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Bielorussia, la leader democratica Tikhanovskaja: “Presidenziali farsa, ma ora è inutile ribellarsi”

Svetlana Tikhanovskaja mostra la foto del marito incarcerato Sergej Tikhanovskij (afp)

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Dopo la vittoria rubatale nel 2020, stavolta seguirà dall’esilio il voto che oggi vedrà trionfare il dittatore Lukashenko: “Ha svenduto la nostra sovranità e trasformato il Paese in un giocattolo di Putin. La comunità internazionale non lo riconosca”
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MOSCA — Ne ha fatta di strada in cinque anni Svetlana Tikhanovskaja. Nel 2020 non era che una professoressa d’inglese diventata casalinga per accudire i due figli, una timida presenza al fianco del pugnace marito, il vlogger Serghej Tikhanovskij, un “Navalny bielorusso” in lotta contro il regime di Minsk. Ma quando Serghej era stato arrestato dopo aver lanciato la sua campagna elettorale per sfidare Aleksandr Lukashenko alle presidenziali, Tikhanovskaja ne aveva preso il posto. Candidata per caso era riuscita a battere alle urne “l’ultimo dittatore d’Europa” che però le aveva rubato la vittoria e represso la rivolta nel sangue.

Costretta a lasciare il Paese, oggi Tikhanovskaja guida la Bielorussia democratica dall’esilio e alla comunità internazionale chiede di non riconoscere l’esito delle presidenziali che si terranno oggi a Minsk. «Non è un voto, ma un’operazione elettorale speciale», dice in video-collegamento con Repubblica. Per scongiurare nuovi disordini, l’autocrate settantenn…

MOSCA — Ne ha fatta di strada in cinque anni Svetlana Tikhanovskaja. Nel 2020 non era che una professoressa d’inglese diventata casalinga per accudire i due figli, una timida presenza al fianco del pugnace marito, il vlogger Serghej Tikhanovskij, un “Navalny bielorusso” in lotta contro il regime di Minsk. Ma quando Serghej era stato arrestato dopo aver lanciato la sua campagna elettorale per sfidare Aleksandr Lukashenko alle presidenziali, Tikhanovskaja ne aveva preso il posto. Candidata per caso era riuscita a battere alle urne “l’ultimo dittatore d’Europa” che però le aveva rubato la vittoria e represso la rivolta nel sangue.

Costretta a lasciare il Paese, oggi Tikhanovskaja guida la Bielorussia democratica dall’esilio e alla comunità internazionale chiede di non riconoscere l’esito delle presidenziali che si terranno oggi a Minsk. «Non è un voto, ma un’operazione elettorale speciale», dice in video-collegamento con Repubblica. Per scongiurare nuovi disordini, l’autocrate settantenne al potere dal 1994 ha anticipato le elezioni dal caldo agosto al gelido gennaio. E dopo aver soffocato il dissenso con arresti e minacce, si appresta a ottenere un settimo mandato. I quattro rivali ammessi non sono che anonime comparse.

Tikhanovskaja, in che clima si tiene il voto? E che strategia adotterà l’opposizione?

«Chiamiamo questo rituale “operazione elettorale speciale” perché non c’è stata campagna elettorale e non ci sono osservatori né candidati indipendenti. È una formalità. Lukashenko nominerà Lukashenko. Tutti i leader dell’opposizione sono in prigione o in esilio e i quattro candidati che partecipano a questa farsa sono membri del “Lukashenko Fan Club”. L’unica competizione tra loro è per chi sia il più leale. È un’operazione militare perché Kgb e Omon sono già pronti a soffocare ogni alito di protesta. Per Lukashenko il 2020 è un trauma ancora vivo. Ha paura del suo popolo. Ha paura di una nuova rivolta. Ma non chiedo alla gente di scendere in strada. Non vale la pena sacrificare la libertà o la vita. Non è ancora il momento del cambiamento. Chiedo però ai nostri alleati di adottare risoluzioni per disconoscere questo regime illegittimo».

Com’è cambiata la Bielorussia dalla rivolta del 2020 a oggi?

«Il 2020 ha unito la popolazione, l’ha resa più consapevole politicamente e più solidale. Certo, con la guerra in Ucraina, la Bielorussia è diventata complice di Mosca. Bisogna però distinguere tra regime e popolo. È Lukashenko ad averci reso dei paria. Esercita una repressione staliniana. Nessuno ne conosce le regole. Cosa può o non può fare, se può parlare o meno la lingua bielorussa, cantare canzoni ucraine o quali colori può indossare. Con quale pretesto potrà essere arrestato. E il regime cerca nuovi modi per perseguire anche noi diaspora attiva: mette i nostri nomi nel registro dell’Interpol come estremisti e terroristi o non rilascia più passaporti all’estero. La brutalità è a livelli mai visti: dentro, torture e umiliazioni; fuori, il dirottamento di aerei e la crisi migratoria al confine. Ma questa brutalità non fa che consolidare la società. L’onda è inarrestabile. Per questo continua la repressione. Se cessasse, la gente tornerebbe in piazza».

In che modo Mosca interferisce in Bielorussia e ha trascinato il Paese nel conflitto in Ucraina?

«Lukashenko è una marionetta di Vladimir Putin. È al suo servizio, non dei suoi cittadini. Pur di preservare potere e ricchezze, ne esegue tutti gli ordini. Ha trasformato la Bielorussia in un giocattolo di Mosca. Ha svenduto la nostra sovranità a poco prezzo. Per un sostegno irrisorio, Putin può usare le nostre infrastrutture e le nostre terre a suo piacere per ricattare i Paesi occidentali. Soldati e missili russi sono già presenti sul nostro territorio. È in pericolo la nostra indipendenza. Ecco perché dobbiamo rafforzare la nostra identità nazionale. Quando verrà il momento del cambiamento, le alternative saranno due: o una Bielorussia satellite di Mosca o una Bielorussia democratica ed europea. Per questo è importante che, quando quel momento verrà, le forze democratiche bielorusse siano forti e abbiano alleati e concrete prospettive europee. Tra Russia ed Europa scegliamo l’Europa perché la Russia è sottomissione, guerra, povertà e l’Europa è pace, sicurezza e investimenti. Ma la Ue deve aiutarci, non punirci. Chiuderci i confini o negarci le borse di studio non fa che corroborare la narrazione anti-europea di Lukashenko».

In vista del voto, Lukashenko ha graziato decine di detenuti politici e diffuso le prime immagini in mesi di altri. Che cosa spera di ottenere?

«Prima di tutto, le chiedo di non usare la parola “grazia”. Come si possono “graziare” degli innocenti? Le parole proprie di una democrazia hanno un significato diverso in dittatura. Il “rilascio”, possiamo chiamarlo così, di alcuni prigionieri politici e la diffusione di foto o video di altri, non segnano una svolta. Sono cinici stratagemmi per manipolare l’opinione pubblica interna e internazionale. Lukashenko vuole da un lato mostrare di avere un potere assoluto sulle nostre vite, dall’altro creare un’illusione di apertura nella speranza di negoziati o di un allentamento delle sanzioni. Ma è solo facciata. Per ogni 10 persone rilasciate, 30 ne vengono arrestate. Almeno 60mila innocenti sono passati dal carcere dal 2020 a oggi. I prigionieri politici riconosciuti sono circa 1.300. Ma il loro numero reale è più alto. Molti non vogliono essere dichiarati prigionieri politici perché le condizioni di detenzione sarebbero più dure: umiliazioni, torture, privazione del cibo, dell’acqua e, per le donne, dei servizi igienici. E almeno sei detenuti politici sono in stato “incommunicado”, privati di contatti col mondo esterno».

Tra loro c’è anche suo marito..,

«È dal marzo 2023 che non abbiamo notizie di Sergej. Non possiamo inviargli lettere, denaro o pacchi e All’avvocato non è permesso fargli visita. Mia figlia mi chiede notizie e non so che cosa risponderle. Ti chiedi dove sia, se stia bene, se sia ancora vivo. Ci sono già state diverse morti dietro le sbarre… Per noi familiari l’isolamento è altro sale sulle nostre ferite, per i detenuti è una pena ancora più dura. Vogliono far credere loro che ce ne siamo dimenticati, che li abbiano abbandonati. Spero che, in qualche modo, qualcuno riesca a far sapere loro che sono i nostri eroi e stiamo lottando per ciascuno di loro. Non ci arrendiamo».

Che cosa si aspetta dalla nuova amministrazione Trump? E che cosa possono fare Usa ed Europa per sostenere la vostra lotta?

«Nel 2020, quando Donald Trump era al suo primo mandato alla Casa Bianca, fu il primo leader occidentale a sanzionare Lukashenko dopo le frodi elettorali. Contiamo sul suo sostegno. L’importante è che gli Usa e l’Europa capiscano che finché Minsk resterà nell’orbita di Mosca, continueranno i ricatti, le minacce, le provocazioni, l’instabilità e il dispiegamento di armi nucleari. Perciò non si può negoziare la pace in Ucraina, tralasciando la Bielorussia o consegnandola a Putin come premio di consolazione. Per garantire la pace e la sicurezza in Europa, ci vuole una Bielorussia democratica».

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