Koo (Nomura): “I dazi? Asia e Ue rafforzino le proprie valute e questa guerra finirà”
dal nostro inviato Francesco ManacordaRichard C. Koo, capo economista del Nomura Research Institute
CERNOBBIO (COMO) – Servirebbe un nuovo Accordo del Plaza, come quello che nel 1985 svalutò il dollaro contro le principali monete. Ma se allora furono gli Usa, sotto la presidenza di Ronald Reagan, a spingere per il deprezzamento; adesso invece dovrebbero essere l’Europa, la Cina, il Giappone e gli altri paesi asiatici – insomma tutti gli esportatori colpiti dai dazi – a “offrire” un apprezzamento del 20% delle loro valute».
Richard C. Koo è il capo economista del Nomura Research Institute, società di ricerca e consulenza legata al colosso finanziario Nomura. La sua visione, a cavallo tra Usa e Oriente come è stata del resto la sua carriera, non è convenzionale. E anche la sua ricetta per fermare la guerra dei dazi, che espone in un intervallo del workshop Teha a Cernobbio ha degli elementi di novità.
CERNOBBIO (COMO) – Servirebbe un nuovo Accordo del Plaza, come quello che nel 1985 svalutò il dollaro contro le principali monete. Ma se allora furono gli Usa, sotto la presidenza di Ronald Reagan, a spingere per il deprezzamento; adesso invece dovrebbero essere l’Europa, la Cina, il Giappone e gli altri paesi asiatici – insomma tutti gli esportatori colpiti dai dazi – a “offrire” un apprezzamento del 20% delle loro valute».
Richard C. Koo è il capo economista del Nomura Research Institute, società di ricerca e consulenza legata al colosso finanziario Nomura. La sua visione, a cavallo tra Usa e Oriente come è stata del resto la sua carriera, non è convenzionale. E anche la sua ricetta per fermare la guerra dei dazi, che espone in un intervallo del workshop Teha a Cernobbio ha degli elementi di novità.
Dalle Borse è arrivata una risposta esagerata ai dazi o no?
«Quel che Trump ha annunciato è di fatto la morte del libero scambio, cioè di quel meccanismo che ci ha permesso di crescere così bene dopo il 1945. Data la gravità della situazione non sono sorpreso da quello che è successo sui mercati».
Crede che vedremo altri scossoni al ribasso?
«Dipenderà se si arriva a una trattativa o se la guerra commerciale peggiorerà. Ma il problema è anche che Trump vuole ridurre il deficit commerciale americano usando i dazi e non ci riuscirà. È vero che questo deficit va corretto, perché uno sbilancio di tale entità e così prolungato è insostenibile ed estremamente malsano. Ma se alcuni paesi ne hanno approfittato è stato anche perché gli Usa non hanno fatto nulla al riguardo: avrebbero dovuto far scendere il dollaro in modo da rendere i loro prodotti più competitivi. Invece, da quarant’anni a questa parte il dollaro è sopravvalutato e adesso ne paghiamo il prezzo».
Se i dazi fanno male e in più non servono che fare?
«Serve appunto un’iniziativa dei paesi colpiti. Se europei, cinesi, giapponesi, taiwanesi, coreani e le altre economie asiatiche si unissero per proporre un accordo con Trump, offrendogli ad esempio una rivalutazione del 20% delle loro monete verso il dollaro, gli si potrebbe anche chiedere di levare i dazi».
Ci vuole un bello sforzo di immaginazione...
«Può essere, ma se si riuscisse a fare un accordo di questo genere salveremo il libero scambio. Se invece questo non avverrà penso che avremo una situazione molto brutta per settimane e mesi, fino a quando si arriverà a una soglia del dolore così alta per i paesi esportatori che dovranno dire: “Ehi, dobbiamo fare qualcosa sui nostri tassi di cambio con il dollaro”».
Intanto, con i dazi, il dollaro sta scendendo. Non pensava che invece sarebbe salito?
«No, mi pare normale. Se Trump è davvero intenzionato a ridurre il deficit commerciale degli Usa, e la mossa sui dazi dimostra che è serio, allora la cosa più semplice che può fare è chiamare il segretario al Tesoro e ordinargli di far calare il dollaro. Penso che molti operatori facciano questo ragionamento e siano quindi molto prudenti sull’idea di acquistare dollari».
Come vede l’economia Usa nei prossimi sei mesi? In calo?
«È assolutamente possibile. Perché oggi tutti navigano nell’incertezza e in un mondo globalizzato anche le aziende statunitensi dipendono dai prodotti intermedi realizzati in tutto il mondo e poi esportati verso le loro fabbriche. Non mi pare che Trump lo abbia chiaro, ma la globalizzazione è molto aumentata negli ultimi decenni. E se l’offerta di questi prodotti intermedi diventa incerta e sul loro prezzo non si hanno più sicurezze, allora questo influenzerà le scelte delle aziende Usa».