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“All’inizio mi piaceva, ma poi guadagnare di più è diventato impossibile”

Giuseppina Mangogna 
Intervista a Giuseppina Mangogna, addetta a una mensa aziendale. “Le ore supplementari diventano un ricatto. La flessibilità conviene alle aziende”
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«All’inizio ero contenta, il part time mi permetteva di prendermi cura dei miei bambini e di contribuire un po’ alle spese, anzi mi sentivo fortunata. Ma poi, con gli anni, è diventata una prigione». Giuseppina Mangogna, 53 anni, siciliana, da anni a Siena, lavora suo malgrado con un contratto part time «da sempre», come la stragrande maggioranza delle sue colleghe. Ecco perché quando è riuscita a tornare all’università (si è laureata un mese fa in Servizi giuridici) al part time involontario ha dedicato la sua tesi di laurea.

Quante ore lavora a settimana?

«Adesso 20, per molto tempo sono state 18. Da anni tento di passare il full time, e come delegata sindacale mi batto perché tutti possano avere questa possibilità. Ma alle aziende conviene di più il giochino delle ore supplementari, che nessuno si rifiuta di fare perché tutti hanno bisogno di lavorare e di guadagnare qualche soldino in più. E poi, soprattutto i giovani, i neoassunti, sperano che in questo modo l’azienda decida poi …

«All’inizio ero contenta, il part time mi permetteva di prendermi cura dei miei bambini e di contribuire un po’ alle spese, anzi mi sentivo fortunata. Ma poi, con gli anni, è diventata una prigione». Giuseppina Mangogna, 53 anni, siciliana, da anni a Siena, lavora suo malgrado con un contratto part time «da sempre», come la stragrande maggioranza delle sue colleghe. Ecco perché quando è riuscita a tornare all’università (si è laureata un mese fa in Servizi giuridici) al part time involontario ha dedicato la sua tesi di laurea.

Quante ore lavora a settimana?

«Adesso 20, per molto tempo sono state 18. Da anni tento di passare il full time, e come delegata sindacale mi batto perché tutti possano avere questa possibilità. Ma alle aziende conviene di più il giochino delle ore supplementari, che nessuno si rifiuta di fare perché tutti hanno bisogno di lavorare e di guadagnare qualche soldino in più. E poi, soprattutto i giovani, i neoassunti, sperano che in questo modo l’azienda decida poi di stabilizzarli, con un contratto a tempo pieno».

E invece poi non avviene?

«No, perché in questo modo l’azienda mantiene la flessibilità, perché ci sono giorni in cui magari c’è qualcuno malato da sostituire, e giorni in cui non servono ore supplementari. Così si mantiene anche una produttività più alta. Senza contare che i lavoratori più ricattabili, quelli sia part time che a tempo determinato, sono disposti anche ad accettare le ore supplementari senza rispettare i parametri e le procedure che garantiscono la salute e la sicurezza dei dipendenti».

Dovendo rimanere a disposizione, i dipendenti part-time non riescono neanche a fare un secondo lavoro?

«No, e neanche un tirocinio. Io adesso vorrei fare il tirocinio di 18 mesi come consulente del lavoro, ma non riesco, anche se il tempo disponibile ci sarebbe e la legge me lo consente. Mi sono anche rivolta al mio sindacato, che sta cercando di risolvere la questione».

Quale soluzione ha trovato nella sua tesi di laurea per ridurre il part-time involontario?

«Bisognerebbe mettere al centro il lavoro standard, innanzitutto con la legislazione. Da noi per esempio su 65 dipendenti solo una decina sono full time: dovrebbe essere il contrario. E dare più spazio ai lavoratori, come prevede la legge sulla partecipazione presentata dal mio sindacato, la Cisl: così i delegati potrebbero interagire in modo più diretto con i datori di lavoro. Quando le aziende utilizzano un numero elevato di ore supplementari, è evidente che avere tanti dipendenti part time è soltanto una scelta opportunistica».

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