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“La Cina riaprirà a marzo”, un misterioso screenshot da 450 miliardi fa decollare la Borsa di Hong Kong

Un documento non verificato circolato su WeChat indicava un possibile piano di riapertura per il marzo 2023. Un rumor che ha fatto schizzare tutte le piazze finanziarie cinesi
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PECHINO - Per due giorni un misterioso post su un imminente cambio di strategia da parte della Cina nella tolleranza zero contro il Covid ha scatenato le montagne russe sui mercati. Il post non verificato ha iniziato a circolare in gruppi privati di WeChat lunedì sera. Nessuno sa chi l'abbia scritto e quando. Ma uno screenshot finito poi su Twitter nelle ore successive nel quale si descrive una riunione in programma ai massimi livelli del Partito per studiare un piano di riapertura della Cina per il marzo del 2023 è bastato ai trader per fare incetta di titoli. In due giorni quelli dell'indice MSCI China hanno visto i guadagni arrivare a 450 miliardi di dollari senza contare quelli registrati nella seduta di venerdì. Un bel rimbalzo dopo il crollo storico della scorsa settimana quando, all’indomani della presentazione del nuovo Comitato permanente del Politburo di Xi Jinping, i titoli azionari erano caduti in picchiata e lo yuan sceso ai minimi da 14…

PECHINO - Per due giorni un misterioso post su un imminente cambio di strategia da parte della Cina nella tolleranza zero contro il Covid ha scatenato le montagne russe sui mercati. Il post non verificato ha iniziato a circolare in gruppi privati di WeChat lunedì sera. Nessuno sa chi l'abbia scritto e quando. Ma uno screenshot finito poi su Twitter nelle ore successive nel quale si descrive una riunione in programma ai massimi livelli del Partito per studiare un piano di riapertura della Cina per il marzo del 2023 è bastato ai trader per fare incetta di titoli. In due giorni quelli dell'indice MSCI China hanno visto i guadagni arrivare a 450 miliardi di dollari senza contare quelli registrati nella seduta di venerdì. Un bel rimbalzo dopo il crollo storico della scorsa settimana quando, all’indomani della presentazione del nuovo Comitato permanente del Politburo di Xi Jinping, i titoli azionari erano caduti in picchiata e lo yuan sceso ai minimi da 14 anni. 

“L'episodio illustra quanto sia difficile ottenere informazioni accurate all’interno della seconda economia mondiale”, scrive Bloomberg. Un secondo screenshot apparso ieri affermava che domani si sarebbe tenuta una riunione per alleggerire i requisiti di quarantena ed eliminare le restrizioni sui voli internazionali. Non ci sono prove dell'esistenza di tale comitato al momento e ieri il portavoce del Ministero degli Esteri, Zhao Lijian, ha negato di esserne a conoscenza. Dopo due giorni di speculazioni i mercati oggi sono tornati alla dura realtà: la Commissione nazionale per la salute ha dichiarato che il suo approccio di tolleranza zero rimane la strategia generale per combattere il virus.

Allentare la presa, è la paura del Partito, significherebbe ritrovarsi con milioni di casi e di morti (l’agenzia ufficiale Xinhua citava il mese scorso uno studio secondo il quale un’ondata di Omicron incontrollata potrebbe travolgere il sistema ospedaliero e portare a quasi 1,6 milioni di decessi) da gestire improvvisamente visto che i vaccini cinesi proteggono leggermente meno di quelli occidentali (che qui non ci sono), visto che gli over 60 sono quelli meno vaccinati, e visto che la popolazione cinese non è mai stata esposta al virus come avvenuto in altre parti del mondo e dunque non ha sviluppato l’immunità necessaria. In tre anni di pandemia, però, pochissime  - quasi nulle - correzioni sono state apportate alla strategia che Xi difende. La risposta è sempre la stessa, emergenziale: chiudere e testare. Un approccio che inizia ad essere sempre meno scientifico, sempre più politico. 

Una tolleranza zero che, se all’inizio ha contribuito a salvare molte vite, ora dopo tre anni sta stravolgendo la vita di milioni di persone. Emblematica la protesta, tre settimane fa, con gli striscioni contro Xi e la sua politica srotolati da un ponte di Pechino. O nei giorni scorsi le centinaia di operai fuggiti dalle restrizioni all’interno della Foxconn, la fabbrica che assembla quasi tutti gli iPhone venduti nel mondo. Al Congresso del Partito appena conclusosi, in molti speravano che il leader cinese offrisse delle indicazioni su un possibile allentamento. Non è stato così. Nessuno sa quando finirà. Uno dopo l’altro tutti i Paesi asiatici hanno abbandonato le restrizioni Covid. Non la Cina, che resta con le frontiere semi sigillate e che impone lockdown a milioni di persone non appena si verificano poche manciate di casi.

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In tutto ciò i focolai continuano a crescere. E pure le restrizioni. Il virus si è ormai diffuso in almeno due terzi delle 31 province del Paese, comprese alcune delle aree più grandi ed economicamente importanti. Come la provincia del Guangdong, potenza manifatturiera che lo scorso anno ha rappresentato il 23% delle esportazioni cinesi. Ci sono state nei giorni scorsi nuove chiusure a Canton, Shanghai, nell’area di Zhengzhou che ospita la Foxconn, a Macao e in molte città di frontiera.