Due anni fa la morte di Navalny. Sobol: “Putin non pagherà. Negoziare con lui è inutile”
di Rosalba CastellettiLjubov Sobol fu la prima avvocata assunta da Aleksej Navalny a RosPil, il blog antenato dell’odierna Fondazione anti-corruzione Fbk. Sempre al suo fianco nei cortei. Volto dei “Navalny Live” su YouTube. Leader delle proteste moscovite del 2019 tanto da guadagnarsi il paragone con la Pulzella d’Orleans. Insieme ad altri 14 dissidenti in esilio, oggi la “Giovanna d’Arco russa” è l’unica ex collaboratrice dell’oppositore morto in carcere chiamata a far parte della neonata “Piattaforma per il dialogo con le forze democratiche russe” istituita dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Apce).
«È stato Vladimir Putin a ordinare l’assassinio di Aleksej. Purtroppo non ne pagherà le conseguenze. Come non ne sta pagando dopo quattro anni di guerra contro Kiev», dice in videochiamata con Repubblica a due anni esatti dalla morte di Navalny e all’indomani dell’inchiesta di cinque Paesi occidentali che ha accusato lo Stato russo di averlo ucciso col veleno della rana freccia sudamericana. …
Ljubov Sobol fu la prima avvocata assunta da Aleksej Navalny a RosPil, il blog antenato dell’odierna Fondazione anti-corruzione Fbk. Sempre al suo fianco nei cortei. Volto dei “Navalny Live” su YouTube. Leader delle proteste moscovite del 2019 tanto da guadagnarsi il paragone con la Pulzella d’Orleans. Insieme ad altri 14 dissidenti in esilio, oggi la “Giovanna d’Arco russa” è l’unica ex collaboratrice dell’oppositore morto in carcere chiamata a far parte della neonata “Piattaforma per il dialogo con le forze democratiche russe” istituita dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Apce).
«È stato Vladimir Putin a ordinare l’assassinio di Aleksej. Purtroppo non ne pagherà le conseguenze. Come non ne sta pagando dopo quattro anni di guerra contro Kiev», dice in videochiamata con Repubblica a due anni esatti dalla morte di Navalny e all’indomani dell’inchiesta di cinque Paesi occidentali che ha accusato lo Stato russo di averlo ucciso col veleno della rana freccia sudamericana. «Negoziare con Putin non serve. Conosce soltanto il linguaggio della forza. Ma finché sarà al potere, il conflitto con l’Europa non finirà. Per lui è esistenziale».
Suo marito fu avvelenato su ordine di Evgenij Prigozhin e rischiò la morte. Che cosa pensa dell’esito dell’inchiesta occidentale sull’avvelenamento di Navalny?
«Non ho dubbi sulla credibilità e attendibilità dei risultati dei laboratori indipendenti di analisi occidentali. Non avevano alcun interesse a falsificarli. Quando è arrivata la terribile notizia della morte di Navalny, ero certa che fosse stato ammazzato in qualche modo. Ci è voluto del tempo, ma grazie agli eroi che hanno portato i suoi campioni all’estero adesso abbiamo appreso la verità. E la verità è che Aleksej ha subito una morte terribile. Ci credo. Non ho dubbi. Anche se Vladimir Putin ha fatto del suo meglio perché il mondo non sapesse cosa era davvero successo».
Quindi anche lei accusa Putin?
«Non c’è dubbio che Putin volesse far ammazzare Navalny, così come che sia stato lui a ordinarne la condanna al carcere. Ucciderlo era una decisione che non poteva prendere nessun altro. Ogni decisione riguardo Navalny era sua competenza. Nessuno avrebbe agito senza sua autorizzazione».
L’esito dell’inchiesta dovrebbe avere delle conseguenze?
«Domanda interessante, ma non so cosa rispondere. Putin ha scatenato una guerra su vasta scala in Ucraina, e dunque in Europa, che dura oramai da quattro anni. E ha ucciso Navalny. Ma finora non ha subito alcuna conseguenza. Anzi, Donald Trump non solo lo ha incontrato, ma ha appeso una foto del loro vertice alla Casa Bianca. Le sanzioni adottate finora non sono riuscite a fermare le repressioni nel Paese né la sanguinosa guerra d’annessione in Ucraina. In Russia c’è gente che si oppone, ma da sola non può agire perché rischia troppo finché il regime non sarà soffocato. Vorrei vedere azioni più decise dai politici e dai Paesi occidentali».
Pensa che Trump sia troppo indulgente con Putin?
«La notizia della sua foto con Putin appesa mi ha scioccato. Non riesco a immaginare che cosa potrà provare Volodymyr Zelensky la prossima volta che visiterà la Casa Bianca e ci passerà accanto. Non ne comprendo la logica. Putin capisce soltanto il linguaggio della forza e in passato ne abbiamo avuto più volte la conferma. Di fronte a una prova di forza, Putin retrocede. Gli Usa avrebbero tutte le risorse per porre fine alle esportazioni grigie del petrolio russo e asfissiare l’economia, lo ha dimostrato col sequestro delle navi battenti bandiera russa, eppure non le usano. Trump potrebbe fermare Putin in 24 ore, ma non lo fa».
Che prospettive vede per il terzo round di negoziati trilaterali che si aprirà domani a Ginevra?
«Credo nel desiderio di pace da parte ucraina, ma non vedo alcuna volontà da parte russa di fermare la guerra. I colloqui non sono che un tentativo di distogliere l’attenzione e prendere tempo. Far sì che tutti corrano dietro a Putin, cerchino di indovinare quel che vuole, gli propongano diverse opzioni. Ma finché sarà al potere, la guerra ci sarà sempre. Il conflitto con l’Europa per lui è esistenziale. Che si tratti di scontri, minacce, droni, provocazioni o altre azioni ibride. Bisogna che l’Europa lo capisca: con lui non ci sarà alcun “reset”. E non perché l’Europa sbagli qualcosa, ma perché lui proprio non lo vuole».
La Piattaforma delle forze democratiche russe di cui lei fa parte potrà cambiare qualcosa?
«È presto per dirlo. L’Assemblea Parlamentare presso il Consiglio europeo è un organo consultivo. Le sue decisioni non sono vincolanti. Comprende le delegazioni di 46 Paesi. A partire dagli Anni ’90 c’erano dei rappresentanti plenipotenziari russi, come i deputati propagandisti Leonid Slutskij o Pjotr Tolstoj, ma dal 2022 sono stati sospesi. Noi non avremo pieni poteri, ma potremo dialogare con i rappresentanti di 46 Stati, compresi i Paesi Ue, il Regno Unito, l’Ucraina o la Turchia. Potremo discutere delle prospettive di pace. È un’apertura importante. E io personalmente intendo lanciare un appello perché le elezioni della Duma di settembre non vengano riconosciute e aiutare i tanti russi che hanno lasciato la Russia perché non erano d’accordo col regime né con la guerra. A molti di loro sta per scadere il passaporto russo, ma non possono rientrare in patria perché rischierebbero il carcere. Bisognerebbe concedere loro un “passaporto grigio” come fanno alcuni Paesi baltici».
A due anni esatti dalla morte di Navalny, l’opposizione russa è ancora dispersa e divisa. Che cosa manca perché si compatti?
«La nostra Piattaforma a Strasburgo rappresenta voci e background eterogenei. Credo sia positivo perché ci aiuta a parlare con persone diverse. Qualcuno, ad esempio, può riconoscersi nella mia voce, qualcun altro preferire un uomo in cravatta a una giovane bionda. Ma su quel che conta di più siamo tutti d’accordo. Non credo che ci sia bisogno di un leader forte. Gli potrebbe capitare di tutto come è successo a Navalny. Potrebbe essere avvelenato, mandato in galera e infine ammazzato».