Ucraina, a un anno dalla strage il padre che perse la famiglia a Irpin si addestra per vendetta: “La mia vita è congelata"
dal nostro inviato Fabio Tonacci , dal nostro inviato Fabio TonacciKIEV - Negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Le cinque fasi di elaborazione del lutto non sono bastate a contenere il suo dolore. Troppo. Troppo e tutto insieme. Uccisa la moglie e uccisi i due figli. Una mattina di un anno fa, a Irpin, un colpo di mortaio russo sparato sul ponte della gente che scappava. Ciò che più contava gli è stato rubato da un'esplosione: dolosa e per niente casuale, come sono tutti i crimini di guerra. Allora Serhiy, che ha percorso ogni centimetro di quel sentiero psicologico desolato senza arrivare a nulla che assomigliasse alla serenità di un tempo, ne ha voluto aggiungere un'altra, di fase. Definitiva e finale: combattimento.
Serhiy Perebynis adesso ha un fucile in mano. "Mi sto addestrando in un campo a Kiev. Abbiamo cominciato con armi di legno e ad aria compressa, poi ci siamo comprati quelle vere. Seguiamo istruttori di topografia e orientamento, marciamo, montiamo tende, organi…
KIEV - Negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Le cinque fasi di elaborazione del lutto non sono bastate a contenere il suo dolore. Troppo. Troppo e tutto insieme. Uccisa la moglie e uccisi i due figli. Una mattina di un anno fa, a Irpin, un colpo di mortaio russo sparato sul ponte della gente che scappava. Ciò che più contava gli è stato rubato da un'esplosione: dolosa e per niente casuale, come sono tutti i crimini di guerra. Allora Serhiy, che ha percorso ogni centimetro di quel sentiero psicologico desolato senza arrivare a nulla che assomigliasse alla serenità di un tempo, ne ha voluto aggiungere un'altra, di fase. Definitiva e finale: combattimento.
Serhiy Perebynis adesso ha un fucile in mano. "Mi sto addestrando in un campo a Kiev. Abbiamo cominciato con armi di legno e ad aria compressa, poi ci siamo comprati quelle vere. Seguiamo istruttori di topografia e orientamento, marciamo, montiamo tende, organizziamo turni di guardia. Ci fanno raggiungere punti sulla mappa che scopriamo solo risolvendo dei messaggi in codice. Terminato il corso si può essere arruolati nella fanteria regolare dell'esercito oppure entrare nelle forze di difesa territoriali...".
Alla fine lo ha fatto, dunque. La scelta è maturata dopo mesi di riflessione e ripensamenti che questo ingegnere informatico di 44 anni ha condiviso con Repubblica, durante quattro diversi incontri: una chiacchierata durata un anno. L'ultimo incontro la settimana scorsa in un ristorante greco vicino a Maidan.
A marzo Serhiy diceva che il suo cervello era incapace di realizzare l'enormità di quanto gli era appena capitato. Negazione. La mattina del 6 marzo stava seguendo su Google maps i movimenti della moglie Tetiana (43 anni), del figlio grande Mykyta (18 anni) e della piccola Alisa (9 anni).
Avevano studiato tutto nel dettaglio. La sera precedente Serhiy, che era a Donetsk per assistere la mamma malata di Covid, aveva ripassato con Tetiana il piano di evacuazione da Irpin. C'era da attraversare il ponte fatto saltare dagli stessi ucraini per bloccare l'avanzata, ma avevano sistemato delle tavole di legno sul fiume, si poteva fare. Se gli artiglieri russi della 64° brigata avessero puntato i mortai sui soldati e non sui civili. E invece.
Dopo mezzogiorno, la T che segnava la posizione di Tetiana sul telefonino di Serhiy si è spenta. Neanche il tempo di capire o di coltivare il lumino della speranza: su twitter è apparsa la foto di famiglia che mai avrebbe voluto vedere. Tetiana, Mykyta, Alisa e una quarta persona a terra, morti accanto al ponte. C'era il trolley grigio che le aveva regalato lui, c'era la gabbia gialla del cane Keks. Il lutto, i lutti.
"Siamo già passati alle sessioni di combattimento, ci insegnano a sparare, a muoverci in coppia e a innescare esplosivi. Ci spiegheranno come azionare i sistemi anti carro armato...", racconta oggi Serhiy, che indossa pantaloni e giacca color verde militare e porta uno zaino tattico sulle spalle. Si fatica un po' a riconoscere il mite ingegnere che era nella vita di prima. "Sono a mio agio con le armi, so che la guerra continua e potrei essere chiamato nell'Esercito in qualsiasi momento. Comunque sono ancora inquadrato nell'organico della Kernel, per cui lavoro".
A settembre, seduto al tavolo di un bar di Irpin nel quartiere dove si trova il suo appartamento, Serhiy era un uomo indurito e pieno di dubbi. "Voglio vendetta, voglio vendicarmi contro chi ha ucciso la mia famiglia", mormorava. Rabbia, la seconda fase. Il progetto stava nascendo, parlava di corsi di sopravvivenza e primo soccorso, e intanto aiutava una coppia di anziani ad aggiustare le case che i russi, finalmente lontani, avevano bruciato. E tuttavia il ponte era lì, dentro, non se ne andava. Quindi la contrattazione con se stesso, il patto con la paura di sentire il vuoto dove c'era vita e baccano. Inevitabilmente, depressione. "A casa a volte mi blocco", spiegava. "Sì, mi blocco. Mentre riparo qualcosa o mentre cucino, e come se un fulmine di ghiaccio mi colpisse, mi fermo, rimango così per non so quanto, sento che mi manca Tetiana, mi manca viaggiare con lei, mi manca il mio ometto coraggioso, mi manca Alisa che si tappava le orecchie con le mani quando bombardavano".
Dire che alla fine abbia accettato, no. Quella fase l'ha saltata, è passato alla successiva, una fase sua, personale. "Ci sottopongono a bombardamenti simulati, lanciano granate modificate e devi buttarti a terra...". Serhiy, la verità: lo sta facendo per imparare a uccidere gli uomini che le hanno portato via i suoi cari? Interrompe per un attimo l'entusiastico resoconto dell'addestramento, riflette. "La 64 esima brigata è stata spazzata via a Izyum. Non ci sono più quegli assassini. Mi addestro perché non voglio essere carne morta. Tutti dobbiamo essere pronti a combattere. Sono un ingegnere, e non sono più giovane, spero che mi mettano in unità dove io possa sfruttare le mie capacità di informatico. Se dovrò andare al fronte, andrò".
Serhiy dice di aver imparato a vivere da solo. E che quando passa vicino al ponte di Irpin, dove ha innalzato un piccolo memoriale per i suoi, non prova più niente. Il suo caso è trattato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo ed è nella lista dei crimini di guerra investigati dalla procura generale dell'Ucraina. "Una cosa mi ha dato fastidio durante quest'anno: i consigli della gente", fa, prima di andarsene. "Sei ancora giovane, troverai qualcun'altro, ti rifarai una vita... tutte queste cose che ti dicono. Non aiutano a superare il lutto. Anzi. Ti fanno male".