La sfida di Bergoglio per portare pace nell'Islam ferito dal fanatismo
di Tahar Ben Jelloun , di Tahar Ben JellounIl viaggio in Iraq di papa Francesco è un segno di speranza per una terra che ha visto migliaia di persone morire per mano degli estremisti in questi anni. Senza distinzione di religione
Per la prima volta nella storia un Papa visita l'Iraq. Papa Francesco ha sfidato la pandemia, determinato a visitare questa terra straziata, che non conosce pace dagli anni '80. Vent'anni fa, papa Giovanni Paolo II aveva programmato una visita a Bagdad, ma aveva dovuto rinunciare per motivi di sicurezza.
Francesco I ha insistito per andare in Iraq perché è un Paese che ha rischiato di scomparire a tutto vantaggio di un ipotetico Stato islamico. Oggi, lo spettro di quell'organizzazione aleggia ancora sul Paese, dove i cristiani sono particolarmente presi di mira.
L'Iraq vive quindi sotto la minaccia del fanatismo islamico. Il fatto che il Papa si rechi lì per una visita in grande stile della durata di tre giorni è una risposta simbolica a coloro che continuano a seminare il terrore in seno alla popolazione.
Il ruolo dei cristiani d'Oriente è primordiale. In quest'epoca di violenza e di fanatismo, è fondamentale che…
Francesco I ha insistito per andare in Iraq perché è un Paese che ha rischiato di scomparire a tutto vantaggio di un ipotetico Stato islamico. Oggi, lo spettro di quell'organizzazione aleggia ancora sul Paese, dove i cristiani sono particolarmente presi di mira.
L'Iraq vive quindi sotto la minaccia del fanatismo islamico. Il fatto che il Papa si rechi lì per una visita in grande stile della durata di tre giorni è una risposta simbolica a coloro che continuano a seminare il terrore in seno alla popolazione.
Il ruolo dei cristiani d'Oriente è primordiale. In quest'epoca di violenza e di fanatismo, è fondamentale che…
Per la prima volta nella storia un Papa visita l'Iraq. Papa Francesco ha sfidato la pandemia, determinato a visitare questa terra straziata, che non conosce pace dagli anni '80. Vent'anni fa, papa Giovanni Paolo II aveva programmato una visita a Bagdad, ma aveva dovuto rinunciare per motivi di sicurezza.
Francesco I ha insistito per andare in Iraq perché è un Paese che ha rischiato di scomparire a tutto vantaggio di un ipotetico Stato islamico. Oggi, lo spettro di quell'organizzazione aleggia ancora sul Paese, dove i cristiani sono particolarmente presi di mira.
L'Iraq vive quindi sotto la minaccia del fanatismo islamico. Il fatto che il Papa si rechi lì per una visita in grande stile della durata di tre giorni è una risposta simbolica a coloro che continuano a seminare il terrore in seno alla popolazione.
Il ruolo dei cristiani d'Oriente è primordiale. In quest'epoca di violenza e di fanatismo, è fondamentale che possano vivere la loro fede in tutta sicurezza. È un modo di dimostrare che le tre religioni monoteistiche si assomigliano e soprattutto si completano.
La mentalità orientale pensa che qualsiasi arabo sia necessariamente musulmano. Fatica a pensare e ad ammettere che altri arabi possano avere un'altra religione. Questo pregiudizio ha reso difficile il dialogo tanto sperato dalle menti illuminate nel mondo arabo-musulmano.
In Marocco, i rarissimi convertiti al cattolicesimo sono visti molto male dalla popolazione. Eppure, questo è stato l'unico Paese arabo ad accogliere in visita ufficiale due papi, Giovanni Paolo II e Francesco I.
La visita di papa Francesco in Iraq è un evento importante perché questo Paese, invaso nel 2003 dall'esercito americano, è stato e resta un territorio in preda alla violenza e al fanatismo.
È una terra altamente simbolica. È la terra del patriarca Abramo, il padre spirituale dei credenti, che veniva dall'antica Ur, in Caldea, nel Sud del Paese. Il Papa rientrerà in contatto con quella spiritualità che è stata fondamentale per la coesistenza dei musulmani e dei cristiani. Gli attentati che hanno colpito Bagdad il 3 luglio 2020 (323 morti) e il 21 gennaio 2021 (30 morti dopo che due kamikaze si sono fatti esplodere in mezzo a un mercato) non distinguono fra musulmani e cristiani. Tutti questi attentati sono stati rivendicati dal cosiddetto Stato islamico.
Dopo la conquista di Mosul, nel 2014, i terroristi dello Stato islamico hanno raddoppiato la loro ferocia. Da allora, il numero dei cristiani è costantemente diminuito, a causa del terrore esercitato da islamisti fedeli allo Stato islamico. Alcuni sono stati costretti a fuggire in esilio in Paesi europei, ma sono smarriti perché sentono la mancanza del loro Paese e non riescono a immaginarsi di ricostruirsi una vita al di fuori della loro terra natale.
La visita di papa Francesco è un atto altamente politico. Questa terra straziata, dove migliaia di iracheni sono stati assassinati, in questo momento ha bisogno di essere riparata e salvata. E questo riguarda sia i musulmani che i cristiani, che rappresentano una minoranza costantemente minacciata e che attende dal papa un sostegno forte.
Padre Sabri Anar ha avuto ragione a dichiarare che questa visita papale è "una luce nelle tenebre. La sua visita porterà la pace nei cuori". Questo viaggio eccezionale suscita molte speranze tra la popolazione, indipendentemente dalla fede religiosa. È una visita storica che vuole essere un sostegno morale e spirituale per una minoranza che per secoli è riuscita a coesistere con l'Islam. I cristiani sono particolarmente presi di mira dagli islamisti, che non sopportano che degli arabi possano essere di un'altra fede: ai loro occhi, sono dei traditori della "nazione musulmana".
Eppure, l'Islam celebra e rispetta gli altri profeti. Il Corano si è fortemente ispirato ai valori del cristianesimo e predica la pace fra credenti. Tutto questo papa Francesco lo sa e lo sottolineerà sicuramente ai suoi ospiti. È quello che ha detto in occasione della sua storica visita in Marocco nel marzo del 2019, una visita incentrata sul dialogo fra musulmani e cristiani.
Papa Francesco sorvolerà delle zone dove si nascondono gruppi jihadisti sunniti legati allo Stato islamico. Sa che il Paese vive sotto la minaccia del terrorismo islamico. Sa anche che il popolo iracheno ripone grande speranza in questa visita, anche se non a tutti fa piacere. Auspica di poter vivere in pace e che il Paese riesca a sbarazzarsi di queste cellule criminali che approfittano della fragilità dello Stato per commettere attentati e consolidare la loro presenza nella regione.
Papa Francesco sa che sta mettendo piede in una terra che non è sicura, un Paese dove il jihadismo non ha deposto le armi, malgrado la morte della sua guida Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico ucciso il 27 ottobre 2019 nel corso di un'operazione militare americana nel Nordovest della Siria.
Ci sono cartelloni lungo le strade che mostrano papa Francesco sorridente accanto all'ayatollah sciita Ali al-Sistani. È normale, considerando che il 60 per cento degli iracheni è sciita. Anche se questo non vuol dire che siano asserviti all'Iran: solo il gruppo Kata'ib Hezbollah, interamente sostenuto da Teheran, condanna questa visita, ma la sua influenza resta abbastanza limitata.
Il mondo arabo ha bisogno della sua componente cristiana. È per questo che bisogna difenderla e proteggerla contro tutti i fanatismi. I cristiani d'Oriente sono la prova di una coesistenza intelligente e solidale fra l'islam e il cristianesimo.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Francesco I ha insistito per andare in Iraq perché è un Paese che ha rischiato di scomparire a tutto vantaggio di un ipotetico Stato islamico. Oggi, lo spettro di quell'organizzazione aleggia ancora sul Paese, dove i cristiani sono particolarmente presi di mira.
L'Iraq vive quindi sotto la minaccia del fanatismo islamico. Il fatto che il Papa si rechi lì per una visita in grande stile della durata di tre giorni è una risposta simbolica a coloro che continuano a seminare il terrore in seno alla popolazione.
Il ruolo dei cristiani d'Oriente è primordiale. In quest'epoca di violenza e di fanatismo, è fondamentale che possano vivere la loro fede in tutta sicurezza. È un modo di dimostrare che le tre religioni monoteistiche si assomigliano e soprattutto si completano.
La mentalità orientale pensa che qualsiasi arabo sia necessariamente musulmano. Fatica a pensare e ad ammettere che altri arabi possano avere un'altra religione. Questo pregiudizio ha reso difficile il dialogo tanto sperato dalle menti illuminate nel mondo arabo-musulmano.
In Marocco, i rarissimi convertiti al cattolicesimo sono visti molto male dalla popolazione. Eppure, questo è stato l'unico Paese arabo ad accogliere in visita ufficiale due papi, Giovanni Paolo II e Francesco I.
La visita di papa Francesco in Iraq è un evento importante perché questo Paese, invaso nel 2003 dall'esercito americano, è stato e resta un territorio in preda alla violenza e al fanatismo.
È una terra altamente simbolica. È la terra del patriarca Abramo, il padre spirituale dei credenti, che veniva dall'antica Ur, in Caldea, nel Sud del Paese. Il Papa rientrerà in contatto con quella spiritualità che è stata fondamentale per la coesistenza dei musulmani e dei cristiani. Gli attentati che hanno colpito Bagdad il 3 luglio 2020 (323 morti) e il 21 gennaio 2021 (30 morti dopo che due kamikaze si sono fatti esplodere in mezzo a un mercato) non distinguono fra musulmani e cristiani. Tutti questi attentati sono stati rivendicati dal cosiddetto Stato islamico.
Dopo la conquista di Mosul, nel 2014, i terroristi dello Stato islamico hanno raddoppiato la loro ferocia. Da allora, il numero dei cristiani è costantemente diminuito, a causa del terrore esercitato da islamisti fedeli allo Stato islamico. Alcuni sono stati costretti a fuggire in esilio in Paesi europei, ma sono smarriti perché sentono la mancanza del loro Paese e non riescono a immaginarsi di ricostruirsi una vita al di fuori della loro terra natale.
La visita di papa Francesco è un atto altamente politico. Questa terra straziata, dove migliaia di iracheni sono stati assassinati, in questo momento ha bisogno di essere riparata e salvata. E questo riguarda sia i musulmani che i cristiani, che rappresentano una minoranza costantemente minacciata e che attende dal papa un sostegno forte.
Padre Sabri Anar ha avuto ragione a dichiarare che questa visita papale è "una luce nelle tenebre. La sua visita porterà la pace nei cuori". Questo viaggio eccezionale suscita molte speranze tra la popolazione, indipendentemente dalla fede religiosa. È una visita storica che vuole essere un sostegno morale e spirituale per una minoranza che per secoli è riuscita a coesistere con l'Islam. I cristiani sono particolarmente presi di mira dagli islamisti, che non sopportano che degli arabi possano essere di un'altra fede: ai loro occhi, sono dei traditori della "nazione musulmana".
Eppure, l'Islam celebra e rispetta gli altri profeti. Il Corano si è fortemente ispirato ai valori del cristianesimo e predica la pace fra credenti. Tutto questo papa Francesco lo sa e lo sottolineerà sicuramente ai suoi ospiti. È quello che ha detto in occasione della sua storica visita in Marocco nel marzo del 2019, una visita incentrata sul dialogo fra musulmani e cristiani.
Papa Francesco sorvolerà delle zone dove si nascondono gruppi jihadisti sunniti legati allo Stato islamico. Sa che il Paese vive sotto la minaccia del terrorismo islamico. Sa anche che il popolo iracheno ripone grande speranza in questa visita, anche se non a tutti fa piacere. Auspica di poter vivere in pace e che il Paese riesca a sbarazzarsi di queste cellule criminali che approfittano della fragilità dello Stato per commettere attentati e consolidare la loro presenza nella regione.
Papa Francesco sa che sta mettendo piede in una terra che non è sicura, un Paese dove il jihadismo non ha deposto le armi, malgrado la morte della sua guida Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico ucciso il 27 ottobre 2019 nel corso di un'operazione militare americana nel Nordovest della Siria.
Ci sono cartelloni lungo le strade che mostrano papa Francesco sorridente accanto all'ayatollah sciita Ali al-Sistani. È normale, considerando che il 60 per cento degli iracheni è sciita. Anche se questo non vuol dire che siano asserviti all'Iran: solo il gruppo Kata'ib Hezbollah, interamente sostenuto da Teheran, condanna questa visita, ma la sua influenza resta abbastanza limitata.
Il mondo arabo ha bisogno della sua componente cristiana. È per questo che bisogna difenderla e proteggerla contro tutti i fanatismi. I cristiani d'Oriente sono la prova di una coesistenza intelligente e solidale fra l'islam e il cristianesimo.
(Traduzione di Fabio Galimberti)