Politica

Lo scudo di Gb e Francia, tre cacciamine italiani: si prepara la missione Ue per Hormuz

Lo scudo di Gb e Francia, tre cacciamine italiani: si prepara la missione Ue per Hormuz
(ansa)

Palazzo Chigi spinge per ampliare la missione Aspides ma c’è il nodo di come includere Paesi non europei come l’India

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

2 minuti di lettura

Un paio di anni fa alcune navi tedesche, tra cui una fregata inquadrata nella missione Aspides contro gli Houthi, toccarono con mano i rischi a cui si espone chi naviga nel Mar Rosso senza adeguate difese, quelle garantite dagli Stati Uniti. Ecco perché l’altro ieri, nel vertice di Parigi con Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Keir Starmer, il cancelliere Friedrich Merz ha invocato lo scudo americano per la nuova spedizione che va costituendosi per lo Stretto di Hormuz. Nel frattempo, i dettagli del piano iniziano ad emergere. Altri nodi, tra cui il ruolo degli Usa, vanno ancora sciolti.

Partiamo da uno dei più delicati: l’ombrello della spedizione. A Palazzo Chigi l’opzione preferita sarebbe quella di allargare il mandato di Aspides, la spedizione europea già attiva e in cui Roma svolge un ruolo rilevante. Meglio, rispetto all’idea di riattivare la missione a guida francese Emasoh/Agenor, pensata anni fa proprio per Hormuz.

Ampliare il perimetro d’azione di Aspides presenta però delle difficoltà di natura giuridica. Non tanto perché richiederebbe un voto unanime dei Paesi membri dell’Unione, quasi scontato dopo l’uscita di scena di Viktor Orbán, piuttosto perché bisognerebbe comunque costruire una cornice giuridica più ampia per coinvolgere alcuni Paesi extra-Ue: Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Singapore. Senza dimenticare l’India, che ha preso parte al summit di Parigi. È una prospettiva cara ai quattro leader Ue, perché aiuterebbe a mostrare al mondo l’intenzione di rimediare all’unilateralismo di Trump.

Sono ore di consultazioni frenetiche tra i partner della missione, che precedono il vertice che si terrà la prossima settimana a Londra. La gran parte dello sforzo difensivo sarà affidata a Francia e Regno Unito, a cui spetterà presumibilmente anche il comando delle operazioni. Anglo-francesi dovrebbero essere fregate e cacciatorpediniere, per fornire copertura contro droni e missili. L’Italia, invece, su questo fronte si limiterà all’invio di una fregata Fremm e di una nave logistica. Il grosso dell’impegno sarà infatti garantire la bonifica delle acque con due o tre cacciamine (dei dieci a disposizione, di cui otto con droni sottomarini): in tre settimane possono raggiungere Hormuz.

Proprio lo sminamento è uno dei punti più delicati da gestire. I migliori, in questo campo, sono gli italiani, assieme a giapponesi e sudcoreani. Le imbarcazioni della Marina, scafi molto moderni e con il personale più addestrato della Nato, partirebbero da La Spezia e verrebbero scortate da una fregata operativa per Aspides fino a Suez, poi accompagnati fino all’Oman da un’altra nave attiva con Atalanta. A bordo di ciascuna, quaranta uomini.

E gli altri Paesi europei? Hanno pochi mezzi adeguati alla sfida. I tedeschi, ad esempio, hanno cinque cacciamine, ma non in grado di affrontare la traversata dal Baltico al Golfo: ci metterebbero mesi e non sono considerate “a prova di oceano”. Ecco perché Merz a Parigi ha offerto personale con droni sottomarini e vecchie barche telecomandate dotate di sonar da aggregare su altre navi francesi o belghe. Il Regno Unito, invece, schiera a Gibilterra una grossa nave con droni sottomarini antimina, moderni ma mai testati in operazioni reali. E anche i francesi arrancano: hanno solo cinque (vecchie) cacciamine operative. Possono però impiegare alcuni droni sperimentali per la ricerca di ordigni galleggianti. Infine, Belgio e Olanda: hanno un solo esemplare di nuova generazione, gli altri - una decina - li hanno donati ai Paesi baltici.

Fin qui, gli scenari delle operazioni nello Stretto. Ma gli europei devono fare i conti anche con una prospettiva peggiore: l’eventuale disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato. Per questo, a maggio, i partner Ue svolgeranno una serie di esercitazioni teoriche - dei war game - che simuleranno l’eventuale attivazione dell’articolo 42.7 dei Trattati. Si tratta di un meccanismo simile all’articolo 5 nell’alleanza atlantica, il mutuo soccorso (anche militare) in caso di aggressione cinetica o cyber a uno dei membri. Per rispondere a un quesito: cosa accade se un Paese europeo e non Nato subisce un attacco da Est? È accaduto a Cipro, settimane fa. Oppure: chi difende una capitale europea che aderisce alla Nato, se gli Usa restano immobili? Scenari ormai pericolosamente possibili.

I commenti dei lettori