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L’attivista Mahmoudian: “No a interventi esterni in Iran, vogliamo la democrazia con un referendum”

L’attivista Mahmoudian: “No a interventi esterni in Iran, vogliamo la democrazia con un referendum”

In carcere per dieci anni per la sua opposizione contro la Repubblica islamica, l’intellettuale parla da Teheran delle proteste in corso: “La società è stata esclusa da ogni processo decisionale. L’obiettivo è una transizione verso un sistema basato sui diritti umani e lo stato di diritto”

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Attivista, giornalista, uomo di cultura, Mehdi Mahmoudian ha trascorso 10 anni nelle carceri iraniane per la sua opposizione alla Repubblica islamica, è stato arrestato 13 volte, non ha mai taciuto. Pochi giorni fa, insieme ad altri 17 intellettuali, registi, attivisti iraniani ha firmato un appello per una “transizione verso la democrazia che può avvenire solo attraverso un referendum e una nuova assemblea costituente”, ci dice da Teheran.

Cosa sta succedendo nel suo Paese?

“L’ insoddisfazione economica, sociale, politica è tornata a manifestarsi nelle piazze. La causa principale è che le persone sono state private di qualsiasi mezzo efficace per partecipare al processo decisionale: non ci sono vere elezioni, né media liberi, né organizzazioni indipendenti. Quando tutte le vie civiche sono chiuse, la strada diventa l'ultimo linguaggio della società, e la responsabilità di questa situazione ricade direttamente sul governo che ha criminalizzato il dialogo. Queste proteste non sono limitate a una classe specifica, sono una coalizione informale di diversi gruppi sociali che hanno una cosa in comune: nessun diritto di partecipare alla determinazione del proprio destino. Calmare le strade non significa risolvere il problema. Un problema irrisolto si riproporrà prima o poi”.

Queste proteste possono produrre cambiamenti significativi nel sistema?

“Sono una condizione necessaria, ma non sufficiente. Possono indebolire o addirittura far crollare un sistema, ma un "crollo sostenibile" ha senso solo se accompagnato dall'organizzazione politica e da un piano per il futuro. Il nostro obiettivo non è semplicemente la fine della Repubblica Islamica, ma la transizione verso la democrazia e un sistema basato sui diritti umani, sullo stato di diritto e sulla responsabilità. E’ l'unico modo per salvare l'Iran, non la riproduzione di un'altra forma di tirannia. Pur sostenendo pienamente le piazze e i movimenti sociali, cerchiamo di rafforzare le organizzazioni non governative e di sensibilizzare la popolazione, oltre a dare risalto alle lotte non violente, affinché anche l'Iran possa arrivare alla democrazia”.

Chi dovrebbe guidare questa transizione?

“Oggi in Iran esistono personalità civili, istituzioni e gruppi sociali che cercano di dare voce al popolo e di fornire una piattaforma per il cambiamento, ma manca un coordinamento. Serve un progetto politico che coinvolga la società nelle decisioni su che tipo di sistema alternativo vogliamo, attraverso mezzi legali e democratici come un'Assemblea Costituente e un referendum libero. E’ l'unico modo per garantire che il cambiamento strutturale sia sostenibile, la sola pressione sociale e di piazza non può garantire una transizione democratica”.

Per le strade si sentono anche slogan che inneggiano al ritorno del figlio dello scià. Quante è diffuso questo sentimento?

“Questi slogan sono più una reazione simbolica e una protesta contro la Repubblica Islamica che una vera richiesta di ritorno alla monarchia. In assenza di un'alternativa chiara e di fiducia nei processi democratici alcuni si rifugiano nel passato per esprimere la loro insoddisfazione. Ma è importante sapere che il ritorno della monarchia, anche simbolicamente, senza un meccanismo democratico, non è la risposta alla crisi odierna in Iran né una garanzia di libertà e diritti civili. Una transizione sostenibile e un vero cambiamento sono possibili solo facendo affidamento sul popolo, su istituzioni civili indipendenti e su un processo democratico, non su un ritorno al passato”.

Rispetto al 2022 il movimento per ora sembra meno partecipato: perché?

“La repressione brutale ha esaurito psicologicamente la società, che è stanca, diffidente anche sull’esito delle proteste. La presenza di sostenitori della monarchia ha allontanato alcuni dalle manifestazioni, e lo stesso fanno le minacce militari provenienti da paesi come gli Stati Uniti e Israele. Ci sono persone che non vogliono che la loro presenza in piazza legittimi un attacco straniero”.

Un intervento militare straniero aiuterebbe la transizione in Iran?

“Non potrebbe che avere conseguenze devastanti, la distruzione di infrastrutture, vittime civili e l'eliminazione di qualsiasi possibilità di transizione democratica. Libertà e democrazia non possono essere garantite da bombe e interventi militari. Un cambiamento sostenibile può essere raggiunto solo dall'interno della società e facendo affidamento sul potere del popolo e delle istituzioni civili. Esperienze passate come l'intervento militare in Afghanistan hanno dimostrato che tali azioni non solo non favoriscono la democrazia. I paesi stranieri di solito agiscono in base ai propri interessi, non per il bene della democrazia o della libertà altrui”.

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