Autoland kaputt?
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniDalla Germania, patria dell’automobile, continuano ad arrivare messaggi inquietanti. I principali gruppi del Made in Germany sono tutti in crisi, da Volkswagen a BMW a Mercedes, principalmente perché i suoi top manager non hanno capito cosa stava succedendo dal Covid in poi in Cina. Lì i marchi nazionali dell’auto elettrica in vertiginosa ascesa come Byd hanno via via cacciato i concorrenti stranieri dal mercato. E in questo frangente si stanno lanciando alla conquista di quello europeo, costringendo la Ue a reagire.
D’un lato si registra l’accordo tra il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron raccontato qui da Diego Longhin. Un’intesa che ha il sapore della disperazione e che mira ad ammorbidire le regole sul Co2 per garantire una sopravvivenza più lunga al motore a combustione, in teoria bandito dal 2035.
Dall’altro si registra la lettera-bomba con cui i due leader europei hanno proposto alla Commissione europea di dotarsi di uno strumento nuovo …
Dalla Germania, patria dell’automobile, continuano ad arrivare messaggi inquietanti. I principali gruppi del Made in Germany sono tutti in crisi, da Volkswagen a BMW a Mercedes, principalmente perché i suoi top manager non hanno capito cosa stava succedendo dal Covid in poi in Cina. Lì i marchi nazionali dell’auto elettrica in vertiginosa ascesa come Byd hanno via via cacciato i concorrenti stranieri dal mercato. E in questo frangente si stanno lanciando alla conquista di quello europeo, costringendo la Ue a reagire.
D’un lato si registra l’accordo tra il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron raccontato qui da Diego Longhin. Un’intesa che ha il sapore della disperazione e che mira ad ammorbidire le regole sul Co2 per garantire una sopravvivenza più lunga al motore a combustione, in teoria bandito dal 2035.
Dall’altro si registra la lettera-bomba con cui i due leader europei hanno proposto alla Commissione europea di dotarsi di uno strumento nuovo per bloccare imprese, settori o addirittura Paesi interi dall’invadere l’Unione europea, se lo fanno attraverso la manipolazione valutaria, aziende sussidiate dallo Stato e altre prassi anti-concorrenziali. Nella lettera, Merz e Macron non menzionano mai la Cina, ma è chiaro che il riferimento è al Paese che sta maggiormente mettendo sotto pressione il continente attraverso il dumping e altri strumenti strumenti di concorrenza sleale. Nelle intenzioni del duo franco-tedesco, Bruxelles potrà prendere autonomamente la decisione di bloccare aziende o settori o Paesi, e potrà essere bloccata solamente se qualcuno riuscirà a riunire una maggioranza contraria dei due terzi al Consiglio europeo. Accanto alla frusta, come ci svelail nostro corrispondente dalla Cina, Gianluca Modolo, la Commissione Ue sta cercando di ottenere anche un argine alle importazioni alla Cina con lo zuccherino: attraverso la diplomazia. Ormai le ibride cinesi, per dire, rappresentano un quarto del mercato delle vendite in Europa.
La linea dura di Volkswagen
Intanto in Germania si annuncia un autunno caldo. Il secondo maggiore gruppo automobilistico mondiale, Volkswagen, che possiede marchi come Vw, Audi, Porsche, Lamborghini, Ducati o Seat, ha annunciato guerra ai sindacati su vari fronti. Due anni fa vi avevo raccontato in un reportage da Hannover la dura lotta del sindacato metalmeccanico Ig Metall contro la pretesa di Vw di congelare gli aumenti in busta paga, di licenziare decine di migliaia di lavoratori e di chiudere tre stabilimenti, rompendo dunque un tabù storico: mai nella quasi centenaria storia della “macchina del popolo” i vertici avevano paventato la cancellazione di una fabbrica in Germania. Allora si era raggiunto il cosiddetto “accordo di Natale”: niente chiusura degli stabilimenti, ma un congelamento dello stipendio (a fronte della richiesta dei sindacati di un incremento del 5%) e il doloroso annuncio di 35mila esuberi.
Xi e Trump
A due anni di distanza, la situazione per il colosso di Wolfsburg - come per Bmw e Mercedes - è ulteriormente peggiorata. Alle pressioni crescenti dalla Cina si sono aggiunti i dazi di Donald Trump e la sua insensata guerra in Iran che ha provocato costose strozzature nelle forniture che passano attraverso lo Stretto di Hormuz. Nei mesi scorsi, le notizie funeste trapelate o annunciate dai vertici di Vw si sono affastellate, restituendo il quadro di un’azienda che ha deciso di tirare fuori la clava, minacciando anche di spazzare via un modello di dialogo tra ‘padroni’ e ‘operai’, la cogestione, che in Germania ha segnato decenni di storia industriale garantendo la pace sociale. Una svolta fortemente voluta dalle due famiglie fondatrici che possiedono ancora oltre il 50% del gruppo Volkswagen, Porsche e Piech. Fu Ferdinand Porsche a consegnare la prima “macchina del popolo” ad Adolf Hitler, nel 1934: era il primo Maggiolone, la prima macchina Volkswagen della storia.
A settembre è arrivato dunque il primo colpo di cannone. I top manager di Vw hanno fatto il giro degli stabilimenti per spiegare agli operai che “l’accordo di Natale” non basta più. Che Vw ha bisogno di chiudere non tre, ma addirittura quattro stabilimenti. Che i 50mila esuberi prospettati finora (ai 35mila concordati nel 2024 se ne sono aggiunti nel frattempo altri 15mila) non sono sufficienti e che ne servono altrettanti. E che le forniture sono da affidare a ditte esterne. Per forzare la mano a Ig Metall, incitati dalle famiglie Porsche e Piech, i top manager hanno minacciato l’atomica. A fronte della contrarietà del governo della Bassa Sassonia, che ha il 20% di Vw e rappresenta storicamente una minoranza di blocco e che ha diritto di veto, i vertici hanno minacciato di cancellare quella leva. I sindacati si sono piegati così a una tregua accettando altri 50mila esuberi ma riuscendo a scongiurare - per ora - la chiusura delle fabbriche e la diluizione del potere di intervento della Bassa Sassonia nelle decisioni dell’azienda.
Il tabù spezzato
In più, Vw ha deciso però di intaccare altri tabù storici. In queste settimane è emerso che l’amministratore delegato, Oliver Blume, avrebbe intenzione di disdettare dieci contratti su tredici applicati nelle fabbriche per imporre orari di lavoro più lunghi e cancellare bonus. E, alla vigilia della nuova tornata per il rinnovo contrattuale, sembra intenzionata a chiedere un altro “Nullrundentarif”, un altro giro di sacrifici ai lavoratori: niente aumenti in busta paga, neanche questa volta, come nel 2024. E lo “zero aumenti” dovrà durare, nelle intenzioni dei top manager, fino al 2030.
Dagli Stati Uniti è rimbalzata nel frattempo una notizia incredibile che riguarda una controllata di Volkswagen, il marchio di lusso Audi. L’amministratore delegato Doellner è intervenuto sul palco di un comizio di Trump - infarcito al solito di tirate razziste e insulti agli avversari - e ha promesso 4 miliardi di dollari di investimenti in Georgia per una fabbrica che sarà costruita nel 2027. Un assist al presidente Maga che ha fatto infuriare la Germania. Anche perché era giocata sul terreno principale della propaganda di Trump, la vana promessa di un ritorno alle ciminiere fumanti dei ‘bei tempi passati’. In Germania, intanto, i sindacati si preparano a un autunno caldissimo.