato di “Angelo del fango”. Io e Luisa eravamo seduti, di nuovo, vicini. Quel ricordo ancora oggi è incorniciato in salotto, ci ripenso ogni volta che ci passo davanti. Quel 4 novembre 1966 sono diventato grande e non lo sapevo.

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