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Vance riorganizza la destra, Rubio pensa alle dimissioni: tra i repubblicani parte la corsa al 2028

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Inizia il duello per vincere la candidatura alla Casa Bianca. Ma l’imperativo per i due big è smarcarsi da Trump
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WASHINGTON – Lunghi coltelli alla Casa Bianca, dove l’ampia sconfitta repubblicana precipita i già precari equilibri interni al cerchio magico di Donald Trump. La disfatta sta infatti facendo emergere la latente rivalità tra i due delfini del presidente: il vice JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio: con lo zampino di uno “Iago” interno, la glaciale chief of staff Susie Wiles.

La donna, indicata da una fazione come la principale responsabile della débâcle (è stata lei a convincere Trump che i repubblicani avrebbero trionfato), starebbe adottando misure disperate per evitare di essere epurata insieme al segretario alla Guerra Pete Hegseth: la cui testa potrebbe essere offerta in sacrificio ai Maga furiosi. Una strategia degna del Frank Underwood di House of Cards, la sua: se le fonti del Daily Beast, raccontano il vero, Wiles starebbe infatti aizzando Vance contro Rubio, «per salvare sé stessa ma anche quel che ritiene essere la legacy del presidente». Prendendosela pure c…

WASHINGTON – Lunghi coltelli alla Casa Bianca, dove l’ampia sconfitta repubblicana precipita i già precari equilibri interni al cerchio magico di Donald Trump. La disfatta sta infatti facendo emergere la latente rivalità tra i due delfini del presidente: il vice JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio: con lo zampino di uno “Iago” interno, la glaciale chief of staff Susie Wiles.

La donna, indicata da una fazione come la principale responsabile della débâcle (è stata lei a convincere Trump che i repubblicani avrebbero trionfato), starebbe adottando misure disperate per evitare di essere epurata insieme al segretario alla Guerra Pete Hegseth: la cui testa potrebbe essere offerta in sacrificio ai Maga furiosi. Una strategia degna del Frank Underwood di House of Cards, la sua: se le fonti del Daily Beast, raccontano il vero, Wiles starebbe infatti aizzando Vance contro Rubio, «per salvare sé stessa ma anche quel che ritiene essere la legacy del presidente». Prendendosela pure con un altro esponente della cricca: il consigliere alla sicurezza nazionale Steven Miller, architetto delle crudeli politiche anti-migranti che aspirerebbe pure a sfilarle il posto.

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Il vicepresidente Vance, d’altronde, ha provato a smarcarsi dalla sconfitta fin dalla prima ora: pubblicando, all’indomani della batosta, un lungo post su X in cui attribuiva la colpa alla guerra in Iran, che ha fatto schizzare i prezzi, ricordando che lui è sempre stato contro: «Tutti sanno perché abbiamo perso». Una partita complessa, quella di Vance. In vista delle elezioni del 2028 non può prendere troppo le distanze dal presidente, di cui è numero due: ma per raccoglierne l’eredità, deve stringere nuove alleanze coi Maga scontenti.

JD starebbe dunque lavorando a formare una «nuova destra»: una coalizione ampia di repubblicani che si riconoscono nelle tesi dell’America First, sostenendone i punti chiave — star fuori dai conflitti esteri (e dunque ridefinire pure le relazioni con Israele), abbassare prezzi e tasse, sostenere le famiglie e chiudere le frontiere. Contando anche sul sostegno dei cristiano-nazionalisti che già si stanno mobilitando per lui: come Turning Point, l’organizzazione creata dall’attivista di destra assassinato un anno fa, Charlie Kirk, che ha già rinnovato la sua struttura per trasformarsi proprio in strumento di propaganda a sostegno della candidatura di Vance alla Casa Bianca. Sostenuta pure degli esponenti più in vista della cosiddetta techno destra, Peter Thiel, patron di Palantir, in testa. Secondo molti, è proprio al vice che Trump pensa di dare il suo endorsement, spinto pure dal figlio Don Jr. che di JD è amico e sponsor.

Peccato che, con l’amministrazione indebolita dal voto di midterm, il segretario di Stato Rubio non abbia più il dovere di dimostrare lealtà a The Donald, facendo un eventuale passo indietro sulla nomination se quello dovesse preferirgli il vice. Tanto più che “Little Marco”, come un tempo lo chiamava dispregiativamente Trump, è nella posizione di puntare il dito contro JD che ha negoziato con l’Iran in Pakistan senza portare a casa alcun accordo. Secondo un’esclusiva del britannico Independent, ripresa ieri pure da The New Republic, il capo della diplomazia americana sarebbe dunque pronto a lasciare l’incarico, proprio per preparare la candidatura: come già fece Hillary Clinton nel 2013, quando aspirava alla Casa Bianca e aveva bisogno di prendere le distanze dall’attentato di Bengasi, avvenuto mentre era alla guida del Dipartimento di Stato.

Lui per ora smentisce ma in cuor suo aspirerebbe a prendere le redini dell’area più moderata del partito dell’elefante, già dalla sua parte: Newt Gingrich, presidente della Camera negli anni ‘90, lo ha scritto chiaro su X: «Oggi tanti sono pronti a scommettere sul fantastico Segretario di Stato Marco Rubio». E se la guerra fratricida dovesse diventare troppo sanguinosa, per Gingrich si potrebbe cercare anche altrove: nello stesso post propone infatti una lista lunga di papabili che comprende il senatore del Texas Ted Cruz, quello dell’Arkansas Tom Cotton, il governatore della Florida Ron DeSantis, e il governatore della Virginia Glenn Youngkin. «C’è un numero sorprendente di persone che possono approfittare del caos di una sconfitta clamorosa, per dimostrare di essere il leader capace di salvare il partito e il Paese». La partita è appena cominciata.

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