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Draghi lancia segnali a Letta e Meloni: il passo di lato del premier ma per restare centrale

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Il segretario Pd: "Parole nette sul rischio che l'Italia cambi collocazione all'estero". La leader di FdI: "Saranno gli italiani a decidere l'agenda"
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RIMINI - Indica i buoni e i cattivi, soltanto che li rende evidenti per contrasto. Al cospetto del Meeting non condanna putiniani e antieuro, ma esalta atlantismo ed Europa. Difende l'Ucraina. Non boccia gli amici delle lobby dei tassisti e dei balneari - o i fan del condono fiscale - ma esalta concorrenza, lotta all'evasione e riforma del catasto. La sostanza è che Mario Draghi c'è. In campo, anche se di lato. Ostile ai sovranisti, agli autarchici, ai protezionisti. Non può dettare condizioni, ma queste sono comunque le sue condizioni. Non ha intenzione di farsi esplicitamente da parte. Risorsa e garante. Ingombrante, perché sa di essere ascoltato dai mercati e dalle Cancellerie. Per i giardinetti c'è tempo, è pronto a ragionare del futuro dell'Italia. E lancia segnali a due leader in particolare: Giorgia Meloni ed Enrico Letta. La prima lo chiama spesso e ha un disperato bisogno di sfruttarlo per accreditarsi a livello in…

RIMINI - Indica i buoni e i cattivi, soltanto che li rende evidenti per contrasto. Al cospetto del Meeting non condanna putiniani e antieuro, ma esalta atlantismo ed Europa. Difende l'Ucraina. Non boccia gli amici delle lobby dei tassisti e dei balneari - o i fan del condono fiscale - ma esalta concorrenza, lotta all'evasione e riforma del catasto. La sostanza è che Mario Draghi c'è. In campo, anche se di lato. Ostile ai sovranisti, agli autarchici, ai protezionisti. Non può dettare condizioni, ma queste sono comunque le sue condizioni. Non ha intenzione di farsi esplicitamente da parte. Risorsa e garante. Ingombrante, perché sa di essere ascoltato dai mercati e dalle Cancellerie. Per i giardinetti c'è tempo, è pronto a ragionare del futuro dell'Italia. E lancia segnali a due leader in particolare: Giorgia Meloni ed Enrico Letta. La prima lo chiama spesso e ha un disperato bisogno di sfruttarlo per accreditarsi a livello internazionale. Il secondo non fa mistero di puntare a un suo bis. Come il Terzo polo, d'altra parte. E infatti il segretario dem si espone, con Repubblica: "Non mi aspettavo un discorso di Draghi così netto. Nella sua distinzione tra sovranità nazionale e sovranismo, nelle sue parole è stata evidente la preoccupazione per il rischio che l'Italia cambi collocazione internazionale".

Un passo indietro, per inquadrare la genesi del discorso del Meeting, limato sino all'ultimo, cambiato e ribaltato più di una volta. L'addio traumatico dell'ex banchiere a Palazzo Chigi ha reso impraticabile uno "schema Draghi" dopo il voto. Anche il premier ha capito subito che la formula "da Conte a Salvini" - maggioranza con tutti dentro - sarebbe improponibile. Semmai, l'unica strada percorribile - in caso di pareggio, o quantomeno di "non vittoria" - è quella di un patto tra i due leader che aspirano a polarizzare queste elezioni: Letta e Meloni, appunto. Suggestioni, per adesso. Discorsi teorici che cozzano al momento con una destra saldamente in testa nei sondaggi. Ma siccome nessuno può essere certo di come finirà, Draghi sceglie comunque un posizionamento chiaro. Di garanzia e presenza "di lato". Utile, dovesse essere richiamato alla causa, per essere spendibile in alcuni ruoli chiave: Palazzo Chigi, un incarico europeo o internazionale, in prospettiva soprattutto il Quirinale. Non a caso, non recrimina mai sulla caduta del suo esecutivo e si guarda bene dal tirarsi fuori dall'agone dell'impegno pubblico: certo non è da Rimini che annuncia il ritiro dalle scene.

Chiudere gli occhi per un attimo, dimenticare la recente crisi di governo: quello del Meeting sembra l'agenda Draghi 2. Si dirà: con fair play (e per evitare polemiche) il premier assicura che chiunque governerà sarà capace di superare le sfide gigantesche che si prospettano. Vero. Ma è chiaro che nel frattempo ricorda a tutti che le cose stavano funzionando, e domani chissà. Le sue parole arrivano dritte al cuore delle segreterie. E smuovono equilibri.

Buoni e cattivi, sia pure per contrasto, significa bocciare chi non garantisce collocazione internazionale e riformismo pragmatico. Draghi sceglie di dividere i destini della destra, perché promuove l'atlantismo e boccia il filoputinismo. Da una parte Meloni, dall'altra Salvini. C'è la Lega del segretario - quella antieuro, protezionista, autarchica - e il Carroccio dei governatori del Nord. E sempre a Salvini (e a Berlusconi, l'altro artefice della sua caduta), riserva una stoccata: era giusto riformare il catasto e opporsi a ogni condono. Il segretario della Lega si limita a incassare. Dà ordine ai suoi di evitare il frontale. Preferisce che il mondo dimentichi che è stato lui, assieme al Cavaliere - e ovviamente grazie al dono di Giuseppe Conte - a far cadere l'esecutivo.

Draghi non cita mai neanche i grillini. Ma a loro pensa quando elenca le riforme che andrebbero completate, e che nell'ultima fase il Movimento ha frenato. Enrico Letta, invece, è il primo a esporsi, subito prima di Matteo Renzi, sposando un discorso di "grande orgoglio". Draghi resta la sua speranza per evitare la destra sovranista piglia-tutto. Il premier, insomma, getta un seme. Poi si conteranno i voti, che saranno gli unici a decidere davvero il futuro. E intanto dal palco ricorda il suo peso internazionale: "Abbiamo riscosso rispetto all'estero". Parla a Rimini, ma è come se mandasse messaggi a Bruxelles - dove si recherà il 20 ottobre per trattare il tetto al prezzo del gas - e agli investitori inquieti. Senza trascurare Washington: il 19-21 settembre volerà a New York. Quattro giorni prima delle elezioni. Forse in tempo utile per un nuovo contatto con Joe Biden.