Del nuovo campione della Formula 1 Andrea Kimi Antonelli si sono dette molte cose: per i record che ha battuto, per la sua vocazione che ha dato segni già dall'infanzia, per la rapidità del suo arrivo al vertice mondiale, per la simpatia che ispira con naturalezza. Talento, campione, emiliano, figlio, sorpresa sono tutti modi di definirlo che gli vanno benissimo. Nessuno però gli va bene come: «ragazzo».
Cos’è, Kimi? È un ragazzo. Ancor di più del suo amico Jannik Sinner che non è maggiore che di cinque anni ai 20 di Kimi (a quell’età però significa aver vissuto un quarto di vita in più: non poco) tuttavia ha sempre avuto nella sua determinazione un elemento di maturità, una piega che lascia poco spazio alla spensieratezza.
Del nuovo campione della Formula 1 Andrea Kimi Antonelli si sono dette molte cose: per i record che ha battuto, per la sua vocazione che ha dato segni già dall'infanzia, per la rapidità del suo arrivo al vertice mondiale, per la simpatia che ispira con naturalezza. Talento, campione, emiliano, figlio, sorpresa sono tutti modi di definirlo che gli vanno benissimo. Nessuno però gli va bene come: «ragazzo».
Cos’è, Kimi? È un ragazzo. Ancor di più del suo amico Jannik Sinner che non è maggiore che di cinque anni ai 20 di Kimi (a quell’età però significa aver vissuto un quarto di vita in più: non poco) tuttavia ha sempre avuto nella sua determinazione un elemento di maturità, una piega che lascia poco spazio alla spensieratezza.
Con tutto questo la definizione di «ragazzo» è diventata sfuggente. Ci si ricorda di quando in tv Roberto Benigni fece notare che Goffredo Mameli aveva scritto il Canto degli Italiani, poi divenuto Inno nazionale, all’età di vent’anni e che lui e molti degli eroi risorgimentali erano appunto ragazzi. Era un’osservazione sorprendente: i più, se non tutti, non l’avevano presente. Nella nostra epoca ci si chiama ragazzi e ragazze sino alla quarta età mentre i dodicenni, quando non «maranza», sono invariabilmente detti «bambini».
Ad aumentare la confusione contribuisce anche l’abitudine apparentemente inscalfibile (la si è avvertita anche nelle traduzioni simultanee della Maratona Mentana per l’elezione di Midterm di martedì scorso) di tradurre come «ragazzo» l’inglese colloquiale «guy», che si applica ai maschi di qualsiasi età, quando «guy» significa principalmente «tipo», «tizio». Perciò oggi si sente «ragazzo» e «ragazza» e non si può essere sicuri di cosa si stia dicendo.
«Ragazzo di 35 anni» non è un modo di dire sconosciuto alle cronache. Né la confusione riguarda soltanto l'italiano colloquiale: si può dire che l’italiano colloquiale ha sfondato la paratia ed è dilagato nell'italiano (che dovrebbe essere più formale, o almeno più sorvegliato) che si usa nelle situazioni sociali e pubbliche. Ma è almeno in parte vero anche l'inverso, perché c’è chi anche nelle situazioni colloquiali si sforza di usare espressioni più ricercate come «giovane donna» e «giovane uomo».
In passato, la parola «ragazzo» ha dato parecchio da discutere agli etimologisti che hanno poi finito per accordarsi sul fatto che si tratta di un arabismo: viene da raqqāṣ, che significa «messaggero, corriere». Nel caotico discorso generazionale, che è una delle cifre del nostro tempo, potremmo tenere buono almeno questo etimo e pensare che quella di ragazzi e ragazze è la condizione che ci consegna dei messaggi, sul mondo che abbiamo loro preparato e consegnato. Il ragazzo Antonelli continuerà a sfrecciare: ma allo sguardo adulto tutti i suoi coetanei spesso risultano altrettanto sfuggenti, imprendibili.
Questa è Lapsus dell’8 novembre 2026, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento