Il pensionato sull'elegante Audi grigia, la moglie accanto con il sacchetto della boutique. Morti. Morti come l'uomo sull'autobus arancione, sul "17" che gronda sangue: è disteso su due sedili, e giù sul pianale c'è un uomo con la mascherina anti-covid e altri due infagottati nei cappotti pesanti, faceva un freddo cane a Donetsk. Morti come il ragazzo con il berretto di lana sul marciapiedi, come tutta quest'altra povera gente massacrata, lunedì mattina nei viali eleganti e centrali del capoluogo del Donbass, da una bomba a grappolo.
Un crimine di guerra. "Più di 25 morti", riferiscono in città, un'orrenda guernica di corpi e strazio: l'uomo che si lamenta a terra senza la gamba, unico vivo tra tutta questa gente sulle macerie davanti al bancomat; le vetrine saltate nei negozi, l'uomo sbalzato dentro mentre cerca di uscire. "Chi ha sparato? I fascisti! Come faccio a saperlo? Ero in macchina quando è iniziato il bombardamento. Non si sono presentati", urla una donna riempendo di rabbia e disperazione il microfono di un giornalista: "Certo non i nostri ragazzi: loro ci difendono".
Già, chi ha sparato quel Tochka-U schiantato tra il viale Pushkin e la Universitetskaya? Quel missile balistico in dotazione a entrambi gli eserciti riempito di proiettili per portarsi via anime e arti? Non si sono ancora seppellite le salme e lavate le ferite, ed è subito scaricabarile. Gli indiziati numero uno sono gli ucraini. La città è la capitale dell'autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, saldamente controllata dal 2014 dai separatisti filorussi che secondo gli ucraini sono soldati russi senza mostrine sulle divise.
Ma il ministero della Difesa ucraino rilancia la palla insanguinata oltre confine: "È stato sicuramente un missile russo, o qualche altra arma. La propaganda russa racconta da otto anni che le forze armate ucraine bombardano Donetsk e altre città: ma basta guardare come appare oggi in confronto a Kharkiv e Mariupol, che i russi stanno bombardando da due settimane". Quelle sì, dicono gli ucraini, sono distrutte. Secondo loro è una false flag operation, un lavoraccio sporco fatto dai russi stessi contro i civili per accusare gli ucraini e provare a far pari e patta di orrori. Perché questa guerra schifosa, quest'invasione che Mosca chiama "operazione speciale contro i nazisti di Kiev", uccide più civili che soldati.
Ma è un po' troppo semplice cavarsela così buttando sulle spalle russe anche questo fardello. Non ci sono prove. Non ci sono conferme indipendenti, è impossibile fare un'inchiesta che attribuisca responsabilità certe. In guerra la propaganda è un'arma, quel che dicono gli stati maggiori conta nulla ma contano i fatti, i morti, le famiglie distrutte. Conta l'uomo che urla immobile davanti a un cadavere, i volti disperati che i video offuscati per pudore ci nascondono. Il gioco delle tre tazzine è insopportabile qui come lo era tra le macerie dell'ospedale di Mariupol, tra le partorienti che per Mosca non esistono. Chi ha raccontato la guerra che dal 2014 miete vite al fronte del Donbass, sa che massacrare i civili non è stata un'esclusiva di una delle parti in causa.
Parlando con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, ieri il presidente Vladimir Putin ha accusato la leadership Ue di avere "ignorato l'azione criminale e disumana dell'esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk". Ci vuole un'epica sfacciataggine per lamentarti mentre sbricioli città e massacri esistenze. Ma la strage di Donetsk resta un crimine da indagare e condannare.