Fatma Aydemir guarda alla realtà con gli occhi di chi ha attraversato più vite: la sua e quella di altre generazioni di immigrati, arrivati in Germania dalla Turchia con il sogno di ricostruirsi un’esistenza dignitosa. Oggi vive a Berlino e ha scritto un libro diventato un caso editoriale: Tutti i nostri segreti, in Italia pubblicato da Fazi, per Der Spiegel è uno dei migliori romanzi usciti in Germania negli ultimi cento anni.
Racconta una storia che in parte pesca nelle vicende della sua famiglia, l’avventura malinconica di un immigrato turco che riesce dopo una vita di duro lavoro in una fonderia tedesca a comprarsi finalmente un trilocale a Istanbul, ma muore il primo giorno di pensione. Muore proprio tra quelle mura che avrebbero dovuto rappresentare il suo riscatto. Aydemir quest’anno è uno dei nomi di punta del Festivaletteratura di Mantova (oggi, ore 16.30 Aula Magna dell’università). La scrittrice ha un imprinting da attivista e non riesce a separare la letteratura dalla real…
Fatma Aydemir guarda alla realtà con gli occhi di chi ha attraversato più vite: la sua e quella di altre generazioni di immigrati, arrivati in Germania dalla Turchia con il sogno di ricostruirsi un’esistenza dignitosa. Oggi vive a Berlino e ha scritto un libro diventato un caso editoriale: Tutti i nostri segreti, in Italia pubblicato da Fazi, per Der Spiegel è uno dei migliori romanzi usciti in Germania negli ultimi cento anni.
Racconta una storia che in parte pesca nelle vicende della sua famiglia, l’avventura malinconica di un immigrato turco che riesce dopo una vita di duro lavoro in una fonderia tedesca a comprarsi finalmente un trilocale a Istanbul, ma muore il primo giorno di pensione. Muore proprio tra quelle mura che avrebbero dovuto rappresentare il suo riscatto. Aydemir quest’anno è uno dei nomi di punta del Festivaletteratura di Mantova (oggi, ore 16.30 Aula Magna dell’università). La scrittrice ha un imprinting da attivista e non riesce a separare la letteratura dalla realtà. Ha appena messo piede in città e si muove energica tra gli arredi aristocratici un po’ fané di Palazzo Castiglioni, in Piazza Sordello. Senza tergiversare dice subito quello che pensa: «Sa, l’Europa mi ha delusa, siamo arrivati troppo tardi».
A che cosa si riferisce?
«Siamo rimasti a guardare quello che accadeva in Medio Oriente quasi pietrificati. Lo slancio finale arriva troppo tardi, quando Gaza è ormai distrutta. Sono combattuta tra la tristezza e la speranza. Nel caso della Germania naturalmente ha pesato la responsabilità della Shoah».
I fantasmi del passato hanno influito nel dibattito pubblico?
«Sono stati determinanti. Bisogna considerare che la Germania ha costruito la sua nuova identità come Paese che ha imparato dai propri errori, dunque è sempre molto cauta. Il timore più grande è scoperchiare quel passato da cui si è affrancata attraverso la democrazia dei diritti. Questo spiega come mai il termine “genocidio” sia entrato solo ora nel dibattito tedesco con riferimento alla tragedia di Gaza».
Alla Mostra del cinema di Venezia ci sono stati appelli da parte di attori e registi per sostenere la Palestina e boicottare Israele. Pensa sia una via da seguire anche per gli scrittori qui a Mantova?
«La letteratura e l’arte sono sempre politiche ed è ovvio che artisti e scrittori devono sentirsi liberi di esprimere quello che pensano, devono poter far sentire la loro voce. Tuttavia ci sono molte guerre nel mondo e davvero non trovo giusto focalizzarsi soltanto su una, per quanto drammatica sia la situazione, sacrificando chi non rientra nell’appello».
Lei però da scrittrice ha sempre preso posizioni politiche, mostrando in più occasioni preoccupazione rispetto al successo dell’Afd in Germania e delle destre in genere.
«La mia paura è che il processo non si fermi qui e che le destre possano crescere in Europa. L’Afd ora è il secondo partito in Germania».
Il vicepresidente americano Vance lo scorso febbraio ha incontrato a Monaco la leader dell’Afd, Alice Weidel.
«È un’onda lunga, purtroppo. Mi piacerebbe pensare all’Europa come a uno scudo anti-Trump, ma non è così. Noi europei non siamo affatto immuni dal pensiero sempre più estremo che va diffondendosi negli Stati Uniti. La lingua che piace alle destre è la stessa tra le due sponde dell’oceano e punta a minare libertà e diritti conquistati. Si pensi alla battaglia contro l’aborto e alla lotta contro gli studi sul gender nelle scuole».
Lei viene da una famiglia di origini turco-curde, qual è la sua storia e come l’ha vissuta?
«Sono un’immigrata di terza generazione. Mia madre non è mai andata a scuola e tutto quello che ha imparato nella vita lo ha fatto da autodidatta. Il fatto che lei non avesse potuto studiare l’ha spinta a puntare su me e mio fratello, che abbiamo vissuto la nostra giovinezza sotto la costante pressione dei risultati scolastici. Sono stata la prima della mia famiglia a frequentare l’università. Sono cresciuta con l’idea che dovevo eccellere, una grande responsabilità».
Per il resto, a parte queste pressioni, come è stata la sua infanzia tedesca?
«Piuttosto isolata; l’ho trascorsa in gran parte insieme alle altre comunità di immigrati. Sono nata nel 1986 a Karlsruhe: negli anni Novanta, funzionava così. I miei genitori, inoltre, parlavano poco il tedesco e questo non facilitava le cose. Gran parte del tempo la gente come noi lo passava a difendersi dai pregiudizi».
Pregiudizi che sono stati finalmente sradicati?
«Anche se la tendenza è di costruire una società più aperta, le frange conservatrici continuano ad avere un peso molto forte. Le parlavo della mia paura della recrudescenza delle destre, in Germania come anche in Italia. È un fenomeno che si oppone ai progressi raggiunti con una violenza che ancora oggi mi stupisce».
Quando parla di violenza, a che cosa si riferisce?
«Non solo ai fatti con tutta evidenza gravi, ma anche alle piccole violenze diffuse nella vita quotidiana. L’ultimo episodio l’ho osservato proprio viaggiando verso Mantova. Ero sul treno e sono arrivati dei controllori. Sa a chi hanno chiesto i documenti? Solo a persone non bianche che avevano l’aria di essere immigrati. La stessa cosa succede in Germania».
Nel libro, un tema che fa da filo rosso è quello dell’identità. Il padre e i figli appartengono a mondi diversi, il primo ancora legato alla nostalgia per la Turchia, i figli ormai affrancati.
«La questione dell’identità è stata per me a lungo un rovello. Per tanto tempo continuavo a rigirarmi in testa le solite domande: chi sono, da dove vengo. Succede così in genere a chi sperimenta sulla propria pelle la marginalizzazione. Non solo gli immigrati, anche le persone che appartengono alla comunità Lgbtq+ possono avere gli stessi problemi. Poi è arrivato il momento in cui mi sono liberata e ho deciso di non fossilizzarmi dietro alla questione identitaria, o quantomeno di non impostarla in quei termini. Ho capito che la mia identità non era solo legata alle origini ma era fatta di tante tessere».
E quali sono queste tessere?
«Sono turca, curda, mamma, scrittrice, donna. E sa che le dico? Tutte queste altre categorie forse mi caratterizzano di più delle mie origini familiari».
IL LIBRO
Tutti i nostri segreti, di Fatma Aydemir, Fazi, Traduzione di Teresa Ciuffoletti, pagg. 324, euro 18,50
GLI INCONTRI
Fatma Aydemir sarà a Mantova all’Aula Magna dell’università (ore 16.30). Tra gli ospiti di questa seconda giornata del Festivaletteratura: Benedetta Tobagi su “Da suddite a cittadine” (Tenda Sordello, ore 16); l’autore bestseller vietnamita naturalizzato americano Ocean Vuong (Chiesa di Santa Maria della Vittoria, 16.30); l’intervento di Marco Malvadi è intitolato “La scoperta dell’acqua calda” (piazza Castello, 19.15)