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Le imprese e la minaccia di dazi di Trump: “Sembra di esser tornati al Covid”

Matteo Liberali, presidente e ceo Lu-Ve Group 

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Parla Matteo Liberali, della Lu-Ve che produce grandi refrigeratori per supermercati, logistica e data center con impianti in Cina e Usa: “Il presidente è un mercante, fa annunci per arrivare a un risultato. Il problema è l’imprevedibilità che genera su filiere complesse: occorre sempre un piano B”
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MILANO – “Sembra di tornare indietro alla fase del Covid: devi essere pronto a tutto. Non dico che non ci dormiamo la notte, però sappiamo che è fondamentale avere una linea strategica da seguire, ma anche un possibile piano B”. Matteo Liberali guida la varesina Lu-Ve Group, classica multinazionale tascabile all’italiana controllata dalla sua famiglia. Quotata in Borsa, produce “scambiatori di calore” ossia le macchine per refrigerare supermercati, centri logistici e, in prospettiva, sempre più i data center. A fine 2024 ha allargato lo stabilimento in Cina e sta ultimando i lavori per triplicare quello di Jacksonville, in Texas: 22 milioni di dollari d’investimento per portare il fatturato americano dai 20 milioni attuali (su circa 600) a quota 100 nel medio periodo.

Italiani con un piede in Cina e uno negli Usa: siete tra le bordate della guerra commerciale…

“Sia in Cina che negli Usa puntiamo a produrre per presidiare i mercati domestici, i più importanti in prospettiva. Da tempo, …

MILANO – “Sembra di tornare indietro alla fase del Covid: devi essere pronto a tutto. Non dico che non ci dormiamo la notte, però sappiamo che è fondamentale avere una linea strategica da seguire, ma anche un possibile piano B”. Matteo Liberali guida la varesina Lu-Ve Group, classica multinazionale tascabile all’italiana controllata dalla sua famiglia. Quotata in Borsa, produce “scambiatori di calore” ossia le macchine per refrigerare supermercati, centri logistici e, in prospettiva, sempre più i data center. A fine 2024 ha allargato lo stabilimento in Cina e sta ultimando i lavori per triplicare quello di Jacksonville, in Texas: 22 milioni di dollari d’investimento per portare il fatturato americano dai 20 milioni attuali (su circa 600) a quota 100 nel medio periodo.

Italiani con un piede in Cina e uno negli Usa: siete tra le bordate della guerra commerciale…

“Sia in Cina che negli Usa puntiamo a produrre per presidiare i mercati domestici, i più importanti in prospettiva. Da tempo, nel nostro settore, negli Stati Uniti è centrale il tema dell’”American made”: ha un valore commerciale fondamentale”.

Come si affronta una minaccia di dazi come quella di Trump?

“Quel che sfugge è la complessità delle filiere. Il nostro principale competitor negli Usa è tedesco, e produce in Messico. Paradossalmente potremmo avere un vantaggio competitivo con loro, una volta potenziata la nostra capacità produttiva in Texas, se Trump arrivasse a imporre tariffe per l’importazione da quel Paese verso gli Stati Uniti”.

Ma…

“Noi stessi dobbiamo acquistare il rame dal Messico, perché gli Usa ne sono poveri. Ecco, allora, che se venisse colpita anche quella fornitura, ne risentiremmo. Così come per gli approvvigionamenti, perché nel nostro piano di costruzione della supply chain ci sono molti fornitori dal Messico. E non è solo una questione di componentistica…”

A cosa si riferisce?

“Siamo in una piccola cittadina del Texas, di quelle ‘da film’. I giovani, preparati, che attiriamo da noi, hanno il sogno della metropoli e spesso si trasferiscono. Oggi abbiamo 80 collaboratori, prevediamo altri 50 ingressi. Nel reparto delle saldature manuali, ad esempio, abbiamo quasi tutte donne e per il 90% di origini messicane: sono le più brave e probabilmente faremo più fatica a trovarne. Abbiamo un progetto con una scuola di formazione di ingegneri termodinamici della Colombia, dalla quale arrivano molto preparati: anche lì mi aspetto difficoltà”.

L’incertezza è la cifra del momento…

“E’ ormai chiaro che Trump è un mercante, un negoziatore. Già nel precedente mandato ha alzato la voce con la Cina, per portare a casa risultati. Ragiona per annunci, ma il problema è la sua imprevedibilità. Sulle macchine a fluidi naturali, ad esempio, come europei abbiamo un vantaggio di know-how: è quella la tipologia di prodotti che esportiamo direttamente da qui. Non sembra un ambito tanto ‘alla moda’ da finire sotto la lente dell’amministrazione americana, ma con questa presidenza ‘mai dire mai’”.

Cosa si aspetta dall’Europa?

“Purtroppo ci ha abituati al peggio. Siamo molto delusi per la tendenza a iper-regolamentare ogni ambito: la compliance (assicurare la conformità alle normative, ndr) ormai assorbe la metà dell’impegno di una società quotata come noi. Spero che il famoso rapporto Draghi, e la minaccia di Trump, diano una svegliata a Bruxelles: bisogna essere più uniti e flessibili, sennò la sconfitta sarà molto rapida”.

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