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I mercati scommettono su un Trump “dimezzato”

NEW YORK, NEW YORK - DECEMBER 12: Traders watch as President-elect Donald Trump walks onto the floor of the New York Stock Exchange (NYSE) with his wife, Melania, after being named TIME’s “Person of the Year” for the second time on December 12, 2024 in New York City. Trump also rang the opening bell on the trading floor. (Photo by Spencer Platt/Getty Images) 

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Il crollo dei titoli della Difesa e gli alti e bassi di Big tech anticipano una sconfitta del presidente. Resta il pericolo inflazione, ancora elevato
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«Ogni giorno si avvicina la disfatta di Trump», scrive su Substack Stephen Roach, “Wall street watcher” di provata esperienza. In effetti i mercati sembrano dargli ragione e aver già fatto la loro scelta, cioè una bruciante sconfitta per il presidente. Per essere più precisi, conoscono clamorosi tonfi le quotazioni delle Big Tech ma vengono sistematicamente recuperati con improvvisi rimbalzi, però resta il caveat del livello tenacemente alto dei bond a lungo: espressione di fosche previsioni per l’inflazione e quindi di aspettative per futuri rialzi dei tassi. Ci sono in questa sciarada indicatori interessanti: i titoli della difesa continuano a perdere quota, malgrado le guerre in corso e la richiesta del presidente di 500 miliardi di aumento delle spese per la difesa nel nuovo budget che in questi giorni sta prendendo forma (il “ministro della Guerra” Pete Hegseth ne aveva chiesti 1200 di miliardi aggiuntivi, ma è sembrato troppo perfino a Trump). Commenta Raphael Gallardo, capo eco…

«Ogni giorno si avvicina la disfatta di Trump», scrive su Substack Stephen Roach, “Wall street watcher” di provata esperienza. In effetti i mercati sembrano dargli ragione e aver già fatto la loro scelta, cioè una bruciante sconfitta per il presidente. Per essere più precisi, conoscono clamorosi tonfi le quotazioni delle Big Tech ma vengono sistematicamente recuperati con improvvisi rimbalzi, però resta il caveat del livello tenacemente alto dei bond a lungo: espressione di fosche previsioni per l’inflazione e quindi di aspettative per futuri rialzi dei tassi. Ci sono in questa sciarada indicatori interessanti: i titoli della difesa continuano a perdere quota, malgrado le guerre in corso e la richiesta del presidente di 500 miliardi di aumento delle spese per la difesa nel nuovo budget che in questi giorni sta prendendo forma (il “ministro della Guerra” Pete Hegseth ne aveva chiesti 1200 di miliardi aggiuntivi, ma è sembrato troppo perfino a Trump). Commenta Raphael Gallardo, capo economista di Carmignac: «Indica una futura aspettativa di pace con gran sollievo per i conti pubblici, il che al mercato piace molto. Resta il problema dell’inflazione ormai acquisita. Anche i Dem hanno un programma di spese, però decisamente inferiore e concentrato sull’aspetto sociale». Sta di fatto che il benchmark del settore difesa in Borsa, l’iShares US Aerospace and Defence ETF, è caduto del 16% fra l’inizio di luglio e la metà di ottobre, comparato con il 3,5% di aumento dello S&P 500 index.

Resta l’imprevedibilità del presidente. Provoca Alec Ross, che di elezioni ne ha viste tante fin da quando era consulente di Obama: «Qualsiasi sia il risultato e comunque reagiranno i mercati, Trump farà sempre del suo peggio. Il meccanismo costituzionale americano permette che un presidente, per quanto ridotto ad “anatra zoppa”, problema del resto frequente quasi a ogni midterm, possa continuare a governare con i decreti esecutivi. Anche se il Congresso ora gli si metterà contro più decisamente con leggi correttive, lui avrà la facoltà di porre il veto su queste leggi e quindi andare avanti». Non è del tutto vero, obietta Robert Wescott, capo economista dell’amministrazione Clinton: «Il cambiamento di clima si farà sentire. Basta che cambino casacca tre o quattro deputati perché cambi il controllo politico. Fra i fattori, non dimentichiamo la rabbia popolare per gli aumenti fino al 18% dei costi dell’energia dovuti ai data center, una delle creature preferite di Trump: ne sono in costruzione in America dieci con il supporto alla Casa Bianca ma con una dilagante impopolarità presso il grande pubblico». È quest’ultimo un altro motivo delle difficoltà degli “hyperscalers” dell’AI, spiega Jonathan Pingle, chief US economist di Ubs: Big Tech ha già i suoi problemi per gli immani investimenti, gli incerti ritorni, le paure di essersi spinti troppo in là, «e probabilmente anche se i Democratici non riuscissero a conquistare il Senato oltre alla Camera sarebbero in grado di mettere i bastoni fra le ruote al presidente durante i suoi ultimi due anni di mandato. Le proposte in materia di spesa e tassazione potrebbero finire in stallo (gridlock), ma non credo che i Dem sfrutterebbero la vittoria per giustificare ostruzionismo contro la costruzione di data center. Si avrà solo più controllo sulle aziende tecnologiche e sullo sviluppo dell’AI, con la richiesta di più audizioni al Congresso. Sfide analoghe potrebbero coinvolgere l’industria fossile».

Ma la maggiore incognita, con riflessi sui mercati perché induce a pensare a rialzi dei tassi, rimane l’“affordability”, il vivere con un’inflazione alta. I mercati saranno pure ottimisti sul ridimensionamento dei poteri di Trump, ma non mancano le incognite. «Il quadro più deleterio – osserva John Lonski, già capo economista di Moody’s – sarebbero gli scambi: noi Dem concediamo più spese per la difesa, tu Trump ci dai mano libera sull’assistenza sanitaria. Sommando i fattori, addio controllo fiscale. Dovremo abituarci oltre che a deficit abnormi a tassi del 5,50% sui titoli a lungo. In questo clima di difficile riconciliazione delle opposte esigenze, sempre più prolungati saranno gli shutdown che, oltre a privare dello stipendio i dipendenti pubblici, impediscono alla Fed di accedere a dati essenziali per le decisioni monetarie». Le agenzie ufficiali di prediction market la pensano come i mercati: la Camera (219 Repubblicani e 214 Democratici con 2 seggi vacanti), dovrebbe essere conquistata dai Dem con relativa facilità. Al Senato, dove sono in palio 35 seggi, è più dura: vi siedono 53 Repubblicani e 45 Democratici, più 2 indipendenti che votano con i Democratici. Per controllarlo, i Dem devono strappare ai Repubblicani 4 seggi e mantenere i 13 in loro possesso. Ma i mercati ci credono. “Azzoppare” Trump porterebbe a un ridimensionamento delle richieste di spese militari agli altri Paesi Nato e ridurrebbe la pressione sui Paesi arabi, con qualche speranza in più della fine della guerra in Iran. Sono prospettive di medio termine: il sistema finanziario resta sotto stress, le valute dei mercati emergenti soffrono per il recente recupero del dollaro, perfino l’euro (indebolito dai titoli di Stato francesi in difficoltà per motivi interni) vede in pericolo la sua stabilità.

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