C’è troppa luce di notte sulle nostre coste. L’inquinamento luminoso proveniente da porti e città sta diventando una minaccia per gli ecosistemi marini. Perché la luce artificiale non rimane sulla costa, ma si propaga dalla terraferma verso il mare alterando i ritmi biologici, i comportamenti alimentari e gli spostamenti di numerose specie marine, influenzando anche le interazioni tra predatori e prede. Gli effetti possono coinvolgere pesci, organismi planctonici e tartarughe marine, con possibili ripercussioni sull’equilibrio degli ecosistemi. Uno dei più rischio è il Mar Adriatico. Una costa densamente urbanizzata soprattutto a causa del turismo: decine di città che si affacciano sul mare, alternate da porti, stabilimenti balneari e infrastrutture. Di notte è una lunga scia luminosa da nord a sud. Al punto che uno studio condotto dall’University of Plymouth, a cui hanno partecipato l’Università di Pisa, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e Ispra, e pubblicato su Ocean & Coastal Management mette l’Adriatico in cima alla classifica per il rischio più elevato di esposizione all’inquinamento luminoso notturno. Davanti al Mar Baltico e al Mediterraneo occidentale. Si tratta della prima valutazione sviluppata dagli scienziati per misurare sistematicamente il rischio prodotto dalla luce artificiale notturna negli ecosistemi marini europei.
“Nonostante da anni le nostre ricerche abbiano mostrato ripetutamente che l’inquinamento luminoso influenza in modo significativo numerose importanti specie costiere”, ha spiegato il professor afferma Thomas Davies, dell’University of Plymouth “fino adesso non era stato considerato nelle politiche globali”. E forse non è un caso che lo studio viene pubblicato mentre è in corso la revisione della Marine Strategy Framework Directive dell’Unione europea, introdotta nel 2008 per proteggere gli ecosistemi e la biodiversità marina.
La trasparenza dell’acqua e la luce
La nuova valutazione colloca dunque l’Adriatico in cima alla graduatoria europea del rischio. I ricercatori hanno classificato le diverse regioni marine in quattro categorie di rischio, nullo, basso, medio ed elevato, realizzando valutazioni distinte per la colonna d’acqua e per i fondali. Per costruire una mappa delle acque europee più vulnerabili gli scienziati hanno utilizzato dati già disponibili, comprese le informazioni raccolte in un atlante globale dell’inquinamento luminoso notturno. Hanno poi sviluppato un sistema il “Good Environmental Status”, il buono stato ambientale delle acque marine rispetto all’inquinamento luminoso: un fattore per il quale attualmente non esistevano criteri specifici nelle acque europee. Il metodo combina due elementi: la quantità di luce artificiale generata dalle città e dagli insediamenti costieri e la trasparenza dell’acqua. Quest’ultima è fondamentale perché determina quanto profondamente la luce può penetrare nella colonna d’acqua.
I mari racchiusi nelle terre emerse i più vulnerabili
Uno dei fattori determinanti che rende l’Adriatico particolarmente vulnerabile è senza dubbio la conformazione geografica. Perché secondo lo studio, i bacini maggiormente racchiusi dalle terre emerse tendono a essere più esposti, soprattutto quando sono circondati da coste densamente popolate. Come appunto l’Adriatico, il Baltico e il Mediterraneo occidentale. Seguono il Mare del Nord, l’Egeo-Levantino e lo Ionio insieme al Mediterraneo centrale. La graduatoria prosegue con Mar Nero, Mar d’Azov, Golfo di Biscaglia e costa iberica, Mari Celtici, Mar Bianco, Mare di Norvegia, Mare d’Islanda e Mare di Barents. Il rischio più basso è stato individuato nella Macaronesia, regione che comprende, tra l’altro, Canarie, Azzorre e Madeira.
Se in mari relativamente chiusi, la luce proveniente da città, porti e altre infrastrutture costiere può interessare porzioni più estese dell’ambiente marino, nelle regioni oceaniche aperte l’esposizione tende generalmente a diminuire. Esistono tuttavia eccezioni importanti. Le acque britanniche del Mare del Nord e dei Mari Celtici presentano prevalentemente livelli di rischio medio o basso, ma i giacimenti di petrolio e gas del Mare del Nord e le infrastrutture collegate generano quantità significative di illuminazione artificiale anche lontano dalle grandi aree urbane costiere.
Dove c’è più luce gli uccelli cantano di più. “Ma l’inquinamento luminoso va contrastato”
Uno degli ostacoli alla regolamentazione è stato finora la mancanza di evidenze considerate sufficienti per definire una normativa. Secondo gli autori dello studio internazionale, però, la situazione è cambiata: i nuovi risultati, insieme alle conoscenze accumulate nell’ultimo decennio, mostrano ormai “chiare prove di rischio e danno che devono urgentemente essere tradotte in azioni concrete”.
“Abbiamo ormai prove sostanziali che la luce artificiale notturna può influenzare gli organismi marini e i processi ecologici”, sottolinea Elena Maggi, docente di Ecologia all’Università di Pisa e coordinatrice del progetto AquaPLAN. “Una sfida fondamentale è tradurre queste conoscenze in approcci che consentano di identificare dove gli ecosistemi sono maggiormente a rischio”.
Schermare o spegnere le luci
La ricerca indica anche una serie di possibili interventi per limitare l’esposizione degli ecosistemi marini alla luce artificiale.Tra le misure considerate figurano la schermatura delle sorgenti luminose, la riduzione dell’intensità dell’illuminazione, lo spegnimento delle luci durante alcune ore della notte e la modifica delle lunghezze d’onda utilizzate, in modo da limitarne la penetrazione nell’acqua. Nelle zone turistiche maggiormente esposte, gli autori propongono inoltre di creare aree buie lungo le coste e attorno alle isole. L’obiettivo è trasformare l’inquinamento luminoso marino da un fenomeno ancora poco considerato nelle politiche ambientali a un fattore misurabile, confrontabile tra diverse regioni e quindi utilizzabile nella gestione e nella protezione degli ecosistemi.