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La contessa di Castiglione/5: così Virginia chiuse fuori il mondo

La contessa di Castiglione in un ritratto realizzato da J. É. Blanche nel 1893 
Tra il 1871 e il 1878 vide sparire la cerchia di familiari e amici. Trasferitasi in place Vandôme preparò teatralmente la propria dipartita, tra broccati neri e minuziose indicazioni testamentarie
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Ci vogliono coraggio e fierezza per essere vittime o martiri. E i boia, di qualunque natura siano, vadano al diavolo» scriveva al suo avvocato Virginia, costretta a mettere in conto la prospettiva di uscire perdente dal conflitto con il figlio. Quella di vittima e martire sarebbe stata l’ultima e più memorabile interpretazione della sua carriera teatrale. Aveva sempre prediletto le parti tragiche: all’asta degli effetti appartenuti a Rachel si era assicurata il pugnale di Adrienne Lecouvreur, e la scena finale di Le mariage et la mort, la sola di un dramma da lei abbozzato e rimasto probabilmente incompiuto, ne è una conferma. Vi figura un’eroina pronta a salire sul patibolo per salvare l’amato, il quale assiste impotente al suo sacrificio. Ma il tempo che separava Virginia dalla fine della vita era ancora lungo, e lo avrebbe dedicato a raccogliere le prove necessarie a smentire le calunnie di cui era stata vittima, facendo trionfare la veri…

Ci vogliono coraggio e fierezza per essere vittime o martiri. E i boia, di qualunque natura siano, vadano al diavolo» scriveva al suo avvocato Virginia, costretta a mettere in conto la prospettiva di uscire perdente dal conflitto con il figlio. Quella di vittima e martire sarebbe stata l’ultima e più memorabile interpretazione della sua carriera teatrale. Aveva sempre prediletto le parti tragiche: all’asta degli effetti appartenuti a Rachel si era assicurata il pugnale di Adrienne Lecouvreur, e la scena finale di Le mariage et la mort, la sola di un dramma da lei abbozzato e rimasto probabilmente incompiuto, ne è una conferma. Vi figura un’eroina pronta a salire sul patibolo per salvare l’amato, il quale assiste impotente al suo sacrificio. Ma il tempo che separava Virginia dalla fine della vita era ancora lungo, e lo avrebbe dedicato a raccogliere le prove necessarie a smentire le calunnie di cui era stata vittima, facendo trionfare la verità. Studiata con cura, l’uscita di scena doveva consegnarla alla leggenda, ma intanto il suo cammino si trasformava in un “calvario” e la ragione si smarriva sotto il peso della sofferenza e dell’angoscia. E non aveva neanche quarant’anni.

Oltre al tramonto della sua bellezza, Virginia dovette affrontare una lunga serie di lutti. I più dolorosi furono il tradimento del figlio, la rottura definitiva con Cassagnac — il suo ultimo amante — e l’allontanamento del padre, in procinto di convolare a nuove nozze con una nobildonna portoghese che, per giunta, era più giovane di lei.

Nell’arco di pochi anni scomparve anche la maggior parte delle persone che nel bene e nel male avevano contato nella sua vita: dopo il marito e la madre, tra il 1871 e il 1875 morirono, in rapida successione, La Tour d’Auvergne, Napoleone III, Poniatowski, Laffitte, e nel 1878 sarebbe stata la volta di Vittorio Emanuele …

Nel giugno del 1878 Virginia lasciò l’Hôtel de l’Alma per trasferirsi in un mezzanino a place Vendôme, dove, al numero 26 di quella che cent’anni prima il principe Domenico Caracciolo aveva definito “la plus belle place au monde”, la più bella donna del secolo cominciò a mettere a punto la scenografia della sua uscita di scena. Dalla morte del marito aveva preso a vestirsi prevalentemente di nero — il che, oltre a ricordare la sua condizione di vedova, aveva il vantaggio di valorizzare la sua carnagione -, e il nero regnava anche nell’appartamento che le offriva rifugio dalla luce impietosa del giorno e dagli sguardi indiscreti.

Dopo il classico rosso e oro della sua camera nuziale e il melenso rosa confetto di quella di rue Castiglione, Virginia anticipava genialmente architetti e decoratori moderni creando un effetto che fino ad allora era riservato agli apparati funebri … Montesquiou avrebbe visitato l’appartamento dopo lo sfratto di Virginia rilevando la coerenza dell’impianto decorativo: «Ho trovato un salotto in rovina, dai muri dipinti di nero come il fondo degli affreschi pompeiani, con una piccola greca bianca a mo’ di fregio funebre, simile ai gioielli teatrali della regina d’Etruria ch’ella indossava al famoso ballo». Anche il pavimento era coperto da tappeti neri, e nero era il rivestimento di divani e poltrone. Ignoriamo se davvero, come vuole la leggenda, la padrona di casa avesse velato gli specchi per proteggersi dalla visione della propria decadenza, ma di certo non ce n’era bisogno: dalle persiane sempre chiuse poca luce filtrava nell’appartamento immerso nella penombra…

Chiusa su se stessa, porte e finestre sbarrate al mondo, la dimora di place Vendôme non era solo il rifugio da un presente in cui non c’era più posto per lei, ma il forziere dove custodire il passato, il tempio edificato per la gloria futura. Le pareti interamente tappezzate di fotografie immortalavano la bellezza e i trionfi della contessa e, sparsi sui tavolini o disposti nelle vetrine, ventagli, ninnoli, oggetti preziosi ne celebravano il gusto raffinato.

Lettere, telegrammi, dispacci, codici segreti e messaggi cifrati erano custoditi gelosamente in un baule — un altro si trovava alla Spezia -, a testimonianza del ruolo che aveva avuto nella grande Storia…

Ma ciò che più sconcertava i solerti funzionari erano i dispositivi di sicurezza dell’appartamento: grazie a un doppio ingresso — sulla piazza e su una strada laterale — i visitatori della contessa potevano andare e venire senza incontrarsi; inoltre, per accedere al mezzanino bisognava superare tre porte, poste su diversi livelli e dotate di un complesso sistema di serrature… e ciascuna di quelle porte veniva aperta solo dopo che il visitatore aveva fornito alla padrona di casa una parola d’ordine.

Per proteggere Virginia dalle sue ossessioni, invece, non c’erano lucchetti o catenacci abbastanza robusti. La mania di persecuzione di cui già decenni prima la madre aveva riconosciuto le avvisaglie era ormai cronica, e timori e sospetti non le davano tregua: aveva paura di essere spiata, derubata, assassinata, e la vita in generale le appariva carica di minacce, prima fra tutte quella di finire in miseria. Eppure non aveva paura di uscire da sola di notte, velata e avvolta in un’ampia mantella, e di girovagare con i suoi cagnolini nelle strade deserte…

Anche il ricordo dei familiari scomparsi aveva preso a perseguitarla: via via che passavano a miglior vita, non poteva più esimersi dall’affrontare i molti conti rimasti in sospeso con loro. Ce n’era uno solo — a cominciare da madre, marito e figlio — verso cui non avesse rimproveri da farsi? Cancellarli dalla memoria non poteva, ne aveva bisogno per ricordarsi quanto era stata amata… Li amava perché non avevano posto limiti al loro amore: «Così erano i miei morti, per quello li voglio tanto bene? Ed ora come mi trovo? Alla vecchia età senza di loro che mi hanno conosciuto giovane, bella, benestante, potente, utile e servizievole a loro come a tutti i bisognosi conclamati. Per natura buona e generosa mi trovo sola, malata, miserabile, maltrattata impotente qua e là e non potendo più andare avanti né punto né poco. Mutar vita, cambiare morte, perdere il mio paese di cui Italia feci!, disfarla, rifarmi francese e religione Russa, e dire addio a tutti e tutto».

Eppure le era stata negata perfino la consolazione di potere un giorno averli vicini nella tomba. Non era riuscita a fare rimpatriare i resti del figlio morto in Spagna: avrebbe voluto riunirli a quelli del marito, per poi essere seppellita con loro … Non le rimaneva dunque che allestire lo spettacolo della propria morte …

L’abbigliamento funebre era specificato minuziosamente: «Camicia da notte di Compiègne, 1857, batista merletti e vestaglia lunga a righe, velluto nero, peluche bianca (si trova al 14 di rue Cambon): al collo la collana di perle petite fille a nove giri, sei bianchi e tre neri, la solita collana, quella che ho sempre portato, con il soldo bucato di cristallo a mo’ di fermaglio, con le iniziali e la corona, ben nota a tutte le mie vestitrici; alle braccia, nude e distese, i miei due braccialetti, un onice con perla al centro e uno smalto nero, stella e brillanti, che sono altrove».

Ai suoi piedi, come cuscini, voleva Sandouga e Kasino, i suoi due maltesi impagliati, «belli, vestiti di tutto punto, cappottini azzurri e viola con le \[loro\] iniziali, e i collari a motivi di fiori rosa e cipressi».

E per finire ricapitolava le sue ultime volontà:
«1) Niente Croce. 2) Niente Sacerdote. 3) Niente Chiesa. 4) Niente Cerimonia. 5) Niente Fiori. 6) Niente Esposizione. 7) Niente Veglia. 8) Niente Medico. 9) Niente Giudice. 10) Niente Commissario. 11) Niente Console. 12) Niente Ambasciatore. 13) Niente Incaricato speciale. 14) Niente Sigilli. 15) Niente Eredi. 16) Niente Corteo. 17) Niente Pompe funebri. 18) Niente Partecipazioni. 19) Niente Annunci. 20) Niente Giornali».

Invocata e temuta, la morte arrivò il 29 novembre del 1899, alle prime ore del mattino. Colpita da apoplessia cerebrale, Virginia si spense quietamente, vegliata dalla vecchia domestica Luisa Corti e dai camerieri del Voisin. Aveva sessantadue anni. (5.fine)

Fine. 5
Anticonformista e libera, la Contessa di Castiglione è stata un personaggio chiave del Risorgimento. Benedetta Craveri la racconta