Abruzzo, ospedali allo sbando e attese lunghe un anno: la Sanità è al collasso e i privati fanno affari
dal nostro inviato Michele BocciAVEZZANO — Il cartello dice «permanenza consentita ad un massimo di 10 persone», ma è davvero una beffa. E infatti qualcuno, certamente estenuato da un’attesa di ore, ha aggiunto uno zero con la penna.
Sala d’attesa del pronto soccorso dell’ospedale di Avezzano. L’ora di cena è passata da un pezzo. Non arrivano a cento le persone che aspettano il proprio turno con i parenti ma comunque sono decine. Le sedie non bastano, molti stanno in piedi. Le infermiere ogni tanto escono e fanno l’appello per capire chi è rimasto e chi si è stancato ed è tornato a casa. «Sì, dai. Vediamo chi sono i coraggiosi che hanno retto», mastica amaro un uomo arrivato quattro ore fa che si tiene un fianco. Siamo nel cuore del disastro della sanità abruzzese, nella cittadina vicina al confine con il Lazio il cui ospedale attende da anni la ristrutturazione e intanto ha riciclato un prefabbricato dell’era Covid, dove oggi ci sono otto letti.
AVEZZANO — Il cartello dice «permanenza consentita ad un massimo di 10 persone», ma è davvero una beffa. E infatti qualcuno, certamente estenuato da un’attesa di ore, ha aggiunto uno zero con la penna.
Sala d’attesa del pronto soccorso dell’ospedale di Avezzano. L’ora di cena è passata da un pezzo. Non arrivano a cento le persone che aspettano il proprio turno con i parenti ma comunque sono decine. Le sedie non bastano, molti stanno in piedi. Le infermiere ogni tanto escono e fanno l’appello per capire chi è rimasto e chi si è stancato ed è tornato a casa. «Sì, dai. Vediamo chi sono i coraggiosi che hanno retto», mastica amaro un uomo arrivato quattro ore fa che si tiene un fianco. Siamo nel cuore del disastro della sanità abruzzese, nella cittadina vicina al confine con il Lazio il cui ospedale attende da anni la ristrutturazione e intanto ha riciclato un prefabbricato dell’era Covid, dove oggi ci sono otto letti.
Il caos del pronto soccorso qui è la normalità e racconta qualcosa di più rispetto al problema, diffuso in tutta Italia, della carenza di personale. Dice che l’emergenza è diventata il rifugio di chi non può permettersi accertamenti nelle tante strutture private sorte, guarda caso, proprio intorno all’ospedale. «Oggi almeno il 30-40% dei malati che ho visitato aveva fatto gli esami a pagamento», racconta un medico di Avezzano («Niente nomi. Sa, questi se qualcuno parla si arrabbiano tanto»). L’equazione abruzzese è semplice: la sanità stenta e di conseguenza le liste di attesa crescono, così chi ha i soldi paga per risonanze, holter, tac e visite specialistiche, mentre chi non li ha aspetta e aspetta finché non decide di andare in ospedale. Al pronto soccorso, appunto, dove si incontrano i più poveri o chi ha problemi seri. Nell’Abruzzo a trazione FdI si osserva già quello che potrebbe essere il futuro della sanità italiana, fiaccata da definanziamento e gestioni sbagliate: percorso privato per chi può permetterselo, code e rabbia per gli altri. Chi non paga sta ore davanti agli sportelli dei cup, i centri di prenotazione, e si sente proporre appuntamenti dopo 8 mesi o anche un anno. Un incubo.
La storia parte da Avezzano ma si allarga prima di tutto alla sfortunata provincia dell’Aquila. La zona che cinque anni fa ha scelto con decisione la destra è il cuore dei problemi sanitari della Regione guidata da Marco Marsilio. Ma non c’è da essere troppo ottimisti per il resto del territorio: nessun ospedale abruzzese è senza problemi. Le migliori strutture italiane, in fatto di qualità delle cure, sono distantissime. Certi dati colpiscono. Come quelli del Piano esiti di Agenas, l’agenzia nazionale della sanità delle Regioni, sui più diffusi interventi per emergenze importanti. Se la mortalità media un mese dopo l’infarto al miocardio in Italia è del 7,7% (non tenendo conto della complessità della casistica), a Sulmona si supera il 9%, all’Aquila addirittura il 12% a Giulianova si sfiora l’11%. Non sono solo numeri. Lo scostamento dell’Aquila, ad esempio, significa che tra chi arriva in ospedale con l’infarto, 181 persone nel 2022, muoiono in 22. Se la mortalità fosse nella media italiana sarebbero 14, cioè 8 in meno. Ancora, l’ictus. La mortalità media nazionale, sempre a 30 giorni, è 10,5%. A Pescara si arriva a oltre il 13, a Chieti a 15, a l’Aquila a 17. Pesantissima la situazione dell’ortopedia. Gli interventi di frattura del femore vanno fatti entro due giorni dall’ingresso in ospedale per evitare complicazioni, anche permanenti. Ebbene, a livello nazionale il 65% delle operazioni sono fatte nei termini, Chieti è ad appena il 10%, Pescara al 12. E via così. Nessuno rispetta gli standard.
«Manca il personale, questo è il grande problema di oggi», dice il sindaco di Sulmona Gianfranco Di Piero: «Proprio in questo periodo però sono stati fatti dei concorsi per i medici con funzioni apicali», ammette. Anche su questo, la giunta si è mossa allo scadere del mandato. Una tattica elettorale che all’ultimo momento risponde a una necessità. Senza primari non si va avanti ma anche con le strutture vecchie non si procede bene. «In cinque anni non è stato fatto un cantiere, non solo per costruire qualcosa di nuovo ma neanche per risistemare quello che c’è già», dice Silvio Paolucci, ex assessore alla Salute e candidato del Pd a Chieti. La rete ospedaliera è da tutti considerata il problema dei problemi. Lo sa anche la giunta, del resto ha buttato giù da mesi un piano, che porta un nome altisonante ma per ora non ha dato risultati: “Reingegnerizzazione della governance sanitaria – la rete ospedaliera”.
Gli ospedali lavorano ogni anno di meno mentre il personale sanitario è sempre più in difficoltà. Certe Asl per risparmiare tagliano farmaci e dispositivi. «Mancano i guanti di lattice, le mascherine per l’ossigeno, i patch monouso per gli elettrocardiogrammi. Si disinfettano e si riutilizzano, ma funzionano peggio», dice sconsolato un altro dottore della Asl dell’Aquila, una realtà con gravi difficoltà di bilancio. Qui la pax sociale con i professionisti è svanita da un pezzo. tanto che i medici di famiglia nei giorni scorsi hanno occupato la sede aziendale per protestare contro la mancata sostituzione dei colleghi andati in pensione dagli studi associati. «Stiamo passando alle vie legali, andando avanti così rischiamo di chiudere gli ambulatori che fanno servizio 12 ore al giorno», dice Vito Albano del sindacato Fimmg. E con la medicina del territorio che cede, l’affollamento dei pronto soccorso crescerà ancora. E in realtà come Avezzano in sala d’attesa ci vorranno davvero 100 posti