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Booker Prize, vigilia e pronostici. Nell’anno della bufera sui premi letterari europei

I sei libri finalisti al Booker Prize 

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Sei i finalisti: da Elizabeth Strout a Marlon James, favorito nei pronostici degli scommettitori. Sul riconoscimento gravano le stesse accuse di sessismo che hanno già investito il Goncourt, funestato anche dall’affaire IA. Mentre allo Strega ci sono state le polemiche intorno al caso Mari-Murgia
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La sera di lunedì 9 novembre, a Londra, si assegna il Booker Prize, massimo riconoscimento letterario per libri di lingua inglese.Chi sarà il fortunato vincitore tra i sei scrittori finalisti? La domanda rimbalza da giorni sulla stampa internazionale, dove si sono scatenati pronostici e previsioni, sull’onda anche delle polemiche che negli ultimi mesi hanno già investito alcuni prestigiosi premi europei, dal nostro Strega al francese Goncourt. In entrambi a trionfare sono stati quest’anno scrittori uomini, in edizioni che saranno ricordate, qui in Italia, per il caso Murgia, scoppiato durante la famosa lite sul pulmino tra il futuro vincitore Michele Mari e Teresa Ciabatti, e a Parigi per l’esclusione di Thélyson Orélien, accusato di aver utilizzato l’IAnella stesura del romanzo C’était ça ou mourir.

La sera di lunedì 9 novembre, a Londra, si assegna il Booker Prize, massimo riconoscimento letterario per libri di lingua inglese.Chi sarà il fortunato vincitore tra i sei scrittori finalisti? La domanda rimbalza da giorni sulla stampa internazionale, dove si sono scatenati pronostici e previsioni, sull’onda anche delle polemiche che negli ultimi mesi hanno già investito alcuni prestigiosi premi europei, dal nostro Strega al francese Goncourt. In entrambi a trionfare sono stati quest’anno scrittori uomini, in edizioni che saranno ricordate, qui in Italia, per il caso Murgia, scoppiato durante la famosa lite sul pulmino tra il futuro vincitore Michele Mari e Teresa Ciabatti, e a Parigi per l’esclusione di Thélyson Orélien, accusato di aver utilizzato l’IAnella stesura del romanzo C’était ça ou mourir.

In Francia l’accusa di sessismo è stata rivolta da oltre 200 scrittrici, tra cui la Nobel Annie Ernaux e Virginie Despentes, in una lettera su Libération alle giurie dei principali premi letterari francesi (oltre al Goncourt, anche il Renaudot, il Femina o il Gran Prix de l’Académie française) che in pochi giorni sono stati assegnati tutti a uomini.

A completare il panorama dei premi sotto accusa, anche al Booker sono state rivolte le medesime critiche. Tra i sei autori arrivati finalisti, che si contendono l’ambito riconoscimento, ci sono solo due donne: la già premio Pulitzer Elizabeth Strout, che con Le cose che non diciamo, pubblicato in Italia da Einaudi, ha riscosso molto successo, e la poetessa inglese Rebecca Perry con l’unico romanzo d’esordio tra i candidati di quest’anno, May We Feed the King.

Mentre The Disappearers di Marlon James – che in Italia arriverà nel 2027 e il New York Times ha definito «il romanzo del decennio e forse del secolo», almeno finora, paragonandolo a I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, a Canto di Salomone di Toni Morrison e ad Assalonne, Assalonne! di William Faulkner – viene dato, neanche a dirlo, come favorito dagli scommettitori. Nonostante lo scrittore giamaicano abbia già vinto un Booker nel 2015, per Breve storia di sette omicidi.

Tra gli altri titoli in lista anche John figlio di John di Douglas Stuart (uscito in Italia per Mondadori), che come James ha già vinto il Booker in passato, secondo i pronostici potrebbe avere parecchie chance di trionfare. L’autore ha dichiarato in alcune interviste di aver sviluppato il libro durante un viaggio di 12 settimane nelle Isole Occidentali della Scozia, dove ha ambientato questo romanzo.

Infine, le opere degli ultimi due candidati, Black Bag di Luke Kennard e The End of Everything di M. John Harrison, immaginano uno strano esperimento condotto da un professore universitario – di cui è stato lodato l’aspetto umoristico, caratteristica rara per un candidato al Booker – e una Gran Bretagna distopica invasa e devastata dagli alieni.

Gli stessi autori in questi giorni hanno raccontato a più riprese le loro fonti di ispirazione. «Passo anni a raccogliere fili sparsi e poi, quando sento che il tessuto terrà, comincio a intrecciarli in una narrazione», ha rivelato Douglas Stuart. «Immagino di aver iniziato a interiorizzare John figlio di John già nel 1994, l’anno in cui sono andato all’università e ho scelto di diventare anch’io un “tessitore”. Ma è stato nel 2019, nel periodo di trepidante attesa per la pubblicazione di Shuggie Bain, che ho davvero trovato il filo conduttore per John figlio di John. Ho deciso di recarmi nelle Isole Occidentali. Era un luogo che avevo sempre desiderato vedere e avevo una vaga idea di ambientarvi un romanzo su un figlio ormai adulto richiamato a casa in una comunità di piccoli agricoltori per prendersi cura del padre difficile. Mi dissi che, anche se dal viaggio non fosse nato un romanzo, almeno avrei conosciuto meglio il mio Paese».

Allo stesso modo Elizabeth Strout ha così ricordato come è nato Le cose che non diciamo: «Una donna che lavora nella farmacia della città in cui vivo, nel Maine, un giorno, quasi due anni fa, mi sussurrò – non c’era nessun altro nel negozio – “Non ne parlo mai, mai con nessuno, ma voglio solo che finisca”. Si portò entrambe le mani ai lati della bocca e disse: “Le elezioni”. Le dissi che capivo cosa intendesse e me ne andai. Non ho idea di chi abbia votato, ma il suo dolore era palpabile. Così come il mio. Le cose che non diciamo è un omaggio a persone come lei, persone angosciate da come stanno le cose, ormai da alcuni anni, nel nostro Paese, gli Stati Uniti d’America. Questo non solo era vero mentre scrivevo il libro, ma lo è ancora di più ora; il libro mostra il declino della nostra democrazia. E nonostante tutto continuiamo a vivere la nostra vita quotidiana. Andiamo al lavoro, facciamo la spesa, facciamo passeggiate con gli amici, e tutt’intorno a noi stanno accadendo cose terribili, e la maggior parte di noi non ne parla». Non possiamo che darle ragione, in attesa di conoscere il verdetto finale.

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