SUL FRONTE DI SUMY — Sei uomini e gatta Matilda. «Lei non ha paura di niente», dice il comandante Dmytro. Ha due figlie, una moglie paziente che lo attende da febbraio 2022. Matilda chissà: arruffa gli artigli sul vecchio tronco di quercia, bianca come la luna che ancora non si leva. È un pomeriggio afoso, a Nord di Sumy. La Russia è a un chilometro e mezzo di foresta e di campi arsi e intonsi, mai arati da tre anni. Mine ovunque, droni che ronzano maledetti. «Campi aperti, dobbiamo correre qui, tenetevi forte», urla il dronista Max, pigiando forte sull’acceleratore del pick up.
«Laggiù ci sono i russi. Da quando è iniziata l’operazione a Kursk, qui è diventato un inferno», dice Dmytro. «Ci hanno chiesto di attirate l’attenzione del nemico. Noi non sapevamo perché, ma il comando voleva aumentassimo i bombardamenti». Siamo più a Est rispetto a dove gli ucraini hanno sfondato, vietato dire esattamente dove. Cielo terso, qualche nuvola troppo alta per fermare i droni. Il pick up s…
SUL FRONTE DI SUMY — Sei uomini e gatta Matilda. «Lei non ha paura di niente», dice il comandante Dmytro. Ha due figlie, una moglie paziente che lo attende da febbraio 2022. Matilda chissà: arruffa gli artigli sul vecchio tronco di quercia, bianca come la luna che ancora non si leva. È un pomeriggio afoso, a Nord di Sumy. La Russia è a un chilometro e mezzo di foresta e di campi arsi e intonsi, mai arati da tre anni. Mine ovunque, droni che ronzano maledetti. «Campi aperti, dobbiamo correre qui, tenetevi forte», urla il dronista Max, pigiando forte sull’acceleratore del pick up.
«Laggiù ci sono i russi. Da quando è iniziata l’operazione a Kursk, qui è diventato un inferno», dice Dmytro. «Ci hanno chiesto di attirate l’attenzione del nemico. Noi non sapevamo perché, ma il comando voleva aumentassimo i bombardamenti». Siamo più a Est rispetto a dove gli ucraini hanno sfondato, vietato dire esattamente dove. Cielo terso, qualche nuvola troppo alta per fermare i droni. Il pick up salta sulle buche nella carrareccia sterrata, poi si infila nel bosco e rallenta. «Ehi Tedesco, rispondi. Sono Psyco». «Ti sento», gracchia il comandante Dmytro alla ricetrasmittente. «Stiamo arrivando». Dmytro, i suoi ragazzi e Matilda, la cacciatrice di topi di trincea, ci aspettano davanti alla baracca interrata. Una stretta di mano veloce, «ora scendete, ragazzi, giù è più sicuro». Ci sono fronde alte, ma i droni sanno vedere attraverso.
Sotto coperta, sotto la malta e il fogliame e i tronchi di questo tetto che «ripara dai frammenti ma non certo da un colpo diretto», un soldato gioca annoiato col cellulare, la pentola con la zuppa è pronta ma il fuoco della stufa a legna è spento. «Aspettiamo il segnale», dice Dmytro, 45 anni, di cui 23 a Donetsk non ancora occupata. A casa, a Sumy, lo aspetta Tanja, di 42; e i ragazzi, Nastia e Denis. È un omone di due metri con la schiena dolente, «questa operazione a Kursk è stata una manna. Sono entusiasta, non ne possiamo più della guerra, siamo stanchi ma è un’operazione eccellente e siamo contenti di avere fatto la nostra parte, quando ci hanno chiesto di coprirli».
Artem, 36, moglie e due figli, è più pragmatico: «Sono figlio di un prete, facevo il camionista in Germania prima che iniziasse la guerra, ora faccio il mio dovere per la mia patria e non discuto. Ma viva la pace, non c’è nessuna soddisfazione a uccidere esseri umani». Molta acqua è corsa sotto i ponti, dall’ultima volta in cui abbiamo tastato il polso ai soldati ucraini al fronte. Anche i più scettici ripetevano che la guerra non può finire senza tornare ai confini del 1991. «Certo che è ora di trattare, di farla finita con questa guerra. Siamo stanchi, esauriti», dice ora Oleksandr, 36 anni e 3 figli: «Rivoglio una vita normale».
Ma la guerra non è finita. Al fronte di Sumy, nella squadra artiglieri di Dmytro, oggi «bisogna distruggere un gruppo elettrogeno russo». Dalla casamatta con cuccette e cucina si cammina sotto aceri e querce fino a una delle postazioni di artiglieria. «Ne abbiamo diverse, cambiamo continuamente per non essere identificati». Una ferita nella terra scura, la trincea sotterranea si biforca dopo pochi metri. A sinistra c’è una discesa agli inferi stretta e buia. È lì che devi nasconderti, se i russi rispondono ai colpi. Oltre, ancora una biforcazione: a destra la polveriera con le casse di munizioni e i proiettili. A sinistra la sala del mortaio, sembra un telescopio per indagare le stelle ma è una bocca di fuoco «con gittata di 7 chilometri».
«Ora Max lancia il drone per assistere il tiro». Il “piccolo Hubble” è in una camera sotterranea sormontata da due paratie che si sollevano per aprirgli la vista del cielo. I ragazzi della squadra di Dmytro le aprono poco prima del lancio, perché resti invisibile ai droni russi. Ma mentre siamo lì seduti con le dita nelle orecchie e la bocca spalancata «per attutire il rimbombo», i russi anticipano i tempi: “Boom!”, laggiù a destra. Si corre nella trincea sotterranea, ma ora tutto tace. Gli artiglieri tornano in postazione e fanno fuoco. Il colpo in uscita, sentito a pochi metri di distanza. Cuore in gola, ma è solo rumore. Tre o quattro minuti per riarmare il mortaio e «booom», un altro colpo. Hanno previsto di tirarne tre, ma dopo il secondo ordinano la ritirata. Si fila veloci nella boscaglia. «Dobbiamo ricalibrare il mortaio, spara troppo corto», dice Dmytro.
Ordinaria giornata dell’artigliere al confine di Sumy, niente di nuovo dal fronte orientale. Oltreconfine, nella Russia occupata, tutto tace nonostante le minacce del Cremlino. «A qualcosa, tutto questo, servirà», allarga le braccia Oleksandr. Da anni qui, si muore a caso, senza un metro guadagnato. Ma stavolta qualcosa è cambiato. Di là dalle querce, a 30 chilometri, c’è Sudzha con bandiera ucraina. «L’operazione a Kursk mi riempie di emozione», dice Dmytro; «Siamo stanchi, vogliamo tornare a casa ma... che speranza, che gioia!».