Il rebus del governo: cosa succede adesso. Ecco gli scenari tra apertura agli arabi, Bibi 2.0 o grande coalizione
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV – Gli occhi di Israele e del mondo da oggi saranno fissi su Beit HaNassi, la residenza ufficiale del presidente della Repubblica, nel cuore di Gerusalemme. È lì che nei prossimi giorni – ma qualcuno ipotizza anche nelle prossime ore, prima ancora dei risultati ufficiali – Isaac Herzog convocherà Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot per provare a capire da loro dove andrà Israele. Ieri il presidente ha dato ufficialmente il via alle trattative post- elezioni con un messaggio che lascia poco spazio al dubbio sulle sue intenzioni: «Dobbiamo fare di tutto per non tornare alle urne. A chi verrà chiedo di arrivare con la mente aperta», ha detto.
E dunque, quella che andrà ad esplorare per prima sarà l’ipotesi di un governo di unità nazionale …
TEL AVIV – Gli occhi di Israele e del mondo da oggi saranno fissi su Beit HaNassi, la residenza ufficiale del presidente della Repubblica, nel cuore di Gerusalemme. È lì che nei prossimi giorni – ma qualcuno ipotizza anche nelle prossime ore, prima ancora dei risultati ufficiali – Isaac Herzog convocherà Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot per provare a capire da loro dove andrà Israele. Ieri il presidente ha dato ufficialmente il via alle trattative post- elezioni con un messaggio che lascia poco spazio al dubbio sulle sue intenzioni: «Dobbiamo fare di tutto per non tornare alle urne. A chi verrà chiedo di arrivare con la mente aperta», ha detto.
E dunque, quella che andrà ad esplorare per prima sarà l’ipotesi di un governo di unità nazionale che metta insieme i due rivali – probabilmente con un principio di rotazione della premiership – unendo le varie anime del centro-destra – Likud, Yashar, ma anche i partiti di Naftali Bennett/Yair Lapid e quello di Avigdor Liebermann – e lasciando fuori le ali estreme: la sinistra dei Democratici per Eisenkot, l’estrema destra di Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir per Netanyahu. Oltre naturalmente alle due liste arabe che delle urne sono le trionfatrici assolute, avendo quasi raddoppiato i loro seggi alla Knesset. Questo è lo scenario per cui da settimane fa pressioni la Casa Bianca e che avrebbe il vantaggio di non far precipitare il Paese in una fase di incertezza come quella del periodo 2019-2022, quando si andò a votare cinque volte in tre anni.
Un’ipotesi, quella della grande coalizione, a cui ha aperto Netanyahu, ben consapevole che tornare al governo con l’attuale maggioranza (se pure raccogliesse i voti di altri deputati) significherebbe attirarsi le sanzioni di Stati Uniti e Unione europea per le violenze dei coloni in Cisgiordania. Ma se il primo ministro sarebbe pronto al compromesso, non così Eisenkot: il leader di Yashar ha corso su una piattaforma di onestà e trasparenza che risulta impossibile da conciliare con i processi e con la storia degli ultimi tre anni del premier. Non solo: per godere dell’immunità giudiziaria, a Netanyahu non basta una poltrona qualunque, ha bisogno di quella di primo ministro. E in passato, ogni volta che ha promesso di dividere il potere, poi non lo ha fatto: Eisenkot lo sa e non ha intenzione di ripetere gli errori dei suoi predecessori.
Per questo, il governo di coalizione resta una soluzione complessa e sotto la superficie si muove altro: Eisenkot e i suoi si riuniranno stamattina per esplorare la strada per ottenere l’appoggio dei partiti arabi. L’ostacolo principale è il “no” di Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, ma la mano verso i palestinesi di Israele è già stata tesa ieri da Yair Golan, leader dei Democratici (la sinistra) e uomo che con Eisenkot condivide anni di tattiche e strategie, essendo stato il suo numero due quando era il capo di Stato Maggiore dell’Idf. «Abbiamo una maggioranza. E abbiamo l’opportunità di stabilire un governo di cambiamento in partnership con i cittadini arabi di Israele. Dobbiamo smettere di avere paura», è l’appello che ha lanciato. Il più difficile da convincere sarà Lieberman che, secondo la stampa israeliana, non risponde più alle chiamate degli alleati. E che, sempre secondo indiscrezioni giornalistiche, sarebbe l’obiettivo a cui punterebbe Netanyahu per allargare il suo campo in caso di fallimento delle trattative per la grande coalizione.
Se così fosse, gli scenari che si aprirebbero sarebbero molto diversi da quelli presentati in campagna elettorale. «La democrazia israeliana ha avuto una chance per salvarsi. Forse non ne avrà un’altra», scriveva ieri su Haaretz il direttore Aluf Benn in un appello al fronte del cambiamento perché superasse timori e pregiudizi e trovasse un accordo con gli arabi. Ma Haaretz qui è un giornale in crisi e solo il 20% della popolazione ebrea di questo Paese negli ultimi anni ha detto di fidarsi dei concittadini palestinesi. Dunque la strada per il futuro è tutta in salita.