Papa Leone in Uruguay, messa nei luoghi della memoria indigena: “Costruire ponti”
dal nostro inviato Iacopo ScaramuzziPAYSANDÙ – Il paesaggio monotono, battuto da un vento che non dà tregua, nasconde secoli di storia straordinaria, quando gloriosa, quando tremenda. Qui nel seicento sorgeva una delle reducciones del popolo guaranì, i mitici villaggi autogestiti creati dai gesuiti per sottrarre i popoli indigeni alle mire fameliche dei conquistadores, prima che le corone spagnola e portoghese eliminassero il problema alla radice, sciogliendo la Compagnia di Gesù. Poco lontano da qui, verso Tacuarembó, nel 1831 il primo presidente della Repubblica uruguaiana organizzò una trappola per il popolo Charrua sterminandone i capi. Qui, a Paysandù, papa Leone ha deciso di celebrare la sua prima messa da Papa in terra latino-americana.
“Cari fratelli e sorelle”, ha detto il Papa ai circa 40mila fedeli raccolti in una spianata, “siate ponti, affinché molti possano incontrare Gesù. Siate comunità fraterna, che si riunisce e…
PAYSANDÙ – Il paesaggio monotono, battuto da un vento che non dà tregua, nasconde secoli di storia straordinaria, quando gloriosa, quando tremenda. Qui nel seicento sorgeva una delle reducciones del popolo guaranì, i mitici villaggi autogestiti creati dai gesuiti per sottrarre i popoli indigeni alle mire fameliche dei conquistadores, prima che le corone spagnola e portoghese eliminassero il problema alla radice, sciogliendo la Compagnia di Gesù. Poco lontano da qui, verso Tacuarembó, nel 1831 il primo presidente della Repubblica uruguaiana organizzò una trappola per il popolo Charrua sterminandone i capi. Qui, a Paysandù, papa Leone ha deciso di celebrare la sua prima messa da Papa in terra latino-americana.
“Cari fratelli e sorelle”, ha detto il Papa ai circa 40mila fedeli raccolti in una spianata, “siate ponti, affinché molti possano incontrare Gesù. Siate comunità fraterna, che si riunisce e condivide la vita e i progetti, i sogni e le speranze, soprattutto con i più bisognosi. Siate comunità di preghiera, che mantiene il dialogo con il Signore come un amico parla con un altro amico”.
Giunto ieri a Montevideo dopo un volo di 13 ore da Roma, Leone questa mattina ha ripreso un aereo militare per raggiungere Paysandù a 333 chilometri dalla capitale dell’Uruguay. Ad attenderlo, con una certa compostezza molto uruguaiana (“Siamo diversi dagli argentini”, tengono a sottolineare) folla di fedeli un po’ infreddoliti, tra di loro anche cattolici argentini, cileni e paraguayani arrivati qui per l’occasione. La toponomastica del luogo tradisce una storia dove tradizioni ancestrali e conquiste coloniali si sono mescolate per secoli. La messa si celebra nel “Parque Paris Londres”, poco più in là c’è una località chiamata “Nuova Escocia”, la stessa Paysandù fu conquistata dai brasiliani dopo un violento assedio al quale partecipò il futuro dittatore Venancio Flores, a qualche chilometro scorre il fiume Uruguay che divide il paese dalla vicina Argentina.
“Non è difficile immaginare i benefici che genera un ponte: apertura, comunicazione, scambio”, ha detto il Papa nella sua omelia, “perciò, quanto è importante essere costruttori di ponti!”. Ma “è necessario che il ponte abbia buone fondamenta”, ha avvertito, “dobbiamo essere ben preparati per dare ragioni della nostra fede a chiunque ce lo chieda e non lasciarci trascinare da dottrine varie ed estranee: solo cosi saremo strumenti di unità e legami di carità”. Leone usa altre due immagini, quella delle palme, molto presenti in questa zona, e quella del mate, la bevanda calda che i latino-americani si portano dietro nel termos e bevono in una sorta di tazza rotonda, la “bombilla”, anche tra molti dei fedeli presenti a messa: “II mate”, dice, “è segno di familiarità, di amicizia e di incontro. Ci insegna a condividere e a stare insieme, a rafforzare i legami che ci uniscono e ci rendono fratelli. È segno di accoglienza, di integrazione e di valori comuni”.
Oggi la popolazione indigena in Uruguay è una piccola minoranza. Luis Ignacio ascolta il Papa accanto alla moglie Carolina. Sono cattolici convinti, lui ha già assistito alla messa che celebrò Giovanni Paolo II a Salto, a un’ora di distanza da qui, ha ben presente la storia di questo luogo. “E’ una memoria difficile da ricordare e da ascoltare”, dice, “la Chiesa ha fatto molto ma non tutto quello che avrebbe potuto fare, cioè riconoscere e riscattare il passato”. Tutto intorno soffia un vento continuo sulla penillanura, come la chiamano qui, una pianura ondulata a perdita d'occhio, il cielo basso di nuvolaglia grigia che si perde all'orizzonte.