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(ansa)

Anticorruzione, la furia dei 5Stelle: “Così si va alla crisi”. Poi spunta la toppa

Governo battuto alla Camera, passa l'emendamento salvagente per i leghisti sotto processo. Il testo sarà rivotato, ma la fiducia è ai minimi
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La notizia gli arriva mentre sta incontrando i risparmiatori truffati delle banche, mentre cerca di assicurare loro che il fondo che il governo ha stanziato sarà sufficiente. Che altre garanzie arriveranno presto. Luigi Di Maio - in una saletta di Palazzo Chigi - legge sul display del telefonino quel che è accaduto nell'aula della Camera: il governo battuto sul disegno di legge anticorruzione per mano leghista, i cori "onestà onestà" cantati delle opposizioni, il voto interrotto senza sapere che fare. Battuto, su una modifica che la Lega aveva chiesto a gran voce, prima di essere costretta a ritirarla perché considerata dal Movimento 5 Stelle nient'altro che una legge ad personam. Il consiglio dei ministri si è concluso da poco, dal vicepremier leghista e dai suoi erano arrivate solo rassicurazioni: gli emendamenti ritirati, la lealtà prima di tutto. E invece.

Se non avesse sentito aria di tradimento, Di Maio non avre…
La notizia gli arriva mentre sta incontrando i risparmiatori truffati delle banche, mentre cerca di assicurare loro che il fondo che il governo ha stanziato sarà sufficiente. Che altre garanzie arriveranno presto. Luigi Di Maio - in una saletta di Palazzo Chigi - legge sul display del telefonino quel che è accaduto nell'aula della Camera: il governo battuto sul disegno di legge anticorruzione per mano leghista, i cori "onestà onestà" cantati delle opposizioni, il voto interrotto senza sapere che fare. Battuto, su una modifica che la Lega aveva chiesto a gran voce, prima di essere costretta a ritirarla perché considerata dal Movimento 5 Stelle nient'altro che una legge ad personam. Il consiglio dei ministri si è concluso da poco, dal vicepremier leghista e dai suoi erano arrivate solo rassicurazioni: gli emendamenti ritirati, la lealtà prima di tutto. E invece.

Se non avesse sentito aria di tradimento, Di Maio non avrebbe permesso ai suoi deputati di depositare emendamenti al decreto sicurezza. Il capo politico M5S sentiva che non sarebbe stato così facile, nonostante ancora ieri pomeriggio, nel corridoio di Montecitorio che porta alla sala del governo, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede assicurasse sorridente: "Andrà tutto bene, non ci saranno sorprese". Quello che non si aspettava, era un voltafaccia così palese e così violento.

Quando gli uomini dello staff arrivano ad avvertirlo dell'ira incontenibile del Guardasigilli, capisce che tutto si è compiuto. Che il voto del Carroccio insieme a Forza Italia, la settimana scorsa, per eleggere la vicepresidente della commissione Antimafia, era stato un segnale. E che con gli alleati non basta battagliare a distanza, come sugli inceneritori, ma serve un chiarimento definitivo.

Chiede: chi, come. Gli spiegano che alla fine, l'emendamento che la Lega voleva - quello che aiuterebbe il capogruppo del Carroccio alla Camera Riccardo Molinari e il sottosegretario Edoardo Rixi - è stato presentato da un avvocato campano che proprio lui aveva scelto per le sue liste elettorali, per poi scacciarlo dopo averne scoperto il passato da massone. Sa bene che se Catello Vitiello ha agito lo ha fatto d'accordo con il centrodestra, che l'operazione è stata costruita e che i suoi ci sono caduti in pieno.

Si precipita nell'ufficio di Matteo Salvini, gli urla di non credere più a niente di quello che dice, che non doveva andare così. A Palazzo Chigi viene convocato subito proprio il capogruppo leghista Molinari, che dice: "Non siamo stati noi", facendo infuriare ancora di più il capo politico M5S. E costringendo Salvini a promettere: rimedieremo.

"È crisi", digita sul telefonino uno dei fedelissimi del capo politico M5S. "È una cosa di una gravità assurda - ripete Di Maio - proprio sull'anticorruzione, non doveva andare così". Il senso del discorso che fa a Salvini è una sfida: dice di essere pronto ad andare al voto anche domani. Che se la Lega non sta ai patti, il governo non c'è più. La macchina della comunicazione è improvvisamente gelata. Timidamente, alle dieci, annuncia con un whatsApp dei rispettivi portavoce "dichiarazioni in sala stampa" che non arriveranno.

Salvini esce e parla alle telecamere. Di Maio rimane riunito prima con Conte, poi con i fedelissimi. Riguardano tutte le immagini della giornata, i leghisti che entravano e uscivano dall'aula, i segni col pollice che si facevano per dire sì o no a una modifica. Sono convinti siano stati loro e che tutto sia stato orchestrato proprio da Molinari. Chiedono a Salvini di rimediare immediatamente: o cambiare il testo al Senato, o pensare alla fiducia. Il leader convoca i gruppi per stamattina alle 9. Chiederà compattezza assoluta. E di tenersi pronti a tutto.