Quel piano dimenticato contro la guerra ibrida. Ecco perché l’Ue rischia
di Gianluca Di FeoL’Europa ha tante parole e nessuna capacità operativa. Nel 2016 ha approvato un documento illuminante sulla guerra ibrida, che ne definisce le caratteristiche e indica le contromisure. Un piano d’azione molto concreto, perché è stato concepito in Estonia: il Paese che da vent’anni è in prima linea nel contrastare gli attacchi cyber russi e le campagne di disinformazione. Da quell’iniziativa è scaturita pure la creazione a Helsinki del “Hybrid Coe”, un centro studi che mette insieme esperti Ue e Nato. Sapete cosa hanno scritto due settimane fa? Che è «indispensabile una risposta unitaria europea». Ossia quello che era chiaro da un decennio ma non è mai stato concretizzato.
È sempre così quando si tratta di sicurezza, la materia in cui ottusamente le nazi…
L’Europa ha tante parole e nessuna capacità operativa. Nel 2016 ha approvato un documento illuminante sulla guerra ibrida, che ne definisce le caratteristiche e indica le contromisure. Un piano d’azione molto concreto, perché è stato concepito in Estonia: il Paese che da vent’anni è in prima linea nel contrastare gli attacchi cyber russi e le campagne di disinformazione. Da quell’iniziativa è scaturita pure la creazione a Helsinki del “Hybrid Coe”, un centro studi che mette insieme esperti Ue e Nato. Sapete cosa hanno scritto due settimane fa? Che è «indispensabile una risposta unitaria europea». Ossia quello che era chiaro da un decennio ma non è mai stato concretizzato.
È sempre così quando si tratta di sicurezza, la materia in cui ottusamente le nazioni non rinunciano all’esclusività delle competenze. Il muro di gelosie non si è infranto neppure quando il terrorismo islamista ha scatenato le stragi nelle città del Continente: la Commissione non è andata oltre la formazione di un ufficio di coordinamento, ignorato dai più. Non c’è da stupirsi: neanche l’invasione dell’Ucraina ha scosso l’Unione e a tutt’oggi la Difesa europea è ferma all’anno zero. Non c’è niente, neppure l’embrione di un comando comune.
Insomma, che si tratti di conflitti tradizionali o ibridi, l’Europa resta la grande assente. In compenso c’è la Nato, che ha strutture consolidate e partecipate di indubbio valore. La nuova realtà è l’evoluzione di scontri nell’ombra già combattuti durante la Guerra Fredda: una partita giocata all’epoca senza esclusione di colpi, che ha generato pure la “strategia della tensione”.
L’Alleanza Atlantica ha competenze e strumenti, c’è però una caratteristica fondamentale da non dimenticare: è un’organizzazione militare, che ragiona secondo questa mentalità. La sfida ibrida avviene invece in una dimensione diversa, che mette alla prova l’intera società: la qualità e l’efficacia della resistenza dipende dalla consapevolezza del pericolo maturata dalla cittadinanza. In Germania, ad esempio, è altissima e il Parlamento la scorsa estate ha ampliato i poteri dei servizi segreti, superando uno storico vincolo costituzionale. In Italia finora la guerra ibrida è stata un tabù. Un anno esatto fa, il ministro Guido Crosetto ha realizzato un dossier che illustra i rischi per il Paese e il possibile ruolo delle forze armate: un testo profetico che però è stato singolarmente chiamato “non paper”. Lo ha presentato nel Consiglio Supremo Difesa presieduto dal capo dello Stato. Il comunicato del Quirinale recita: «L’insieme di queste minacce rappresenta una sfida alla quale occorre reagire con necessaria tempestività e capacità, anche attraverso la definizione di nuovi strumenti». Giusto. Ma in dodici mesi non è stato fatto nulla. Il dossier è stato trasmesso pure alle Camere, che hanno evitato di esaminarlo.
Il testo di Crosetto indica una linea precisa: «Contenere non basta. Non possiamo pensare di superare la minaccia ibrida con un approccio settoriale o monodimensionale in quanto le crisi saranno sempre più sistemiche e simultanee. Occorre maturare, con strumenti chiari e tempi rapidi, una capacità di azione predittiva e adattiva volta a prevenire, dissuadere e assorbire gli attacchi ibridi». E sottolineava un punto chiave: «L’insufficiente deterrenza». La deterrenza è costituita anche dalla credibilità nel replicare agli attacchi. In Italia le operazioni offensive cyber sono state autorizzate nel 2022 da un decreto del governo Draghi. La questione diventa però altamente impopolare quando si esplicita contro chi vanno dirette. Sempre un anno fa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, ha posto il problema di come dare una risposta più aggressiva alle incursioni telematiche russe, precisando che «l’Alleanza e i suoi membri hanno molti più limiti per motivi etici, legali, giurisdizionali. Non voglio dire che sia una posizione perdente, ma è una posizione più difficile». Soltanto nel nostro Paese queste frasi hanno provocato una bufera politica, con maggioranza e opposizioni coalizzate nel contestare l’ammiraglio.
Quella polemica dimostra quanto sia complesso per una democrazia misurarsi con una situazione totalmente indefinita, in cui vere aggressioni si confondono con allarmi pretestuosi – come sta accadendo per le bombe sugli aerei – ma gli effetti sulla coesione della società sono comunque pesanti. Nessuno ha una ricetta vincente, ma tutti sono d’accordo sulla necessità di riforme e strutture operative che agiscano in una sfera europea. Il guaio è che finora si è fatto poco o nulla.