Il biologo marino Francesco Ferretti: “Io, cacciatore di squali bianchi nel Mediterraneo. Ma solo per salvarli”
di Luca FraioliLa connessione telefonica va e viene.
Professore è in alto mare?
«No, sono in un bosco del Nordamerica».
Ma lei non è un cacciatore di squali?
«Tra le mie attività di ricerca c’è anche lo studio delle popolazioni di squali bianchi nel Mediterraneo. Ma insegno alla Virginia Tech di Blacksburg, e ora sono con i miei studenti a monitorare la fauna di alcuni laghi della zona: persico trota, luccio, pesce gatto.… Questi boschi appartengono a una grande azienda di legname, che è anche tra i finanziatori della nostra università».
Dal suo accento non si direbbe originario della Virginia.
«Ah no, nonostante i tanti anni negli Usa, ho una cadenza orgogliosamente marchigiana, da Macerata per l’esattezza. Dopo la laurea ad Ancona, dottorato in Canada, poi post-doc a Stanford, dove ho lavorato fino al 2019: infine il posto da professore associato a Virginia Tech. Ma non ho dimenticato il mio Adriatico e il Mediterraneo».
La connessione telefonica va e viene.
Professore è in alto mare?
«No, sono in un bosco del Nordamerica».
Ma lei non è un cacciatore di squali?
«Tra le mie attività di ricerca c’è anche lo studio delle popolazioni di squali bianchi nel Mediterraneo. Ma insegno alla Virginia Tech di Blacksburg, e ora sono con i miei studenti a monitorare la fauna di alcuni laghi della zona: persico trota, luccio, pesce gatto.… Questi boschi appartengono a una grande azienda di legname, che è anche tra i finanziatori della nostra università».
Dal suo accento non si direbbe originario della Virginia.
«Ah no, nonostante i tanti anni negli Usa, ho una cadenza orgogliosamente marchigiana, da Macerata per l’esattezza. Dopo la laurea ad Ancona, dottorato in Canada, poi post-doc a Stanford, dove ho lavorato fino al 2019: infine il posto da professore associato a Virginia Tech. Ma non ho dimenticato il mio Adriatico e il Mediterraneo».
Francesco Ferretti è il primo autore di uno studio appena pubblicato su Frontiers of Marine Science dal titolo “Sulle tracce degli squali bianchi nel Mar Mediterraneo”, firmato anche da altri due ricercatori italiani: Chiara Gambardella della università Politecnica delle Marche e Stefano Moro della stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli.
Ferretti e colleghi hanno organizzato tre spedizioni, nel 2021, 2022 e 2023, concentrandosi su quello che ritengono essere uno degli hot spot della specie: il Canale di Sicilia. E in quattro siti hanno rilevato la presenza di squali bianchi in cinque occasioni diverse. Le tecniche di “caccia” utilizzate sono assai più sofisticate che in passato, come il campionamento del Dna ambientale diluito nell’acqua marina, per rivelare eventuali tracce del genoma degli squali transitati in quell’area.
Professor Ferretti, qual è lo scopo della vostra “caccia”?
«Cercare gli ultimi squali bianchi del Mediterraneo. È la popolazione che conosciamo meno, rispetto a quelle che nuotano in altri punti del Pianeta, nonostante in passato nel Mare Nostrum ci fossero esemplari tra i più grandi mai avvistati. Con i nostri studi vorremmo fermare una traiettoria che altrimenti porterà all’estinzione dello squalo bianco nelle nostre acque. E ci possono aiutare tutti: stiamo costruendo il più grande database mondiale di avvistamenti (sharkPulse) a cui può contribuire chiunque abbia fotografato in mare uno squalo».
Quanti sono gli esemplari rimasti nel Mediterraneo?
«Non possiamo dirlo con precisione. Quasi certamente una piccola popolazione, qualche centinaia di individui».
Perché sono messi così male quelli che vivono nel Mare Nostrum?
«Perché vengono pescati. In parte per errore, soprattutto da quando la pesca è diventata industriale. Ma la caccia allo squalo bianco ha radici storiche: alla fine dell’Ottocento nell’alto Adriatico l’impero austro-ungarico offrì una ricompensa a chiunque avesse portato al museo di Trieste una carcassa. Erano considerati nemici della pesca».
Come mai vi siete concentrati sul canale di Sicilia?
«È una zona molto importante per l’ecologia della specie. Ma anche molto pericolosa: un grande traffico navale e soprattutto un’alta intensità di pesca. Sulle coste europee l’attività è monitorata, ma su quelle nordafricane no ed è proprio lì che c’è una delle ultime roccaforti dello squalo bianco. Purtroppo è molto difficile operare per la sua salvaguardia, viste le condizioni politiche e logistiche. Ma ci stiamo lavorando».
Lo squalo bianco gode ancora di una pessima fama.
«È tra le più grandi delle 545 specie di squali: quindi se morde un essere umano può fare molto male. Gli incidenti capitano, ma sono rarissimi. In California, dove pure sono di casa, la probabilità che si verifichino è una su 741 milioni: molto più facile vincere alla lotteria».
Quanto ha pesato il film di Spielberg del 1975?
«Molto, ma in entrambi i sensi. Nel mio caso ha alimentato il sogno di dedicare la vita a studiare questi animali».
Perché è importante salvarli dall’estinzione?
«Senza lo squalo bianco, sparirebbe il predatore più importante del Mediterraneo, che ha una funzione di controllo sulla catena alimentare e su tutto l’ecosistema marino. Sulla costa est degli Usa il forte declino degli squali dovuto alla pesca ha portato alla proliferazione di squali più piccoli, come lo spinarolo, o razze, che ha poi contribuito al collasso delle capesante».
E da noi cosa potrebbe succedere?
«Nel Mar Ligure la scomparsa degli squali ha provocato grandi oscillazioni nelle popolazioni di piccoli tonni, sardine, acciughe».
A Blacksburg, le manca qualcosa del Mediterraneo?
«Mi piacerebbe essere un po’ più vicino al mare: ogni volta sono più di quattro ore per andare a Chesapeake Bay, sull’Atlantico. È una grande baia naturale, importante per la produzione di ostriche e altri bivalvi e adesso per il granchio blu. In effetti, somiglia un po’ all’Adriatico».