Alla Biennale di Istanbul, gli artisti inseguono una certa idea di libertà
dal nostro inviato Dario Pappalardo , dal nostro inviato Dario PappalardoIstanbul - Nel giardino delle piante medicinali di Zeytinburnu, entra all'improvviso un cane randagio: spaventa per un attimo un pavone e poi torna a giocare per conto suo. La scena da favola di Esopo è una sintesi possibile di questa Biennale di Istanbul. La diciassettesima edizione - l'ultima prima delle elezioni presidenziali programmate per l'anno prossimo - rappresenta un termometro per misurare quanto gli artisti siano liberi di intimorire il potere nella Turchia di Recep Tayyp Erdogan. Intorno, la città si presenta come un cantiere ininterrotto, con edifici demoliti di continuo: il presidente, in cerca del terzo mandato, ha lanciato un piano di ricostruzione nazionale che prevede solo nella capitale 50 mila nuovi alloggi.
Ma la più importante manifestazione del contemporaneo in questo Paese, organizzata dalla Istanbul Foundation of Culture and Arts sin dal 1987, riparte dal verde e dalla riqualificazione di spazi storici. L'inaugurazione no…
Istanbul - Nel giardino delle piante medicinali di Zeytinburnu, entra all'improvviso un cane randagio: spaventa per un attimo un pavone e poi torna a giocare per conto suo. La scena da favola di Esopo è una sintesi possibile di questa Biennale di Istanbul. La diciassettesima edizione - l'ultima prima delle elezioni presidenziali programmate per l'anno prossimo - rappresenta un termometro per misurare quanto gli artisti siano liberi di intimorire il potere nella Turchia di Recep Tayyp Erdogan. Intorno, la città si presenta come un cantiere ininterrotto, con edifici demoliti di continuo: il presidente, in cerca del terzo mandato, ha lanciato un piano di ricostruzione nazionale che prevede solo nella capitale 50 mila nuovi alloggi.
Ma la più importante manifestazione del contemporaneo in questo Paese, organizzata dalla Istanbul Foundation of Culture and Arts sin dal 1987, riparte dal verde e dalla riqualificazione di spazi storici. L'inaugurazione non poteva che essere tra gli alberi di questo orto botanico che è uno dei 12 luoghi in cui (fino al 20 novembre) si sviluppa la mostra con 82 partecipanti non superstar, senza un titolo né un tema definito. "Il modo in cui occupiamo il pianeta è l'argomento principale di questo momento", dice David Teh, curatore di Singapore, che firma la Biennale 2022 con la tedesca Ute Meta Bauer e l'indiano Amar Kanwar, che aggiunge: "Ci deve essere una maniera migliore di vivere, dobbiamo impararla. La pandemia ci ha dato l'opportunità di riflettere e di agire diversamente, ma cambiare davvero è difficile". Cambiare significa ascoltare testimonianze che non sono mai state registrate, come fa la messicana Laura Anderson Barbata, che porta il progetto Nuestra historia no se encuentra en un libro, in collaborazione con popolazioni indigene: pagine di carta e amache rosse legate ai tronchi, punti di colore per illuminare la cultura Yanomami, che, nelle foreste pluviali, non ha mai contrapposto il corpo umano a quello della natura.
Nelle sale del Pera Museum, a pochi passi dall'albergo dove soggiornavano i passeggeri dell'Orient-Express, mentre fuori le donne della comunità ucraina protestano contro la Russia, vanno in scena il Grande Gioco e le sue conseguenze nei rapporti tra est e ovest del mondo. Lamia Joreige, libanese, con Mapping a Transformation, realizza alle pareti un diario della memoria con pagine e fotografie che risalgono alla caduta dell'Impero ottomano. L'afgana Lida Abdul, nei fotogrammi di In Transit, mostra macerie e bambini che giocano, nonostante i disastri della guerra: "tutto è possibile quando tutto è perduto". La film-maker turca Gülsün Karamustafa con Insecure costruisce un percorso labirintico di pannelli bianchi e neri, scandito da video e suoni di vetri rotti: la libertà in Turchia è una materia fragile.
"Abbiamo pensato questa Biennale come un giornale, come uno spazio di informazione - spiega Bige Örer, direttrice della Biennale di Istanbul - utilizziamo la radio, abbiamo un Poetry Channel dedicato alla poesia, valorizziamo gli archivi storici: stiamo lavorando a quello sul femminismo turco. La conoscenza si può trasformare solo partendo dal passato. Una Biennale come questa, che si differenzia dalle altre per lo spazio che ha la città, la vera protagonista, vuole intessere relazioni che vadano al di là della mostra stessa". Se le si chiede quanto gli artisti siano svincolati dalla censura, risponde: "Gli artisti possono trovare diversi modi di esprimersi e fare in modo che le cose accadano".
A Istanbul, perché le cose accadano nonostante le derive autocratiche occorre che cambino nome, che si nascondano dentro qualcos'altro. A sud di Ni?anta?i, il quartiere di Orhan Pamuk, in una stradina intitolata a Papa Roncalli, c'è la sede della Fondazione Hrant Dink, dedicata al giornalista turco-armeno assassinato nel 2007. Nel cortile, una signora in grembiule rigira un pentolone di manti, ravioli tipici farciti. Il Manti Postasi - o Dumpling Post nella versione internazionale - è una rivista che esce in occasione della Biennale, nata grazie alla censura.
Nell'ottobre 2019, le autorità locali impedirono una conferenza sulla storia culturale ed economica di Kayseri, città dell'Anatolia. In alternativa, la Fondazione Dink decise di organizzare, sempre a Istanbul, un festival gastronomico in nome del manti: il Kayseri Dumpling Festival e la sua pubblicazione online e su carta hanno avuto origine così. Dentro la pasta, oltre al ripieno, c'è il tentativo di un'informazione alternativa e plurale: attraverso il cibo, si celebra la diversità culturale. "Se vieni silenziato, allora devi trovare un altro modo di parlare - raccontano qui - Qualcosa di simile al manti si diffuse in Europa nei periodi dell'anno in cui, per la Chiesa, non si poteva mangiare carne: la si nascondeva nell'impasto per celarla all'occhio di Dio. Qui non ci guardiamo da Dio, ma dai bandi troppo restrittivi".
"Si trovano tante strade", ribatte Melih Fereli, ex cantante e punto di riferimento della scena culturale, decorato dalla Regina Elisabetta II d'Inghilterra. Nel distretto di Dolapdere, ora dirige Arter, un edificio di 18 mila metri quadrati su sei piani, costruito dalla Vehbi Koç Foundation, con una vasca d'acqua all'ingresso dove d'estate si tuffano i bambini della zona. Aperto dal settembre 2019, è diventato un po' il MoMA della capitale turca: in questo momento, ospita cinque grandi mostre, tra cui una retrospettiva dell'americano Bill Fontana, che ha riempito una sala di suoni e immagini provenienti dalla cisterna romana dell'imperatore Teodosio. "Con Erdogan non abbiamo rapporti, in passato ho finanziato artisti curdi - continua Fereli - Qui affrontiamo temi sociali, promuoviamo programmi di performance, jazz, cinema. Vogliamo essere un hub aperto: permettiamo ai giovani di entrare gratis. Formalmente il nostro non è un museo: in caso contrario, dovremmo dipendere dai controlli dell'amministrazione locale. È solo Arter e i contributi sono esclusivamente privati".
La comunità artistica di Istanbul non dice, ma fa. "La poesia stessa è una forma di politica. Non servono necessariamente atti muscolari", spiega Renato Leotta, unico artista italiano arrivato a questa Biennale. Al Çinili Hamam, un bagno turco del 1540 restaurato e riaperto per l'occasione, porta un'installazione prodotta con il Castello di Rivoli. Il progetto Posidonia - Concertino per il mare prova un salto di specie non letale: è il tentativo di tradurre in musica la struttura della posidonia oceanica, la pianta "migrante" delle rive del Mediterraneo: "Ogni foglia contiene una partitura". Gli umani, ormai, non sono più i soli protagonisti. Lo dimostra anche l'opera di Orkan Telhan, che nel libro Museum of Exhalation intervista insetti e vegetali, mentre alla Müze Gazhane, l'ex centrale del gas, allestisce un giardino, senza dimenticare di lasciare il cibo ai gatti. Poco più in là, l'indonesiana Arahmaiani mette in atto una coreografia di bandiere colorate che sventolano parole chiave: "paesaggio", "speranza", "compassione", "donne", "uguaglianza". Alla fine ne resta soltanto una - rossa, come lo sfondo della mezzaluna turca - con la scritta "amore".