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Il negoziatore Gershon Baskin: “Per Netanyahu la priorità non è la trattativa. L’intesa resta lontanissima”

“Bibi vuole dimostrare a Trump di essere forte, l’alleato giusto, colui che non si piega ai terroristi”
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Che Hamas si ritiri ufficialmente o meno dal negoziato sul cessate il fuoco dopo l’attacco contro Mohammed Deif, la trattativa è ferma. Ed è destinata a rimanere tale almeno fino al 24 luglio, giorno in cui Netanyahu terrà un attesissimo discorso al Congresso americano, delineando la sua strategia sulla guerra. Ne è convinto Gershon Baskin, negoziatore che nel 2011 ottenne, dopo cinque anni nelle mani di Hamas a Gaza, il rilascio del caporale Gilad Shalit. E che da ottobre, grazie ai suoi canali privilegiati in campo palestinese, segue (pur se non ufficialmente) la trattativa fra il movimento islamista e lo Stato ebraico.

Baskin, faccio a lei la domanda che le famiglie degli ostaggi hanno rivolto sabato sera a Netanyahu: era il momento giusto per colpire Deif? Proprio quando il negoziato sembrava ripartito?

«Il negoziato era già fermo prima dell’azione di sabato, indipendentemente dal successo o meno dell’attacco. La settimana scorsa il capo del Mossad David Barnea era arrivato a Doha…

Che Hamas si ritiri ufficialmente o meno dal negoziato sul cessate il fuoco dopo l’attacco contro Mohammed Deif, la trattativa è ferma. Ed è destinata a rimanere tale almeno fino al 24 luglio, giorno in cui Netanyahu terrà un attesissimo discorso al Congresso americano, delineando la sua strategia sulla guerra. Ne è convinto Gershon Baskin, negoziatore che nel 2011 ottenne, dopo cinque anni nelle mani di Hamas a Gaza, il rilascio del caporale Gilad Shalit. E che da ottobre, grazie ai suoi canali privilegiati in campo palestinese, segue (pur se non ufficialmente) la trattativa fra il movimento islamista e lo Stato ebraico.

Baskin, faccio a lei la domanda che le famiglie degli ostaggi hanno rivolto sabato sera a Netanyahu: era il momento giusto per colpire Deif? Proprio quando il negoziato sembrava ripartito?

«Il negoziato era già fermo prima dell’azione di sabato, indipendentemente dal successo o meno dell’attacco. La settimana scorsa il capo del Mossad David Barnea era arrivato a Doha portando con sé le nuove condizioni chieste da Netanyahu: linee rosse che si discostavano dal piano messo a punto dagli americani e presentato da Biden. A quelle Hamas ha detto no: subito dopo gli egiziani hanno detto che era tutto fermo. Netanyahu ha dato la responsabilità ad Hamas per lo stop nelle trattative, ma a cambiare le carte in tavola era stato lui. La sorte di Deif è indipendente dal negoziato, come ha dimostrato ieri la dichiarazione con cui Hamas ha detto che non lascerà il tavolo».

Perché Netanyahu ha modificato condizioni che aveva già accettato?

«Perché quando Biden aveva annunciato il piano, Bibi aveva dovuto cedere alla pressione americana e dire sì. Ma dopo il dibattito fra Biden e Trump e la disastrosa performance di Biden, ogni forma di pressione che l’attuale Amministrazione Usa aveva su di lui è svanita. Netanyahu ha sentito di avere le mani libere e ha seguito la sua strada».

Quale strada segue il premier?

«Dimostrare che non si piega ai terroristi. E dimostrarlo prima del 24 luglio, quando andrà in America a parlare della sua strategia: Bibi non parlerà a Biden, ma a Trump. All’ex presidente, che lo ha già accusato di essersi mostrato troppo debole con Hamas, e sulla cui rielezione Bibi punta, vuole dimostrare di essere forte. Di essere l’alleato giusto. Il raid di sabato, che non era programmato, ma è stato deciso quando sono arrivate informazioni precise, va in questa direzione. Netanyahu è convinto che decapitare Hamas porterà alla liberazione degli ostaggi. Ma è una scommessa rischiosa: se la perde, perde gli ostaggi».

Lei conosce bene Hamas e le sue tattiche negoziali: crede che questa scommessa possa essere vinta?

«Per come conosco Hamas non sarà una maggiore pressione militare né tantomeno la morte dei leader a portarlo al tavolo delle trattative. Hamas vuole il riconoscimento della Palestina, vuole liberare i prigionieri, vuole Israele fuori Gaza: solo una discussione vera su questi punti può portarlo al tavolo delle trattative. Di più: nessuno ci dice che, se Deif è morto, non vengano uccisi anche degli ostaggi come vendetta. O che non siano morti nel raid. Non possiamo saperlo».

Pur senza conferme ufficiali, sono moltissimi in Israele a dare per certa la morte di Deif. Se così fosse, si tratterebbe del maggior successo dall’inizio della guerra: eppure il primo ministro è ancora sotto attacco. Dalle famiglie degli ostaggi, dall’opposizione, dagli ex alleati: perché?

«Non ci sono garanzie che la tattica di Netanyahu funzionerà e più passano i giorni maggiore è la possibilità che gli ostaggi muoiano, in un modo o nell’altro. Tutti lo sanno, pochi sono disposti ad accettarlo».

Entrando nel dettaglio del negoziato: quali sono i punti su cui le distanze sono maggiori?

«Quelli di sempre. La fine della guerra. Il ritiro delle truppe da tutta Gaza. IL controllo del Corridoio Philadelphy. I nomi dei prigionieri palestinesi che Israele dovrà liberare in cambio degli ostaggi. Su ognuno di questi punti le distanze sono enormi. L’unico su cui si era trovato un compromesso era stato il primo, la fine della guerra: gli egiziani e i qatarini avevano convinto Hamas ad accettare una formulazione ambigua, perché si erano fidati delle rassicurazioni degli americani che erano convinti di poter fare abbastanza pressione su Netanyahu da evitare una ripresa dei combattimenti una volta finita la tregua. Ma come le ho detto ora anche questa certezza è svanita, perché la Casa Bianca di Biden non è abbastanza forte da fare pressioni su Netanyahu. Per questo credo che non ci sarà nessun accordo in tempi brevi e in generale che ci siano pochissime possibilità che gli ostaggi tornino a casa fino a quando il premier qui in Israele sarà Netanyahu. La sua priorità non è la trattativa: le famiglie questo lo hanno capito ed è la ragione per cui sono disperate».

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