✕

Usa-Iran, negoziare o attaccare il dilemma che agita i due nemici

Ascolta l'audio

La Casa Bianca a un bivio. E Khamenei già minaccia: “Se saremo colpiti di nuovo il conflitto si allargherà e diventerà un incubo”
2 minuti di lettura

Fu tra le prime grandi decisioni di politica estera durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, nel 2018: fare a pezzi l’accordo sul nucleare con l’Iran faticosamente negoziato da Obama. Otto anni dopo, quell’ossessione, l’Iran, consegna a Donald Trump una delle sconfitte più profonde ed eclatanti subite da un presidente americano alle elezioni di metà mandato. «Non mi pento della guerra», dice adesso il tycoon, mentre il suo vice, J.D. Vance, il più ostile nell’amministrazione all’avventura militare nel Golfo, si assume la responsabilità della disfatta: «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra in Iran».

Cosa sceglierà la Casa Bianca, negoziato a oltranza o ancora guerra? Nonostante la War Powers resolution attribuisca al Congresso poteri di co…

Fu tra le prime grandi decisioni di politica estera durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, nel 2018: fare a pezzi l’accordo sul nucleare con l’Iran faticosamente negoziato da Obama. Otto anni dopo, quell’ossessione, l’Iran, consegna a Donald Trump una delle sconfitte più profonde ed eclatanti subite da un presidente americano alle elezioni di metà mandato. «Non mi pento della guerra», dice adesso il tycoon, mentre il suo vice, J.D. Vance, il più ostile nell’amministrazione all’avventura militare nel Golfo, si assume la responsabilità della disfatta: «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra in Iran».

Cosa sceglierà la Casa Bianca, negoziato a oltranza o ancora guerra? Nonostante la War Powers resolution attribuisca al Congresso poteri di controllo sui conflitti militari, il presidente ha le mani libere sulla politica estera. Altri prima di Trump hanno ingaggiato guerre o intensificato quelle in corso dopo aver perso le midterm: lo fece Clinton con la guerra Nato nei Balcani, lo fece Bush con il surge in Iraq, lo fece anche Obama con l’intervento in Libia.

Trump ha di fronte un enigma strategico nel Golfo: deve riaprire lo stretto di Hormuz e insieme arrivare a un accordo sul programma nucleare iraniano che tenga lontani i Pasdaran dalla tentazione atomica. Ma una nuova guerra, la terza in meno di due anni, potrebbe produrre l’effetto opposto: spingere il regime verso una revisione della sua dottrina di difesa e nucleare e la cancellazione del bando sulle armi atomiche, come già chiedono diversi ultraconservatori.

Per Teheran la sconfitta elettorale del presidente americano non poteva arrivare in un giorno migliore: ieri era l’anniversario della presa degli ostaggi all’ambasciata statunitense, 4 novembre 1979, l’atto fondativo della Repubblica islamica khomeinista. I giornali conservatori hanno celebrato ripubblicando le foto dei diplomatici americani bendati in quel novembre di sangue e paura, paragonando Trump al presidente Carter, che fu sconfitto alle presidenziali del 1980 proprio per la crisi degli ostaggi. Titola così Hamshahri: «47 anni ostaggio dell’Iran; dalla presa del nido dello spionaggio nel novembre 1979 alle elezioni del congresso americano nel novembre 2026».

Il leader supremo, Mojtaba Khamenei, che non appare in pubblico da oltre otto mesi, ha inviato un messaggio scritto: «Chi spera che l’esito delle elezioni americane possa cambiare la politica di Washington nei confronti dell’Iran si sbaglia di grosso. Se saremo attaccati di nuovo il conflitto si allargherà». Mohammed Ghalibaf, l’ex generale Pasdaran a capo del Parlamento, che ha incontrato Vance nell’unico contatto faccia a faccia con gli statunitensi, ha avvertito il presidente: «Gli americani hanno detto no alla guerra. Se il governo tradirà la volontà della propria opinione pubblica il nostro no si accompagnerà a un incubo».

I leader iraniani rivendicano in coro la vittoria politica contro il nemico storico e questo sentimento potrebbe renderli ancora più intransigenti nei negoziati già complessi, sulle sette condizioni per la riapertura di Hormuz, la pretesa che siano gli Stati Uniti a compiere il primo passo scongelando miliardi di dollari iraniani bloccati all’estero, il rifiuto di fare concessioni significative sul nucleare. Ma se così fosse, il giovane Khamenei rischierebbe di compiere un errore politico speculare, lasciando a Trump un’unica opzione nei due anni che ancora gli restano alla Casa Bianca: la guerra, “finire il lavoro” o provarci, come ha già minacciato molte volte di voler fare.

Leggi i commenti