Ventuno mesi di lavoro, che hanno costeggiato la strada ingloriosa dell’autonomia differenziata targata Lega. Un “rapporto finale” di 288 pagine, disseminato di zone d’ombra e accenti persino in contrasto con i colpi inferti dalla Consulta. Un risultato che, se fa gioire il ministro Roberto Calderoli, inquieta invece proprio alcuni costituzionalisti che sedevano a quel tavolo.
Ecco la parabola del Clep. Ha finito ieri i suoi compiti il comitato per la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep): gruppo voluto dal titolare degli Affari regionali, già funestato da una decina di fughe eccellenti, e sempre guidato dal professor Sabino Cassese, il già giudice costituzionale che Salvini voleva al Quirinale.
«Il Comitato ha operato in piena autonomia, ha svolto un prezioso lavoro sui Lep, senza precedenti», fa sapere ieri il ministro Calderoli, dopo riservata riunione e consegna ufficiale del “Rapporto finale” a Palazzo Cornaro, sede del Dipartimento. Tuttavia, pesanti accuse …
Ventuno mesi di lavoro, che hanno costeggiato la strada ingloriosa dell’autonomia differenziata targata Lega. Un “rapporto finale” di 288 pagine, disseminato di zone d’ombra e accenti persino in contrasto con i colpi inferti dalla Consulta. Un risultato che, se fa gioire il ministro Roberto Calderoli, inquieta invece proprio alcuni costituzionalisti che sedevano a quel tavolo.
Ecco la parabola del Clep. Ha finito ieri i suoi compiti il comitato per la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep): gruppo voluto dal titolare degli Affari regionali, già funestato da una decina di fughe eccellenti, e sempre guidato dal professor Sabino Cassese, il già giudice costituzionale che Salvini voleva al Quirinale.
«Il Comitato ha operato in piena autonomia, ha svolto un prezioso lavoro sui Lep, senza precedenti», fa sapere ieri il ministro Calderoli, dopo riservata riunione e consegna ufficiale del “Rapporto finale” a Palazzo Cornaro, sede del Dipartimento. Tuttavia, pesanti accuse già gravano sulla mastodontica opera. Repubblica ha letto quelle carte. Che, tra l’altro, non fissano metodologie né per identificare né per quantificare i Lep. E ha anche raccolto il dissenso di chi, ora, sente tradite le motivazioni con cui accettò.
“Non mi riconosco in quel lavoro, ho già espresso nelle sedi opportune tutte le mie critiche”, confessa il professor Vincenzo Tondi della Mura, ordinario di diritto costituzionale all’Università del Salento. “La circostanza davvero imbarazzante è che il comitato, al di là di qualche verniciata di belle parole, ha tirato dritto lungo una strada che non fa l’interesse del Paese, come purtroppo molte di quelle pagine attestano. Nonostante l’esemplare chiarezza e il nitore di argomentazioni con cui la Consulta ha richiamato il legislatore e il palazzo al rispetto dei principi costituzionali dell’unità, della solidarietà e della sussidiarietà”.
Ma come si può riassumere il contenuto del voluminoso rapporto, cui tanta pubblicità e vetrina aveva dedicato il ministro? Perché ha fatto infuriare alcuni professori, tanto da disertare ieri l’ultima riunione ufficiale di chiusura? E soprattutto: cosa accade ora con il lavoro del comitato Cassese? E a chi serve, se servirà, il rapporto?
Il Clep smette di operare, dopo lo stop imposto dalla Consulta: vivrà eventualmente come base istruttoria, come eventuale ricognizione, secondo quanto indica la sentenza 192 della Corte Costituzionale. Ma non sarà né indicativo né vincolante.
Non è escluso, invece, che quel rapporto – da oggi in mano al dipartimento degli Affari regionali, in capo al ministero e a palazzo Chigi - possa rappresentare una base per il lavoro della Commissione tecnica dei fabbisogni standard, organo terzo, sconosciuto ai più, dove la Lega ha piazzato come presidente la professoressa Elena D’Orlando, docente universitaria di Udine e all’epoca della nomina in conflitto di interesse, avendo affiancato il governatore del Veneto, Zaia, nel processo che ha portato alla richiesta delle intese Stato-Regioni.
«Non posso mentire – spiega dunque il professor Tondi della Mura - Se mi chiede cosa penso dell’esito, devo dire che sono preoccupato». Analoga contrarietà da un altro membro autorevole, il costituzionalista e già professore dell’Università di Palermo ed ex ministro Enrico La Loggia. Ufficialmente assente per influenza, ma che avrebbe scritto al professor Cassese in cui rinnovava tutto il suo dissenso rispetto al modo di procedere e di chiudere i lavori.
«La Corte Costituzionale ci ha magistralmente indicato una strada, ci ha ricordato che i Lep servono a rimuovere non a cristallizzare in eterno gli ostacoli – spiega ancora Tondi – quindi occorre preoccuparsi di definire standard dei diritti sociali, dalla scuola alla sanità che, da sud a nord, rendano uguali i cittadini». E invece? «Invece il lavoro è roboante ma generico e in alcuni punti subdolo e dannoso. Contrasta con ciò che avremmo dovuto fare. In alcuni casi il Lep è riconosciuto, ma valutato in base ai divari esistenti, alle spese storiche. In altri casi, vedi la scuola primaria, addirittura il Lep per il tempo pieno non è definito né calcolato. Si prende atto di una disuguaglianza abnorme, si demanda ad altri, ai Comuni, al legislatore».
L’esempio incriminato esiste, pagina 273 del rapporto: «Prendendo a riferimento le classi prime, la massima diffusione del tempo pieno è raggiunta in provincia di Milano con il 98 %, mentre il minimo è in provincia di Palermo, con il 6 %». Logica vorrebbe che il Lep partisse dal contesto sociale a colmare la voragine. E invece. Nel rapporto, incredibile ma vero, si fa solo un cenno vago al rapporto tra la condizione femminile e l’esigenza di tempo pieno per i bambini. “Dalla combinazione fra le quote di alunni e il tasso di attività femminile assunto come indicatore delle esigenze sociali ed economiche del territorio – si legge nel testo - sembra emergere una generica correlazione positiva, nel senso che a tassi maggiori delle donne occupate si associano più alunni a tempo pieno”. Ma è come se Cassese e colleghi non ci credessero troppo: “A tassi maggiori di donne occupate, si associano più alunni a tempo pieno”, ma poi le motivazioni vere del divario vanno ricondotte a vari fattori, persino alle “domande di tempo pieno delle famiglie”.
A lasciare il Clep per manifesto dissenso rispetto alla fretta e alla genericità con cui si procedeva erano già stati nomi del calibro di Giuliano Amato e Paola Severino, di Franco Bassanini e Alessandro Pajno, di Anna Finocchiaro, Franco Gallo, Luciano Violante, di Stefano Salvatore Scoca. Ora Tondi Della Mura e La Loggia, rimasti dentro, si aggiungono all’elenco dei prof che tra Costituzione e rivoluzione leghista, scelgono la prima.
Professor Tondi della Mura: lei è un pentito del Clep? «Pentiti dovrebbero essere loro. Io sono amareggiato e umiliato. Ma posso spiegare a viso aperto perché».