Irlanda del Nord, lo Sinn Fein vince le elezioni amministrative
di Enrico FranceschiniLONDRA – Gli indipendentisti dello Sinn Fein hanno ottenuto una vittoria a valanga nelle elezioni amministrative dell'Irlanda del Nord. È la prima volta dagli accordi di pace del 1998 che il partito, considerato in passato il braccio politico dell’Ira - l’Irish Republican Army, l’esercito clandestino nord-irlandese - prevale così nettamente nel voto locale: facendo il bis della vittoria ottenuta, anch’essa per la prima volta, nelle elezioni politiche dello scorso anno per il parlamento della regione. Dalle urne giunge così una conferma che il partito schierato per la riunificazione dell’Irlanda del Nord britannica con la repubblica d’Irlanda è cresciuto e ha ora una solida maggioranza. Un passo avanti verso la secessione dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito e il suo ricongiungimento con il resto dell’isola.
LONDRA – Gli indipendentisti dello Sinn Fein hanno ottenuto una vittoria a valanga nelle elezioni amministrative dell'Irlanda del Nord. È la prima volta dagli accordi di pace del 1998 che il partito, considerato in passato il braccio politico dell’Ira - l’Irish Republican Army, l’esercito clandestino nord-irlandese - prevale così nettamente nel voto locale: facendo il bis della vittoria ottenuta, anch’essa per la prima volta, nelle elezioni politiche dello scorso anno per il parlamento della regione. Dalle urne giunge così una conferma che il partito schierato per la riunificazione dell’Irlanda del Nord britannica con la repubblica d’Irlanda è cresciuto e ha ora una solida maggioranza. Un passo avanti verso la secessione dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito e il suo ricongiungimento con il resto dell’isola.
Lo Sinn Fein ha conquistato un totale di 144 seggi nelle elezioni amministrative di questa settimana, con un aumento di 39 seggi rispetto alle votazioni del 2019. Il suo principale avversario, il Dup, partito unionista, ovvero determinato a mantenere la regione parte del Regno Unito, ha ottenuto 122 seggi: lo stesso numero di quattro anni fa. “Dalle urne è uscito un chiaro segnale che gli elettori vogliono tornare ad avere un governo congiunto in Irlanda del Nord”, è il primo commento di Michelle O’Neill, vicepresidente dello Sinn Fein.
In base agli accordi di pace del 1998, che misero fine alla trentennale guerra civile tra indipendentisti repubblicani cattolici e unionisti monarchici protestanti, infatti, le due parti devono governare insieme la regione. Ma dal 98 al 2022 sono stati sempre i partiti unionisti a vincere le elezioni in Irlanda del Nord, ricevendo così automaticamente il diritto alla poltrona di premier del governo autonomo congiunto di Belfast, mentre agli indipendentisti andava l’incarico di vicepremier. Dopo la vittoria dello Sinn Fein nelle elezioni dello scorso anno per il parlamento regionale, tuttavia, le parti dovrebbero ora invertirsi: dando per la prima volta agli indipendentisti la poltrona di premier e agli unionisti quella di vice. E invece, con la scusa dell’opposizione agli accordi post-Brexit varati dal governo centrale britannico, gli unionisti del Dup hanno boicottato l’accordo, per cui da 12 mesi l’Irlanda del Nord non ha un governo autonomo, né un parlamento autonomo funzionanti. Una situazione di paralisi politica, che contribuisce ad aumentare le tensioni nella regione, segnalate da numerosi episodi di violenza.
Il voto nelle amministrative riafferma la prevalenza degli indipendentisti e il loro sorpasso alle urne ha varie motivazioni. Una è demografica: i cattolici tendono a fare più figli dei protestanti, per cui nel corso dell’ultimo quarto di secolo l’elettorato dello Sinn Fein è gradualmente cresciuto, mentre quello del Dup è rimasto identico. Un’altra ragione è che molti giovani protestanti nord-irlandesi vanno a studiare all’università in Inghilterra e poi decidono di fermarsi lì, temendo che in futuro, prima o poi, l’Irlanda del Nord si riunificherà con la repubblica irlandese trasformandoli in “stranieri” nel proprio Paese di origine. Terzo motivo, più recente, è che il boicottaggio unionista di parlamento e governo ha mobilitato gli indipendentisti, facendo aumentare la loro affluenza alle urne nelle elezioni amministrative dei giorni scorsi. Il rifiuto del Dup di partecipare al governo congiunto come forza di minoranza, oltretutto, imbarazza il governo conservatore di Rishi Sunak, perché equivale a rivelare che gli accordi di pace del 98 valgono solo se a Belfast c’è un premier unionista, in violazione del principio democratico secondo cui chi ha più voti governa.
Lo Sinn Fein non mette per il momento la riunificazione dell’Irlanda nei suoi piani immediati, preferendo procedere a tappe: prima le vittorie elettorali, poi, eventualmente, la guida del governo congiunto, quindi in un futuro da precisare la convocazione di un referendum sulla secessione dal Regno Unito. Questa viene vista dagli indipendentisti come l’ultimo atto della decolonizzazione: per secoli parte dell’Impero britannico, l’Irlanda ottenne l’indipendenza nel 1921 dopo una guerra contro gli inglesi. Ma in quel conflitto non riuscì a liberare tutta l’isola, lasciandone la parte settentrionale, l’odierna Irlanda del Nord appunto, al Regno Unito.
A mettere fine alla guerra civile nel ‘98, e a rendere meno urgente la questione della riunificazione, era stata l’appartenenza di entrambe le nazioni, Irlanda e Regno Unito, all’Unione Europea: se fra Irlanda repubblicana e Irlanda britannica non c’erano frontiere e distinzioni di fatto, perché tutte e due erano membri Ue, che senso aveva continuare a combattere per riunificarle? Senonché la Brexit, nel 2016, ha cambiato la situazione: separando politicamente le due parti dell’isola, l’Irlanda nella Ue, il Regno Unito fuori dalla Ue, per quanti sforzi Londra e Bruxelles facciano per non ricreare un confine. Anche questo fattore contribuisce alle vittorie elettorali dello Sinn Fein. Il problema è che una riunificazione farebbe certamente scorrere nuovo il sangue nella regione. Ma il tempo e le circostanze create dalla Brexit sembrano lavorare, appunto, a favore degli indipendentisti.