Brasile, scoppia lo scandalo degli abusi nel calcio
Daniele Mastrogiacomo , di DANIELE MASTROGIACOMOIl primo a rompere l'omerta è stato Alê Montrimas, ex portiere del Sao Paolo. Infrangendo un muro di omertà: molte giovani promesse del calcio brasiliano vengono abusate da dirigenti e allenatori. Ma tacciono, pensando sia il prezzo da pagare per il successo
RIO DE JANEIRO- È stato il primo a rompere il muro d’omertà. Si chiama Alê Montrimas. Oggi ha 36 anni e fino al 2014 è stato uno dei più noti portieri del Sao Paolo. Ha chiuso in bellezza la sua carriera con il Bragantino. Poi, una volta smessa la maglia, ha deciso di sfogare la sua angoscia che aveva accumulato per ben 10 anni. Ha scritto un libro, Football: Dream or Illusion? nel quale svela l’inconfessabile. Gli atteggiamenti equivoci, le allusioni specifiche, gli inviti a uscire, a seguire corsi privati. Fino ai ricatti, alle avances e agli abusi sessuali. Una realtà molto più diffusa di quello che si crede, tenuta nascosta per pudore e vergogna, per evitare di finire nel tritacarne dello scandalo, per non diventare il bersaglio dei compagni di squadra.
Tutti sanno ma nessuno parla. Perché se parli e denunci sei fuori; non giochi più. Ti fanno il deserto attorno. Invece se resisti, fai finta di niente…
Tutti sanno ma nessuno parla. Perché se parli e denunci sei fuori; non giochi più. Ti fanno il deserto attorno. Invece se resisti, fai finta di niente…
RIO DE JANEIRO- È stato il primo a rompere il muro d’omertà. Si chiama Alê Montrimas. Oggi ha 36 anni e fino al 2014 è stato uno dei più noti portieri del Sao Paolo. Ha chiuso in bellezza la sua carriera con il Bragantino. Poi, una volta smessa la maglia, ha deciso di sfogare la sua angoscia che aveva accumulato per ben 10 anni. Ha scritto un libro, Football: Dream or Illusion? nel quale svela l’inconfessabile. Gli atteggiamenti equivoci, le allusioni specifiche, gli inviti a uscire, a seguire corsi privati. Fino ai ricatti, alle avances e agli abusi sessuali. Una realtà molto più diffusa di quello che si crede, tenuta nascosta per pudore e vergogna, per evitare di finire nel tritacarne dello scandalo, per non diventare il bersaglio dei compagni di squadra.
Tutti sanno ma nessuno parla. Perché se parli e denunci sei fuori; non giochi più. Ti fanno il deserto attorno. Invece se resisti, fai finta di niente, entri nel grande giro, nei club che contano, guadagni milioni, puoi diventare un campione.
Aleksander Montrimas, per tutti Alê, ha deciso di fare qualcosa di più. Ha raccolto le firme di 33 giocatori ed ex professionisti del pallone e ha lanciato una campagna che sotto l’hashtag #chegadeabuso costringerà tutte le squadre brasiliane ad osservare un rigido comportamento in materia sessuale fin dal prossimo campionato. Tra le adesioni spiccano nomi come Edu Dracena e Moisés (Palmeiras), Rodrigo Caio e Diego Luciano (Sao Paolo), Felipe (Porto-POR), Cicinho (Brasiliense) e Giovanni, un idolo del Santos negli Anni 90. “Gli abusi”, racconta Alê, “avvengono soprattutto nelle categorie di base, tra i ragazzi di 14 e 16 anni. Chi li guida, allenatori e preparatori, anche dirigenti sfruttano i loro sogni. Le molestie e gli abusi diventano una precondizione per fare carriera. La cosa è così comune che se ne parla nei spogliatoi. Con ironia e leggerezza. Fa parte, purtroppo, della cultura calcistica. Per questo è un problema ancora più difficile da combattere. I ragazzi, spesso bambini, non si rendono nemmeno conto di essere vittime di un crimine abominevole. I pochi casi che escono allo scoperto si verificano perché il giovane atleta ne ha parlato in famiglia”.
Montrimas assieme agli altri colleghi è riuscito a imporre il tema a livello parlamentare. Una speciale commissione ha esaminato le denunce (102 casi negli ultimi sei anni) e ha deciso di varare un codice di comportamento. “Un paio di mesi fa”, ricorda ancora Alê, “un dirigente del Sao Paolo mi ha detto che gli atleti, di 13 anni, sono avvicinati da allenatori e a volte dirigenti, con la scusa di una pizza, scarpini nuovi, magari 50 reais (10 euro) in cambio di una prestazione sessuale. I club sono consapevoli ma non sanno come affrontare la cosa. Diventano complici. Invece di segnalare l’episodio chiamano il giocatore e risolvono la faccenda”.
Resta il trauma. Per tutta la vita. Le stimmate dell’omosessualità sono piaghe che ti restano incollate nell’ambiente del calcio. “Ne parli in spogliatoio e tutti a ridere, a fare battute, tra pacche sulle spalle e altre allusioni”, aggiunge l’ex portiere. “Perché tutti lo sanno e molti ci sono passati. Ma lo considerano un prezzo da pagare per la possibile gloria. Vince l’omertà”. La nuova campagna ha strappato il sipario della vergogna. Merito dei social che hanno raggiunto già un milione di adesioni.
Tutti sanno ma nessuno parla. Perché se parli e denunci sei fuori; non giochi più. Ti fanno il deserto attorno. Invece se resisti, fai finta di niente, entri nel grande giro, nei club che contano, guadagni milioni, puoi diventare un campione.
Aleksander Montrimas, per tutti Alê, ha deciso di fare qualcosa di più. Ha raccolto le firme di 33 giocatori ed ex professionisti del pallone e ha lanciato una campagna che sotto l’hashtag #chegadeabuso costringerà tutte le squadre brasiliane ad osservare un rigido comportamento in materia sessuale fin dal prossimo campionato. Tra le adesioni spiccano nomi come Edu Dracena e Moisés (Palmeiras), Rodrigo Caio e Diego Luciano (Sao Paolo), Felipe (Porto-POR), Cicinho (Brasiliense) e Giovanni, un idolo del Santos negli Anni 90. “Gli abusi”, racconta Alê, “avvengono soprattutto nelle categorie di base, tra i ragazzi di 14 e 16 anni. Chi li guida, allenatori e preparatori, anche dirigenti sfruttano i loro sogni. Le molestie e gli abusi diventano una precondizione per fare carriera. La cosa è così comune che se ne parla nei spogliatoi. Con ironia e leggerezza. Fa parte, purtroppo, della cultura calcistica. Per questo è un problema ancora più difficile da combattere. I ragazzi, spesso bambini, non si rendono nemmeno conto di essere vittime di un crimine abominevole. I pochi casi che escono allo scoperto si verificano perché il giovane atleta ne ha parlato in famiglia”.
Montrimas assieme agli altri colleghi è riuscito a imporre il tema a livello parlamentare. Una speciale commissione ha esaminato le denunce (102 casi negli ultimi sei anni) e ha deciso di varare un codice di comportamento. “Un paio di mesi fa”, ricorda ancora Alê, “un dirigente del Sao Paolo mi ha detto che gli atleti, di 13 anni, sono avvicinati da allenatori e a volte dirigenti, con la scusa di una pizza, scarpini nuovi, magari 50 reais (10 euro) in cambio di una prestazione sessuale. I club sono consapevoli ma non sanno come affrontare la cosa. Diventano complici. Invece di segnalare l’episodio chiamano il giocatore e risolvono la faccenda”.
Resta il trauma. Per tutta la vita. Le stimmate dell’omosessualità sono piaghe che ti restano incollate nell’ambiente del calcio. “Ne parli in spogliatoio e tutti a ridere, a fare battute, tra pacche sulle spalle e altre allusioni”, aggiunge l’ex portiere. “Perché tutti lo sanno e molti ci sono passati. Ma lo considerano un prezzo da pagare per la possibile gloria. Vince l’omertà”. La nuova campagna ha strappato il sipario della vergogna. Merito dei social che hanno raggiunto già un milione di adesioni.