Eterogenesi dei fini. Poiché come Paese rischiamo il clamoroso fallimento dell’obiettivo Pnrr sulla durata dei processi civili, e quindi la restituzione di qualche decina di miliardi di euro – visto che manca ancora all’appello la metà di quel 40 per cento di abbattimento pattuito con l’Europa – il Ministero della giustizia dovrà rivolgersi anche ai giudici del Massimario della Cassazione. Chiedendo di definire le sentenze della Suprema corte pure alle toghe dell’ufficio di analisi e studio, cioè proprio quelle messe nel mirino dallo stesso Guardasigilli Nordio, bollate come “irriverenti”, per presunto “oltraggio al Parlamento”, dopo le loro relazioni sgradite su dl sicurezza e piano Albania.
Ma è solo una tra le varie opzioni messe in campo in queste ore, dai seniores richiamati in servizio ai giovanissimi tirocinanti, di fronte all’emergenza Pnrr, settore civile: per il quale ministero e Consiglio superiore della magistratura sono immersi in un aperto confronto. I numeri? Impietosi:…
Eterogenesi dei fini. Poiché come Paese rischiamo il clamoroso fallimento dell’obiettivo Pnrr sulla durata dei processi civili, e quindi la restituzione di qualche decina di miliardi di euro – visto che manca ancora all’appello la metà di quel 40 per cento di abbattimento pattuito con l’Europa – il Ministero della giustizia dovrà rivolgersi anche ai giudici del Massimario della Cassazione. Chiedendo di definire le sentenze della Suprema corte pure alle toghe dell’ufficio di analisi e studio, cioè proprio quelle messe nel mirino dallo stesso Guardasigilli Nordio, bollate come “irriverenti”, per presunto “oltraggio al Parlamento”, dopo le loro relazioni sgradite su dl sicurezza e piano Albania.
Ma è solo una tra le varie opzioni messe in campo in queste ore, dai seniores richiamati in servizio ai giovanissimi tirocinanti, di fronte all’emergenza Pnrr, settore civile: per il quale ministero e Consiglio superiore della magistratura sono immersi in un aperto confronto. I numeri? Impietosi: manca il 20 per cento di abbattimento del cosiddetto “Disposition time”, cioè la durata del processo civile. In concreto: serve portare a termine oltre 200mila sentenze in più.
È un luglio doppiamente “caldo” in via Arenula. Se infatti politicamente ogni energia è rivolta all’incasso della riforma Nordio–Meloni sulla separazione delle carriere, gli organi tecnici sono impegnati a stendere un vero e proprio piano d’emergenza sul Pnrr. «Lo spirito di collaborazione è massimo e siamo fiduciosi che si possa lavorare insieme a soluzioni ragionevoli – confermano fonti di Palazzo Bachelet a Repubblica – Certo spiace che la rappresentazione mediatica dei magistrati insegua invece altre strategie».
Anche gli uffici del Quirinale, con equidistanza di rito, seguono la partita. Ora bisogna passare dal milione e 600mila di pronunce previste, secondo ritmi in parte corretti, al milione e 800mila. La durata dei processi civili in Italia è a quota 2008 giorni, 5 anni e mezzo. Troppo.
Numero distante dagli standard europei: quasi il doppio rispetto a i 3 anni e mezzo in cui si definisce lo stesso processo in Spagna e Francia, quasi il triplo rispetto all’anno e mezzo in Germania (dove, però, i gradi di giudizio sono due). Ma soprattutto: il dato è lontano dagli impegni assunti con l’Europa che indicano in 1500 giorni, cioè 4 anni, il termine fissato al 30 giugno 2026. Traguardo «impossibile», sottolineano i giudici «con le risorse che abbiamo attualmente». Ecco perché, insieme al coinvolgimento di altre forze in campo e alla stabilizzazione «di tutti e gli 8009 assistenti dell’Upp», cioé l’Ufficio del processo – che il governo tratterrà per meno della metà – le toghe chiedono interventi della politica in grado di cancellare a monte la mole di contenziosi sui diritti: per assicurare in via amministrativa «ciò che sarebbe comunque riconosciuto, dopo anni in via giudiziaria stando agli orientamenti della Cassazione». Esempi? «L’asilo agli stranieri, la cittadinanza per i sudamericani con ascendenti italiani». Si fa sempre più strada la necessità della proroga sugli obiettivi Pnrr. Lo sottolinea con Repubblica anche il giudice Luca Minniti, presidente di sezione Immigrazione a Bologna.
«Siamo in un drammatico gioco dell’oca. La gestione Nordio non ha fatto nulla, purtroppo, per il Piano di ripresa. Anzi ha fatto riforme che hanno aggravato il carico degli uffici già in sofferenza– ragiona Minniti - La ministra Cartabia ha puntato su una riconversione industriale che all’inizio ci ha rallentato. Ma tutti sapevamo che i problemi della giustizia civile non erano le regole, ma le risorse per fronte alla domanda. E ora che il governo non stabilizzerà gli oltre 8mila assistenti Upp, mentre la domanda di giustizia continua a crescere, noi tra tre anni saremo al punto di partenza. Saremo di nuovo alla situazione del 2019. Assurdo, no?».
Ecco perché si ragiona di varie misure, al tavolo paritetico, che si rivedrà di nuovo martedì al Ministero: da un lato la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi col vice Vittorio Corasaniti, dall’altro i consiglieri guidati dal togato Marco Bisogni. Un documento sarà sottoposto al Csm, entro luglio. Si ragiona delle eventuali novità normative, si cercano centinaia di risorse aggiuntive. Dalla “chiamata” di giudici in pensione al coinvolgimento di colleghi da remoto cui affidare pacchetti di sentenze (“giustizia a cottimo”, la battuta che gira). Il “vituperato” Massimario dovrà dare una mano sulle sentenze. Ed è al vaglio l’impiego dei “mot”: cioé dei giovani magistrati in formazione. Soluzione che ai togati non piace. Ma su cui il Ministero promette di allungare il tirocinio. Tutto, o quasi, pur di evitare lo schianto e la restituzione di un gruzzolo di miliardi.