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Trump nomina il governatore della Louisiana inviato per la Groenlandia. Copenaghen: “Inaccettabile”

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Jeff Landry unirà al suo incarico il compito “volontario” di avanzare le pretese statunitensi sull’isola più grande del mondo. Il governo danese protesta: “Rispettare l’integrità del Regno”. Convocato l’ambasciatore Usa
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Dal ritmo jazz di New Orleans al silenzio dei ghiacciai groenlandesi: Donald Trump nomina Jeff Landry, governatore repubblicano della conservatrice Louisiana, inviato speciale della Groenlandia: il territorio autonomo della Danimarca che il presidente americano ha da tempo detto di voler acquisire. «Jeff sa quanto la Groenlandia è essenziale alla nostra sicurezza nazionale e promuoverà con forza gli interessi del nostro Paese in quella parte di mondo necessaria pure alla protezione e sopravvivenza dei nostri alleati e del mondo», ha dunque scritto Mr. President in un post sul suo social Truth.

Landry, in carica dal 2024, repubblicano intransigente e fedelissimo di Trump che da tempo sostiene l’acquisizione di quella landa ghiacciata, lo ha prontamente ringraziato via X: «Grazie @realDonaldTrump! È un onore servirti e lavorare a rendere la Groenlandia parte degli Stati Uniti». Un interesse già dichiarato da Trump a inizio gennaio, che deriva dalle terre rare celate nel suo sottosuolo.…

Dal ritmo jazz di New Orleans al silenzio dei ghiacciai groenlandesi: Donald Trump nomina Jeff Landry, governatore repubblicano della conservatrice Louisiana, inviato speciale della Groenlandia: il territorio autonomo della Danimarca che il presidente americano ha da tempo detto di voler acquisire. «Jeff sa quanto la Groenlandia è essenziale alla nostra sicurezza nazionale e promuoverà con forza gli interessi del nostro Paese in quella parte di mondo necessaria pure alla protezione e sopravvivenza dei nostri alleati e del mondo», ha dunque scritto Mr. President in un post sul suo social Truth.

Landry, in carica dal 2024, repubblicano intransigente e fedelissimo di Trump che da tempo sostiene l’acquisizione di quella landa ghiacciata, lo ha prontamente ringraziato via X: «Grazie @realDonaldTrump! È un onore servirti e lavorare a rendere la Groenlandia parte degli Stati Uniti». Un interesse già dichiarato da Trump a inizio gennaio, che deriva dalle terre rare celate nel suo sottosuolo. Ma anche dalla competizione determinata dall’apertura, a causa della fusione dei ghiacci, del passaggio a nord ovest: il collegamento tra Asia ed Europa passando per il Mar glaciale artico, ambito da Mosca e già ipotizzato da Pechino nel 2018, quando parlava di una “via della seta polare”.

A Copenaghen non l’hanno presa bene. Il governo danese ha già in passato respinto l’ipotesi di cedere l’isola più grande del mondo - due milioni di chilometri quadrati — che è anche la meno popolata con i suoi 57 mila abitanti. E infatti il ministro degli esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, ha reagito alla nomina di Landry con durezza: «Conferma l'interesse ostile americano per la Groenlandia. Ma noi restiamo fermamente convinti che tutti, compresi gli Stati Uniti, debbano rispettare l'integrità territoriale del Regno», ha detto. Annunciando di aver nuovamente convocato l’ambasciatore Usa Kenneth Howery - il co-fondatore di PayPal amico di Elon Musk – già sentito ad agosto, quando i servizi segreti danesi scoprirono che tre americani vicini all’amministrazione stavano tramando un eventuale invasione. «Sono profondamente irritato per la nomina e le dichiarazioni: sono totalmente inaccettabili», ha dunque affermato dunque Rasmussen.

Gli inuit che abitano l’isola, d’altronde, già nelle elezioni di marzo si erano espressi chiaramente contro un’indipendenza immediata che avrebbe favorito l’annessione agli Usa, votando per Demokraatit, il partito conservatore “social liberale” di Jans-Frederik Nielsen. Un partito pro-business e a lungo scettico sul divorzio dalla Danimarca, che nel corso della scorsa campagna elettorale ha cambiato posizione dicendosi favorevole a un distacco graduale. Economicamente, la Groenlandia dipende ancora fortemente dai sussidi di Copenaghen, pari a un quinto del suo Pil. E dipende dai danesi per ciò che riguarda giustizia, politica monetaria ed estera, difesa e sicurezza. Ma già lo scorso gennaio avevano fatto capire chiaro come la pensavano: quando a un sondaggio pubblicato sul quotidiano groenlandese Sermitsiaq l'85% dei residenti dell’isola si era dichiarato contrario all'annessione agli Stati Uniti e solo il 6% si era detto a favore. Nè avevano aiutato le visite non richieste prima del figlio del presidente Don Jr. (che a Nuuk si presentò con al seguito l’attivista Charlie Kirk poi assassinato) e successivamente del vicepresidente J.D. Vance non hanno certo aiutato la causa americana.

Eppure, sull’isola l’esercito statunitense mantiene ancora un avamposto risalente alla Guerra Fredda, la Base di Pituffik, che - lo dice la US Space Force - è considerata una postazione strategica per missioni di difesa missilistica e sorveglianza spaziale. Finora la Danimarca si è mossa con cautela, attenta a non provocare Trump né a cedere dalla sua posizione. Ma la preoccupazione aumenta.

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