Lawrence Wright: “L’America cambia, chi vuole la Casa Bianca dovrà vincere qui a Austin”
dalla nostra inviata Anna LombardiLawrence Wright
AUSTIN (Texas) – «Dopo anni in cui qui non si faceva più campagna elettorale, dando per scontato il voto repubblicano del Texas, siamo tornati a essere competitivi: un tassello cruciale dell’intricato puzzle della politica americana. Per ragioni demografiche, il Lone Star State avrà un peso immenso nelle prossime elezioni presidenziali: la popolazione sta aumentando e la composizione è più eterogenea. Presto, il tasso di crescita lo porterà a essere pari alle dimensioni della California e di New York. Significa che avremo più delegati e, dunque, più peso nella scelta del presidente». Lo scrittore e celebre giornalista del New Yorker Lawrence Wright ci apre le porte della sua casa di Austin alle otto del mattino dell’Election Day, offrendoci una tazza di caffè e una comoda poltrona nel suo studio foderato di libri. Premio Pulitzer 2007 con l’inchiesta su Al Qaeda “Le Altissime Torri”, è autore di numerosi saggi: come “Dio salvi il Texas”, dove già nel 2018 raccontava perché lo stato ne…
AUSTIN (Texas) – «Dopo anni in cui qui non si faceva più campagna elettorale, dando per scontato il voto repubblicano del Texas, siamo tornati a essere competitivi: un tassello cruciale dell’intricato puzzle della politica americana. Per ragioni demografiche, il Lone Star State avrà un peso immenso nelle prossime elezioni presidenziali: la popolazione sta aumentando e la composizione è più eterogenea. Presto, il tasso di crescita lo porterà a essere pari alle dimensioni della California e di New York. Significa che avremo più delegati e, dunque, più peso nella scelta del presidente». Lo scrittore e celebre giornalista del New Yorker Lawrence Wright ci apre le porte della sua casa di Austin alle otto del mattino dell’Election Day, offrendoci una tazza di caffè e una comoda poltrona nel suo studio foderato di libri. Premio Pulitzer 2007 con l’inchiesta su Al Qaeda “Le Altissime Torri”, è autore di numerosi saggi: come “Dio salvi il Texas”, dove già nel 2018 raccontava perché lo stato nei cui valori Trump più si riconosce, avrebbe tradito il presidente. Il suo nuovo libro, intitolato “Redenzione”, affronta il delicato tema della pena di morte, tornato tragicamente attuale. In Italia esce il 20 novembre, edito da NR.
Cosa succede in Texas?
«La popolazione è più giovane e più liberal. Le tasse sono basse ma abbiamo l’assistenza sanitaria peggiore d’America. Il Texas è cambiato ma è una transizione che dura già da diversi cicli elettorali. Alle ultime elezioni i latinos, tradizionalmente conservatori, hanno votato in massa repubblicano. Ma proprio le mosse di Donald Trump hanno sgretolato il loro sostegno. C’è molta delusione, rabbia e sfiducia nei suoi confronti. James Talarico è riuscito a rimettere il Texas sulla mappa elettorale nazionale, rendendolo uno stato competitivo. Non si vedeva così tanta attenzione dai tempi di Lyndon B. Johnson. E questo cambierà l’America: non si potrà più vincere un’elezione senza il Texas».
Talarico le piace?
«Molto. È un uomo di grande spessore e non lo dico con leggerezza: ho ascoltato con attenzione i suoi discorsi e già prima che corresse per il Senato apprezzavo i suoi interventi alla Camera dei rappresentanti del Texas. È una figura generazionale, di quelle che scrivono la Storia, capaci di attuare grandi trasformazioni. Aspettavamo da tempo una voce come la sua. Se non avesse scelto la carriera politica penso che sarebbe già diventato un grande predicatore, capace di competere con figure come il defunto Billy Graham, il più famoso d’America, uno capace di smuovere masse. Con la differenza che Talarico ha profondo rispetto per la fede di tutti».
E questo rappresenta una novità?
«Nell’America bigotta di oggi, la sua è un’apertura straordinaria. Ricordo quanto si discuteva dell’esposizione dei 10 comandamenti nelle classi. Lui era contrario, ma alla fine hanno vinto i repubblicani. Talarico li ha però messi alla gogna quando ha fatto notare: “Se volete esporli, vorrete anche dare il buon esempio. Allora perché votiamo questa legge proprio in un giorno festivo? Il terzo comandamento impone di santificarle col riposo. O questo non si applica a voi?”. Ha messo in luce tutta la loro ipocrisia. Ma la volata non è solo merito suo. Non va sottovalutato il peso di Gina Hinojosa».
La candidata alla poltrona di governatore?
«Sì. Lei viene dal sud del Texas e ha rappresentato alla Camera statale la popolazione che vive al confine con il Messico. A prescindere dai risultati, Talarico ha spezzato un incantesimo: lei ha scatenato una rivoluzione: dando voce a chi non è abituato ad averne. Latini perseguitati dall’Ice ingiustamente, lavoratori che non hanno niente a che fare col crimine ma mandavano avanti l’economia locale. Inoltre, gente che è a favore delle armi, dopo le stragi di El Paso e Uvalde, vuole più controllo».
Democratici e repubblicani hanno investito moltissimi soldi sulla campagna texana: oltre mezzo miliardo di dollari. Il solo Elon Musk ha scommesso 158 milioni.
«È già la corsa al Senato più costosa della Storia, e questo dice tutto sull’importanza futura del Texas. Ora che siamo tornati competitivi, assisteremo a spese ancora maggiori in futuro. Siamo uno Stato enorme, abbiamo quattro delle città più grandi d’America, moltissimi media locali. Siamo un mercato elettorale enorme ed estremamente dispendioso. Ma Elon si è reso conto troppo tardi che doveva investire qui e la questione è anche un’altra: non si può pensare di vincere le elezioni solo con gli spot televisivi».
Come si vince?
«C’è un problema che vedo in tutti i partiti. Lì dove restano al potere troppo tempo, gli estremisti finiscono per prendere il sopravvento. E questo mette fuori gioco i moderati: se al posto del procuratore generale Paxton scelto da Trump, un politico notoriamente corrotto, ci fosse stato il moderato John Cornyn, sconfitto alle primarie, la campagna per il Senato sarebbe stata diversa. Trump ha diviso il partito e perfino i Bush hanno fatto trapelare il loro voto per Talarico. Mentre altri hanno scelto di non andare a votare. Ma è il bello della democrazia: c’è sempre la possibilità di correggere gli errori del potere».