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Meloni al vertice d’emergenza: con Bruxelles su Kiev, difesa e dazi

(reuters)

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La premier a Palazzo Chigi convoca i vicepremier e gela l’entusiasmo di Salvini per le politiche di Trump e Netanyahu
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Un vertice d’emergenza. Sulla crisi ucraina, ma soprattutto: sulla linea da tenere verso Donald Trump, che mortifica le speranze di Kiev e volta le spalle all’Europa. È Giorgia Meloni a convocare il summit, al mattino. C’è Antonio Tajani, che poche ore dopo volerà alla conferenza di Monaco. Partecipa anche l’altro vicepremier, Matteo Salvini. Con loro, Giovanbattista Fazzolari. Dalla Germania si video-collega Guido Crosetto. I cinque devono costruire una posizione da portare proprio al vertice sulla sicurezza nella capitale bavarese.

L’Italia è in imbarazzo: alleata dell’Ue, inevitabilmente. Ma senza potere, né volere criticare apertamente il presidente americano. Significherebbe ammettere che il viaggio a Mar-a-Lago e poi a Washington non ha portato per ora grandi frutti. «Muoviamoci con prudenza e senza esporci — è la linea della premier — Ascoltiamo e capiamo cosa hanno in mente gli americani, senza attaccarli. Ma è chiaro che restiamo nel solco degli europei». Non può essere altri…

Un vertice d’emergenza. Sulla crisi ucraina, ma soprattutto: sulla linea da tenere verso Donald Trump, che mortifica le speranze di Kiev e volta le spalle all’Europa. È Giorgia Meloni a convocare il summit, al mattino. C’è Antonio Tajani, che poche ore dopo volerà alla conferenza di Monaco. Partecipa anche l’altro vicepremier, Matteo Salvini. Con loro, Giovanbattista Fazzolari. Dalla Germania si video-collega Guido Crosetto. I cinque devono costruire una posizione da portare proprio al vertice sulla sicurezza nella capitale bavarese.

L’Italia è in imbarazzo: alleata dell’Ue, inevitabilmente. Ma senza potere, né volere criticare apertamente il presidente americano. Significherebbe ammettere che il viaggio a Mar-a-Lago e poi a Washington non ha portato per ora grandi frutti. «Muoviamoci con prudenza e senza esporci — è la linea della premier — Ascoltiamo e capiamo cosa hanno in mente gli americani, senza attaccarli. Ma è chiaro che restiamo nel solco degli europei». Non può essere altrimenti, almeno fintanto che continua l’offensiva del tycoon contro l’Ue.

Per la prima volta davanti ai big dell’esecutivo, Meloni ammette di avere difficoltà a decifrare la condotta del presidente Usa. Certo, continua a ritenere che, da consumato «negoziatore», finirà per trattare, stupire, spiazzare. La differenza è che ora, però, la presidente del consiglio chiede a tutti di non esporsi troppo pubblicamente. L’invito è quello di attendere il momento giusto per mediare. Fino ad allora, meglio evitare di insistere sulla questione del «ponte» tra Usa e Ue. Contestualmente, stabilisce che è arrivato il momento di inviare segnali europeisti. Scelta obbligata, vista l’aggressività trumpiana. Chiama Zelensky, ragionano di come «raggiungere una pace giusta e duratura». Ma, soprattutto, riafferma «il sostegno dell’Italia all’Ucraina» e «l’importanza di mantenere uno stretto coordinamento con i partner Ue e gli Usa». Bruxelles non può essere ignorata.

Solo poche ore prima, d’altra parte, la presidente del consiglio aveva contattato Ursula von der Leyen per assicurarle la piena adesione italiana alla politica dei «dazi contro dazi» per reagire alla Casa Bianca. È Antonio Tajani a confermare quanto anticipato da Repubblica: «È ovvio che sulle barriere doganali si tratta come Europa». Ma non basta. Al summit vengono fissati altri due paletti filo-europei, non banali in questa fase di frizione tra Bruxelles e Washington. Il primo: sulla crisi di Gaza Roma sarà al fianco dell’Unione, senza inseguire le sbandate americane. Secondo: sulle spese per la difesa sintonia con von der Leyen.

Parla Crosetto, a un certo punto. Ricorda a tutti il rischio che Washington pretenda per la difesa porzioni di pil che l’Italia non potrebbe sostenere. Se anche si chiudesse attorno al 3,5%, si tratterebbe di 30-35 miliardi in più all’anno. «Insostenibile», ribadisce la premier. Non senza soluzioni contabili in Europa. Ecco perché durante la riunione si dà il via libera alla nota con cui si esprime «soddisfazione» per la decisione della Commissione di escludere queste spese dal Patto di stabilità.

Quando parla Salvini, il vertice prende una piega un po’ diversa. Il leghista è entusiasta, «con Trump e Netanyahu è il nostro momento, possiamo rompere ogni vecchio equilibrio». È a quel punto che Meloni gli consiglia prudenza, almeno sui dazi: l’export italiano pesa per il 40% del pil. Ed è Tajani che gli ricorda un dato ineludibile: l’Italia può mediare tra le due sponde sull’Atlantico, ma messa alle strette starà con l’Unione, l’unica «casa comune» degli europei.L’altro nodo strategico sono le garanzie di sicurezza per Kiev. Roma spinge per un impegno degli Stati Uniti: sono loro che devono assicurare deterrenza contro eventuali violazioni degli accordi da parte dei russi. «È un problema di sicurezza dell’Europa», dice Meloni. Non si parla più di ingresso nella Nato, ma serve un meccanismo automatico a tutela dell’Ucraina. Solo in questo caso, l’Italia potrebbe dare il via libera all’impiego di militari italiani sul terreno. Nell’ambito di una forza di peace-keeping dell’Onu.

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