Il Mundial di Repubblica: Brera, Mura, Sconcerti e la nostra squadra di campioni

Il racconto: le grande firme dello Sport del nostro giornale, un settore nato da poco, vivono con animo diverso la vittoria dell'Italia al Mondiale '82. Smorto ricorda Brera e Mura, la rissa sfiorata tra Sconcerti e Tardelli e la riunione del mattino con Scalfari
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Nel 1982, al terzo piano di Piazza Indipendenza a Roma, la redazione sportiva ha solo quattro scrivanie, accanto ai dimafoni (dove vengono raccolti i pezzi degli inviati al telefono). In una notte di insonnia l'ho rivista in un film, usata come location: pareti di plastica gialline, le enormi macchine da scrivere in verticale per ricavarsi un po' di quiete a lavoro finito, l'elenco dei numeri utili, i portacenere pieni, l'Almanacco Panini e tanta, tanta carta: gli articoli già usciti, le foto, le cartelle piene di ritagli.

Il Mundial di Repubblica comincia il 20 marzo: Gianni Brera scrive il suo primo articolo, si presenta da diacono della pedata e racconta il ritorno di Antognoni dopo il grave incidente, quello scontro con Martina che poteva costargli la vita. Presentato in prima pagina in una posizione nobile, quasi una colonna e mezza di sottospalla, è il segno di un notevole cambio di rotta. Nata senza sport, Repubblica si è dotata in pochi anni di una forte redazione, guidata da Mario Sconcerti, con collaboratori del valore di Emanuela Audisio, ex nazionale di tennistavolo, e Gianni Mura. Brera si porta dietro decine di migliaia di lettori: è un colpaccio. Per la prima volta accetta l'offerta di un giornale che non ha una sede centrale a Milano.

Il diritto di parolaccia

Succedono fatti incredibili, e io osservo con l'entusiasmo stupito di ex stagista Fieg-Fnsi, assunto da un anno. Oliviero Beha, 33enne inviato speciale di talento ed ex mezzofondista, non gradisce l'arrivo di Brera. Scrive un articolo in cui lo definisce "l'Aristarco del Po", lo mette in pagina e anche in un sottotitolo. Oggi sarebbe impensabile, ma Repubblica allora è così: nella riunione del mattino con Eugenio Scalfari tutti hanno diritto di parola. Alberto Ronchey tiene la rubrica "Diverso parere", Massimo Bucchi lo sfotte con il suo "Diverso parare". 

Non mancano calci, sputi e colpi di testa come nel libro del calciatore di Avanguardia Operaia Paolo Sollier: perché l'ego, la gioventù e la voglia di emergere ci fa tutti un po' canaglie.  Ma abbiamo la fortuna di stare in questo circo, e vogliamo viverlo, giorno e notte. Un po' come la Nazionale di Bearzot - dice oggi Emanuela Audisio - quella di Scalfari era fatta di campioni, giornalisti anomali, passionali e sempre pronti ad accendersi. Lo sport di Repubblica vuole dire: essere meno della metà dei concorrenti e riuscire a farsi leggere. Vince il racconto, vincono le lunghe interviste. C'è una ricerca spasmodica di storie, capita che il football americano cancelli un articolo di calcio. A volte sono solo due paginette con pubblicità, conservo ancora le lettere di protesta alla Direzione per il poco spazio concesso. (Sconcerti, in quanto Capo Supremo, direbbe che questo è un pezzo freddo, che i protagonisti meritano cuore e rispetto, ci vuole più partecipazione).

Nell'anno di grazia 1982 scoppiano grandi amori, c'è un link molto forte con l'archivio, un settore che nel tempo sarà smantellato dalla presunzione "ormai si trova tutto sul web". Il settore dei dimafoni va quasi in tilt con l'arrivo di Brera: lo stile e il lessico del Maestro sono unici, c'è bisogno di un collega che sappia di sport e riesca ad interpretare al telefono certi passaggi, invece chiarissimi alle sue decine di migliaia di lettori.

Brera viene in visita in redazione con Lady Moratti, l'antenata del Triplete e testimone di cento grandi vittorie nerazzurre: dietro di loro si forma un corteo con proto e tipografi. Alla fine gli chiedo se ha bisogno di un taxi, e lui sorride ricordando che la signora Erminia ha l'autista. Fuma il Toscano, tiene nel borsello una fiaschetta di whisky, alle partite porto fiero la sua Olivetti. Detta in francese i pezzi all'Equipe. Gianni Mura dice che Brera scrive come se dovesse raccontare il calcio a un amico.

Al raduno premondiale, anche la canzone è moscia

Arriva il raduno premondiale ad Alassio, tocca all'ultimo arrivato andarci, e l'ultimo arrivato è felicissimo. Mi intruppo volentieri nella comitiva dei cinici bastardi, che non punta due lire su questa Nazionale. Il calcio italiano cerca una via d'uscita dal periodo nero del calcioscommesse, Bearzot cementa il gruppo contro il nemico più vicino, la famosa stampa nazionale. Che protesta per la mancata convocazione di Beccalossi: il ct darà uno schiaffo a una tifosa che lo aveva chiamato "scimmione", anche questo oggi sarebbe impensabile. Lo irridono perfino per aver preferito Paolo Rossi a Pruzzo. Quello che diventerà "Pablito" è sottopeso e fuori forma, non a caso snobba i giornali e si apre solo agli inviati della Rai Gianni Minà e Beppe Viola. Perfino la canzone "Azzurro vacanza, azzurro speranza" è moscia, altro che "You'll Never Walk Alone".

In questo clima, la Nazionale gioca male le ultime amichevoli premondiali, sembra un'avventura perdente. Visto adesso, un altro mondo. La frontiera fra la Spagna e il Portogallo che chiude di notte, l'interprete polacco che lascia il ritiro e chiede asilo politico. Sconcerti parte con Brera dietro la Nazionale, diventa per sempre "Il Navarro", uno del Nord, caldo e ostinato. Questo e altro ricorderà nel libro "Il Racconto dell'Italia", un punto di osservazione intimo su come gli stortignaccoli (Brera) diventarono campioni del mondo. Gli altri inviati si disperdono per i gironi, Mura incontra Brera (detto anche il Vate dagli altri inviati) solo il giorno della finale del "Bernabeu", "in preda a un malore dovuto proprio alla frustrazione di non poter scrivere". Per Gianni quei Mondiali sono gli ultimi a misura d'uomo: nel ritiro del Brasile si possono scambiare due parole con Zico o Junior prima che tirino un angolo. In quello francese, tutti i giocatori sono a disposizione della stampa dalle 12 alle 13.

La risposta di Maradona sui sogni

Oliviero Beha va dietro l'Argentina, intervista Maradona, che l'Italia ha scoperto al Mundialito del 1981, sugli schermi di una emittente privata appena nata, che si chiama Canale 5. La prima domanda è quasi poetica, la risposta è da Diego. "Che cosa sogna di notte?" "Sogno di essere me stesso, vuol dire che la mia vita è bella, no?". Un giorno trovo Oliviero sulle scale del giornale, fuori dalla porta blindata (il terrorismo era vita quotidiana, allora): Che ci fai qui? Chiedo. Arrabbiato per non so quale servizio non assegnato, è tornato indietro. Lo convinciamo a ripartire, la Direzione non lo saprà o farà finta di non sapere: avrebbe rischiato il licenziamento.

(Di Oliviero Beha conservo un'altra scena indimenticabile, ottobre 1982. Muore Beppe Viola, lui chiede di fare un pezzo. Carlo Marincovich, vice di Sconcerti, esperto di F1 e grande uomo di mare, glielo nega. Beha prende un aereo da Genova, si presenta davanti a Carlo e gli dice: togliti gli occhiali. Marincovich se li toglie, Oliviero gli molla uno schiaffo. Io li divido. Poi si vorranno bene).

Intanto l'Italia, contro tutti i pronostici, regge nel girone eliminatorio. Repubblica non ci crede molto, visto che in un titolo riesce a scrivere: "Brasile e Argentina, a noi!". Quella dei titoli è una questione aperta, siamo piuttosto sbarazzini. Una volta, dopo una sconfitta a Copenhagen, titoliamo: "C'è del marcio in Danimarca", citazione dall'Amleto di Shakespeare che i giocatori sull'aereo di ritorno - che ha portato i giornali italiani - non colgono, scottati come sono dallo scandalo scommesse. L'inviato di Rep passa un brutto momento, noi della redazione che siamo maligni e fessi, ridiamo.

La rissa sfiorata con Tardelli

Il silenzio stampa scava una fossa fra squadra e giornali. A Barcellona, nel piccolo campo di Gava, Tardelli e Sconcerti se le dicono tutte da lontano: poi entrambi si staccano dai rispettivi gruppi e fanno per avvicinarsi come fosse un duello. A fine allenamento, la scena si replica. Poi c'è l'Argentina, il racconto che tutti abbiamo letto, e il silenzio stampa diventa una specie di talismano. Anche qui, Rep dà il meglio, perché è più abituata a sparigliare. Scrive anche Enzo Biagi e invita e non sparare su Bearzot, qualunque cosa accada. Sarà un buon profeta.

L'Italia ha battuto il Brasile, Brera deve mettere il saio

Scrive: "E vero, ho chiesto a tutti, non credendo ai miei occhi e nemmeno a quello che c'è scritto sul mio taccuino: l'Italia ha battuto il Brasile". Ora Brera deve mantenere la sua promessa, mettere il saio dei flagellanti e seguire la processione di San Bartolomeo, il mese d'agosto, a San Zenone Po. Glielo ricorda Scalfari, che lo chiama allo stadio subito dopo la fine della partita, testimone Mario Sconcerti: "Ora devi onorare la scommessa".

Non ci sono prove fotografiche che lo abbia fatto. Claudio Rinaldi, direttore della Gazzetta di Parma e suo biografo ufficiale, unica fonte attendibile, mi racconta finalmente la verità: Brera scoprì quell'estate che la processione era stata cancellata da anni, segno di una attenzione fin troppo laica ai riti religiosi del suo paese.

Dall'Italia, dalla redazione tocchiamo fisicamente la svolta. Il giornale vende di più, la gente arriva nella notte sotto la tipografia in Piazza Indipendenza per aspettare Repubblica e il Corriere dello Sport del giorno dopo. Gianni Rocca, vicedirettore e cuore granata, tifa con noi con i piedi sul tavolo. Franco Magagnini e Franco Recanatesi, capiredattori, supervisionano le pagine: ma non era questo il giornale nato senza sport?

Il cambiamento si tocca alla riunione del mattino, dove i discorsi sulla politica vengono sovrastati dalle tattiche pre-partita. La Grande Capa della Cultura, Rosellina Balbi, tifosa del Napoli, interviene spesso, e qualche rara volta, in seguito, scriverà di Maradona. È la stessa prima pagina che si trasforma: le vittorie degli azzurri conquistano la testata.

Incontro con Bearzot nello stadio vuoto

La domenica della finale la redazione ufficialmente è chiusa. Invece ci sono dentro tanti colleghi che tifano: io ci passo nel primo tempo ma vengo mandato davanti al maxischermo di Piazza del Popolo. Ma non abbiamo giornale, per chi scrivo? Vacci, è l'ordine. Io ci vado, poi è il delirio. Di quel giorno, se già nato (ma tifavano anche le mamme incinte), ognuno ha il suo ricordo. Mario Sconcerti per esempio ritorna nel "Bernabeu" vuoto e vi ritrova Bearzot, solo. "In tutto questo miele io ci affogo, quanto mi fa schifo". Poi il ct se ne va con Zoff.

Prima e dopo, secondo Gianni Mura

Un pezzo indimenticabile, voce per voce. Per esempio, la squadra.

PRIMA Una massa di zozzoni, ha detto bene Matarrese, il presidente di Lega: bisognerebbe prenderli a calci in quel posto, eppure quel galantuomo di Sordillo gliele ha cantate chiare. Certo così di strada ne facciamo poca. E bravi quei deputati che hanno presentato un'interrogazione sui soldi che si beccheranno, dovrebbero darli a noi, altro che storie. Chi fermerà Boniek? Chi fermerà Uribe? Chi fermerà Kunde? Chi fermerà Maradona? Chi fermerà il Brasile? Ma ti rendi conto, passare avanti per numero di gol a pari punti col Camerun? Roba da vergognarsi per tutta la vita. E vanno pure in giro targati Italia, vanno.

DOPO Grazie ragazzi, siamo fieri di voi, sapevamo che non ci avreste tradito. Campeones, campeones: olé, olé, olé. Tanti Pabliti sono sbocciati nelle nostre notti calde, fiorite di tricolori, mentre voi vi battevate come leoni (aquile, tigri, pantere) in terra di Spagna. Ormai tutto è permesso, anche parafrasare Francesco De Gregori. Viva l'Italia, l'Italia dell'11 luglio, la testa nel pallone e il cuore in subbuglio, Italia che alle otto di sera si stringe tutta intorno alla bandiera. Tutto è permesso, anche sfottere il Papa, così impara a nascere polacco. Tutto è grande e luminoso, grazie ragazzi.

Qualche gomitata a Ciampino

Gli azzurri tornano su Ciampino, i tifosi si mischiano alla stampa e ne approfittano per qualche gomitata vendicativa. Io ci arrivo in motorino e scrivo il pezzo insieme a una prima firma della Cultura, Daniela Pasti. Grazie al Mundial, lo sport di Rep non è più Cenerentola: fino all'edizione del lunedì, che Brera purtroppo non vedrà, ucciso da un'auto impazzita del venerdì sera. Stava sul sedile posteriore, e trovarono un taccuino aperto. A dicembre saranno trent'anni, gli anniversari sono belli per celebrare quello che certe persone hanno lasciato, nuvole che continuano ad accompagnare i nostri passi.