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Meloni: “Sánchez sta sbagliando”. E sul patto di stabilità: inadeguato

La premier Giorgia Meloni e Kaja Kallas, alto rappresentante dell'Ue per gli Affari esteri

 

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La premier: sarebbe un errore non rinnovare le intese tra Tel Aviv e l’Unione. “Così ci rassegniamo all’irrilevanza”. Le regole di bilancio: “Da aggiornare allo scenario”
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Bruxelles – Non rinnovare l’accordo di cooperazione tra l’Europa e Israele sarebbe un «errore». Grave, perché significherebbe per Bruxelles «rassegnarsi all’irrilevanza» nel tentativo di mediazione in Medio Oriente. Anche di fronte al pressing di diversi leader continentali, Giorgia Meloni non si smarca del tutto da Tel Aviv. E anzi, si oppone alla richiesta del premier spagnolo Pedro Sánchez, capofila di chi chiede di congelare quel memorandum.

Madrid non è isolata, qui al Consiglio europeo. La sostengono Irlanda, Slovacchia, Belgio e Olanda. Anche la Francia è sostanzialmente pronta al grande passo. Chi frena con decisione è invece il cancelliere tedesco Friedrich Merz. E Meloni.

Interpelliamo la presidente del Consiglio, chiedendole se è d’accordo con Sánchez quando sostiene che il governo israeliano sta commettendo a Gaza un «genocidio» e se è pronta appunto a sostenere la sospensione del patto. «Sarò molto franca su questo punto: sono convinta che una sospensione dell’accordo …

Bruxelles – Non rinnovare l’accordo di cooperazione tra l’Europa e Israele sarebbe un «errore». Grave, perché significherebbe per Bruxelles «rassegnarsi all’irrilevanza» nel tentativo di mediazione in Medio Oriente. Anche di fronte al pressing di diversi leader continentali, Giorgia Meloni non si smarca del tutto da Tel Aviv. E anzi, si oppone alla richiesta del premier spagnolo Pedro Sánchez, capofila di chi chiede di congelare quel memorandum.

Madrid non è isolata, qui al Consiglio europeo. La sostengono Irlanda, Slovacchia, Belgio e Olanda. Anche la Francia è sostanzialmente pronta al grande passo. Chi frena con decisione è invece il cancelliere tedesco Friedrich Merz. E Meloni.

Interpelliamo la presidente del Consiglio, chiedendole se è d’accordo con Sánchez quando sostiene che il governo israeliano sta commettendo a Gaza un «genocidio» e se è pronta appunto a sostenere la sospensione del patto. «Sarò molto franca su questo punto: sono convinta che una sospensione dell’accordo da parte dell’Ue sarebbe un errore».

È un terreno scivoloso, quello dell’atteggiamento da tenere nei confronti delle operazioni militari di Benjamin Netanyahu. A Palazzo Chigi, da settimane, è ormai chiaro che la popolarità delle azioni israeliane è talmente in picchiata da mettere a rischio anche il consenso di chi le sostiene. Di certo, Meloni aggiunge subito dopo: «Non si tratta qui di giustificare le azioni israeliane a Gaza. L’Italia è stata molto netta su questo punto: la situazione umanitaria nella Striscia è ingiustificabile». «È ora necessario giungere a un cessate il fuoco, al rilascio degli ostaggi, al pieno accesso umanitario alla popolazione». Obiettivi per i quali l’Ue «deve avere un ruolo centrale». «E per farlo deve avere un canale di dialogo – critico quando necessario – con Tel Aviv». Ecco perché la premier giura di aver seguito questa strategia anche nei colloqui con Netanyahu: «Ho insistito sempre, anche durante le ostilità con l’Iran, sull’urgenza di cambiare approccio a Gaza». A patto però di evitare questo strappo: «Dialogando con Israele siamo riusciti a portare assistenza umanitaria nella Striscia con Food for Gaza. Chiudere i canali di dialogo – perché questo vorrebbe dire sospendere l’accordo – significherebbe rassegnarsi all’irrilevanza. Non credo sia questo il ruolo dell’Europa». Roma non lo farà in futuro, e di certo non finché Berlino sostiene questa posizione (ieri, nella riunione a porte chiuse del Ppe, Merz ha tenuto un discorso durissimo a favore di Israele).

Non c’è solo il Medio Oriente, ovviamente. Pesano i dazi. E allarma la scelta di accettare il 5% di investimento in difesa, appena sancita dal vertice Nato. È un’angoscia che diventa centrale al tavolo dei Ventisette. La premier ne parla a lungo con i colleghi. Serve dunque cambiare il patto di stabilità per sostenere lo sforzo? Meloni premette: «Certamente quello dell’Aia è un cambio di passo importante». Ricorda che la Commissione ha proposto «una maggiore flessibilità del patto di stabilità» attraverso la clausola che scorpora gli investimenti in difesa dal deficit. E ha introdotto il meccanismo di prestiti SAFE. Non è abbastanza, a suo avviso: «Al di là del fatto che in entrambi i casi si tratta di investire risorse nazionali, in Consiglio abbiamo discusso in particolare dei limiti della clausola, così come ora concepita». Non è congegnata al meglio, dice: «L’Italia, che sta per uscire dalla procedura di deficit eccessivo, rischia di restarvi se la utilizza». Non solo: «Molti Stati hanno criticato la durata di soli quattro anni» dello scorporo. Insomma, «l’impressione di molti è che, nonostante la recente revisione, il patto di stabilità non sia più adeguato ad uno scenario geopolitico completamente mutato. L’Italia condivide questa impressione». Cosa fare, allora? «Ho chiesto di avviare una riflessione su forme alternative di finanziamento che non gravino sui bilanci dei singoli Stati». Risolutivi sarebbero gli eurobond, anche se per ora Roma «propone il meccanismo InvestEu».

Certo è che le promesse per la difesa sembrano insostenibili. E cresce il timore che il dibattito sul riarmo rafforzi le opposizioni. «Tutte le capriole di Giuseppe Conte sulle spese militari», titolava ieri un nuovo dossier dell’ufficio studio di FdI.

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